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Cinquanta sfumature di Gianni Brera

Una giornata a San Zenone al Po tra amici, conoscenti, allievi e amanti del Gioânn per tentare di capire come mai siano ancora così tanti i senzabrera

18 Dicembre 2018 alle 15:41

Cinquanta sfumature di Gianni Brera

San Zenone al Po (Pavia). Su a risalire la piana emiliana coperta di neve e giù a scendere dal caos più o meno ordinato di Milano, oltrepassando la campagna pavese che sembra tulle, c'è un mondo di campi avvolti in un cielo tattile dove il mattino è una dimensione nella quale il sole e le nuvole non esistono perché tutto galleggia tra gocce d'acqua sospese e nulla appare per come è davvero. Nemmeno il Po sembra esistere nonostante i nomi dei luoghi nei quali ci si muove lo richiamino su cartelli che a mala pena si vedono a bordo strada. C'è una bruma sottile che distorce un po' i contorni e tutto rende soffice, immaginario, per quanto gli odori e i rumori siano più che reali. E' luogo d'acqua il pavese. Quella che scorre lungo il grande fiume orizzontale, quella che discende dai monti per rimpinguarlo, quella che ti si attacca addosso volteggiando pigra nell'aria. E' un luogo di fantasia il pavese. Perché i confini delle cose sono precari, avvolgenti e serve immaginazione per ricrearne le forme.

  

Anche San Zenone al Po è come tutti gli altri posti in questa zona. Ti appare davanti e quasi non ce ne si accorge, con qualche centinaia di case e un fiume, l'Olona, ad attraversarlo, un altro che non si vede, il Po, e un campanile a ricordare che esiste per davvero. 

  


Foto di Giovanni Battistuzzi


  

San Zenone al Po ha poco più di cinquecento abitanti, un mare di campi e un cimitero, fuori paese, che racconta più e meglio di centinaia di altri posti quanto sia un paese strano e magnifico l'Italia. Perché San Zenone al Po è "il paese di Gianni Brera, dei cuochi e dei preti mancati", ricorda il sindaco Eugenio Tartanelli. Perché da qui sono partiti Mario Musoni e Gualtiero Marchesi che poi hanno portato la cucina italiana nel mondo, da qui andavano in seminario intere generazione di ragazzi e tutti (o quasi) ritornavano dopo aver studiato. D'altra parte è la Pianariva dei romanzi del Gioânn, quel luogo "di miseria non misera", quel luogo "dove la fame è storia e ricordo antico che rende difficile saziarci", quella nella quale "sono cresciuto brado o quasi fra boschi, rive e mollenti".

  

Gianni Brera, "padano di riva e di golena, di boschi e di sabbioni. E mi sono scoperto figlio legittimo del Po", qui ha iniziato a navigare in un viaggio che l'ha portato altrove, eppure da questo porto non si è mai allontanato troppo, ci è sempre ritornato, incapace come ogni amante della propria terra di distaccarsene completamente. Gianni Brera è morto il 19 dicembre del 1992 sulla strada che collega Codogno a Casalpusterlengo eppure non sembrano passati 26 anni da allora, tutto pare volteggiare in una bolla di un generico passato prossimo che tende al presente dove la commozione, l'addio un arrivederci, dove le distanze sembrano prossimità.

  

"La cosa incredibile di Gianni Brera è che nonostante gli anni che passano lui rimane una presenza inossidabile. Il suo ricordo non invecchia, il legame che lo lega al pubblico sportivo e non sportivo, non cambia", dice un grande giornalista della grande Gazzetta che fu prima della 25esima "Pacciada Breriana". E' un ritrovo di vecchi amici ed estimatori, una mangiata e bevuta in compagnia, come lui avrebbe voluto, in ricordo del Gioânn di San Zenone al Po.

