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Gianni Mura era un pezzo di noi

È morto oggi a Senigallia il maestro di un nuovo genere, ma antico: a suo modo un cantautore, o cantascrittore, o cantagiornalista

21 Marzo 2020 alle 13:27

Gianni Mura era un pezzo di noi

foto LaPresse

Non aveva problemi su come attaccare un pezzo, non aveva problemi su come rimpolparlo, non aveva problemi neppure su come chiuderlo. Perché dentro c’era armonia, eleganza, cultura, classe, stile, giornalismo. Perché dentro c’era il sapore della terra e il profumo dei libri, c’era la gavetta e l’accademia (anche quella di Brera, nel senso di Gianni), c’era l’odore degli spogliatoi e la luce del campo, c’era la bellezza dell’arte e l’artigianato dello sport: ed era tutto grasso che colava. Poi lo si leggeva, il pezzo, ma anche lui, perché ogni pezzo era un suo pezzo e un pezzo di lui, e anche un pezzo di noi. Lo si leggeva dall’attacco alla chiusa, poi si faceva un bel respiro, e si staccava la pagina. Ma sì. Caso mai. Chissà. Se no. Magari. Pensieri così.

  

Gianni Mura: “La Gazzetta dello Sport”, “Epoca”, “L’Occhio”, “la Repubblica”, libri e soprattutto incalcolabili prefazioni; calcio e ciclismo, canzoni e cucina, ma avrebbe potuto scrivere anche di coleotteri e graniti, soprani e idraulici, con la stessa – se non competenza – abilità, mestiere, fascino; sessant’anni a raccontare la vita, così com’è, così com’era, così come gira e come suona, così come solo lui, così da darle un senso, una traiettoria, un peso, welter o massimo. E la sua rubrica domenicale, “Sette giorni di cattivi pensieri”, era una miniera di opinioni, giudizi, voti, perché aveva il dono di esserci, partecipare e schierarsi, o di qui o di là, insomma, dai, una questione morale, una pulizia etica, non a caso era figlio di un maresciallo – sardo - dei carabinieri. Insomma: sostanza o, per dirla con le sue parole, ciccia.

  

I suoi maestri: Gianni Brera e Luigi Veronelli, ma anche Mario Fossati e George Simenon, poi c’era la sua tecnica, che lui sminuiva semplicemente in un metodo, in un sistema, in una macchina, in una parola, e la parola era Pastamatic, frullando storia e geografia, rime e aforismi, cronaca e poesia, voci e canti. Fino a diventare, lui stesso, il maestro di un nuovo genere, ma antico, a suo modo un cantautore, o cantascrittore, o cantagiornalista. Perfetto nella citazione: “Uno dei pochi sport in cui Berlusconi non abbia investito una lira è il ciclismo, dunque qualcosa di buono il ciclismo deve averlo”. Perfetto nel corsivo (per esempio nel suo “Inno al maiale”): “Sarà un caso che in inglese ‘pig’ sia così simile a ‘big’? E che l’anagramma di porco sia corpo?... Dicono: ma è sporco. Avete mai provato ad annusare una capra o a vedere dove dormono le galline? Dategli creme per la pelle e piscine e il maiale vi stupirà... Era molto in forma, il Creatore, il giorno che inventò il maiale, questa prodigiosa macchina che tutto ricicla e tutto sublima...” (e, in segno di rispetto, Mura collezionava tutto quello che raffigurava i maiali, dai portachiavi alle agendine). Perfetto nell’interpretare la giornata della serie A o nel valutare la prestazione della Nazionale, nelle paginate riservate al compleanno di Gigi Riva o di Osvaldo Bagnoli, alle tappe del Giro d’Italia e specialmente a quelle del Tour de France.

 

Era proprio il Tour la sua passione. Perché la Francia, perché il ciclismo, perché il viaggio, perché Carletto (Pierelli, il suo autista), perché la Troia (la loro macchina). La regola di quella macchina noleggiata per l’occasione era una sola: non c’erano regole. Fumo libero: attivo, passivo e riflessivo, una ciminiera, un inceneritore. Bagaglio libero: dietro c’era sempre spazio, l’importante era lanciare l’oggetto (quotidiano o libro, guida o mappa, salamino o roquefort, cappellino o maglietta, un’antologia di Giovanna Marini o un album di Paolo Conte) alla cieca, per ritrovarlo ci sarebbe sempre stato tempo e occasione. Linguaggio libero: senza compromessi, senza segreti, senza freni. E itinerario libero: dopo la sosta in sala stampa – fra cento tastiere fruscianti, al massimo ronzanti, spuntava la sua, scoppiettante come il palcoscenico di un tip tap e sputacchiera come il bancone di un saloon – i due si impegnavano a scovare trattorie preferibilmente con tovaglie a quadretti bianchi e rossi e alberghi preferibilmente con le chiavi e non con le tessere magnetiche per aprire le porte. Trenta giorni, durava il Troia Tour, che rendevano la macchina irriconoscibile ma che regalavano un romanzo riconoscibilissimo, omerico e artusiano, donchisciottesco e ciclopedico, comunque irripetibile e irraggiungibile.

  

Già, quei due. Mura con andatura caracollante, per via della sua fragile difesa contro il piacere della tavola e della cantina, e Pierelli (che chiamava Mura “dottorone”) con leggerezza aeronautica. Mura con il suo francese pulito e letterario, e Pierelli con il suo milanese, che del francese ha una nobile parentela nella musicalità. Mura con un mazzetto di cartoline da spedire ad amici e conoscenti, Pierelli con i francobolli per spedirle appena possibile nella speranza di tornare a casa dopo che le suddette cartoline fossero giunte ai destinatari. Mura con la rete dei suoi informatori, ai tempi del Giro erano i gregari, uno per squadra, come Ugo Colombo nella Filotex e Roberto Poggiali nella Salvarani, al più un mezzo capitano e mezzo gregario come Enrico Paolini nella Scic, ai tempi del Tour erano i giornalisti, uno per nazionalità, come Philippe Brunel per i corridori francesi e i colleghi di Cyclingnews per quelli anglofoni, e Pierelli con il giro degli autisti, degli elettricisti, dei telefonisti, preziosissimi, documentatissimi, generosissimi. Sapevano, quei due, come trattarli. Mura con le liriche di Jacques Brel imparate a memoria, e Pierelli con le canzoni della mala milanese (la ligéra) recitate a braccio. Permettetemi una confidenza: conquistai la stima di Mura & Pierelli, diventando “uno dei nostri”, ordinando e divorando (e sudando) un rognone a metà luglio nel caldo-umido di Bordeaux.

 

Compatibilmente, Mura c’era. Una chiacchierata, una bevuta, in convegno, un caffè, un pezzo. Marchette, per dirla in gergo. Marchettificio, per dirla con il gergo di Beppe Viola. Sceglieva a naso: se gli andava, gratis, perché non era la grana a fare la differenza, ma la persona, l’anima, lo spirito, ancora una volta la pulizia, l’appartenenza a una parrocchia, quella delle persone – non solo dei giornalisti – che non lisciano, che non si inginocchiano, che non si piegano