  


Foto di Giovanni Battistuzzi


  

E mangiando e bevendo ci sono mille giannibrera che escono dalle voci delle persone che siedono sulle sedie del Centro San Luigi dietro alla chiesa paesana. Racconti e ricordi si inseguono lungo i tavoloni, tra frittate e affettati, tra il risotto e il bollito, mentre scorre la Bonarda e la Ciurlina nei bicchieri e i visi si fanno un po' rossi e sorridenti. Ci sono ricordi e aneddoti del passato, ma è un passato storico, che non ha polvere né increspature dovute all'età, che non ha peso e volteggia leggero tra le golene del grande fiume che non si vede e non si sente, come non si vedono e non si sentono gli anni senza.

 

"Da un anno siamo i Senzabrera, che scritto così sembra il cognome d'una famiglia di Salamanca o di Tucuman e forse ci frega la voglia di un neologismo: è una delle strette in cui si ritrovano i Senzabrera. Non siamo solo noi intesi come redazione sportiva di Repubblica. Ce ne sono tanti altri, da un anno giusto, da un giorno ingiusto", scriveva Gianni Mura il 19 dicembre del 1993.

  

 

I Senzabrera sono ancora tanti e per niente disperati. Sono uomini e donne di pianura e non solo di golena, padani e non solo pavesi, alcuni sportivi senza esserlo, soprattutto senza ambirlo, alcuni colleghi, molti allievi, soprattutto putativi, quasi tutti senza dirlo, senza sottolinearlo, perché "un narratore non ha adepti, ha solo ammiratori", perché "usar piaggeria con chi non la sopportava vuol dire pugnalare il ricordo". Arrivano da ovunque perché "lo sport è linguaggio condiviso, l'unico linguaggio che se ne frega di barriere e confine". Sono partiti anche da Uggiano La Chiesa, provincia di Lecce, dove da due anni viene organizzato il Festival dell'Arcimatto.

  

Ognuno ha il suo giannibrera quasi non esistesse un solo giannibrera, ma ne esistessero infiniti. Come se nel suo fisico corpulento si fossero sovrapposti per anni e anni migliaia di piccoli specchi che riflettevano migliaia di immagini diverse e lui non fosse nient altro che la somma esatta di queste. Sono riflessi che non cozzano tra loro, ma che non sempre si sovrappongono. C'è il Gianni Brera privato e quello commensale, c'è il Gianni Brera pubblico e quello televisivo, c'è soprattutto quello che "in osteria c'era sempre per una chiacchierata"; che "agli amici concedeva parole e se stesso"; che "il bicchiere l'aveva sempre pieno, ma sorseggiava piano gustandosi la vita come va gustata, lentamente"; che "il fumo gli usciva dalla bocca come fosse parte di sé, fosse sigaretta, sigaro o pipa. Anzi una volta sia sigaro e pipa che il Genoa soffriva e mica poco"; che "quando era in compagnia degli amici non voleva scocciatori"; che "di sport non voleva parlare, ma di uomini sì"; che "pennellava fatti e persone come fossero colori su di una tela"; che "il calcio era il calcio, una passione viscerale, ma il ciclismo era una terra di scoperta narrativa", che "Rombo di Tuono e l'Abatino, il Gügia e l'Avocatt, la Tirisin e il Furtünà, quanti soprannomi e quanti termini si è inventato"; che "a volte era discontinuo, sempre alla ricerca di un qualcosa che non trovava mai"; che "il giornalismo, la scrittura erano non missione, ma necessità"; che però "i soldi sono i soldi e non sempre si fa quello che si vuole, a volte tocca fare quello che il portafoglio chiede".

  

Ognuno ha il suo giannibrera ed è un ricordo dolce, senza affanno e senza disperazione, come quello di un compagno, di un amico, di un maestro che ancora esiste anche se non c'è più. Un ricordo che è un mondo intero di ricordi, che può qualche volta scomparire, ma che ritorna sempre, come quel sigaro accanto alla sua foto sulla tomba del cimitero di San Zenone al Po.

   


Foto di Giovanni Battistuzzi


 

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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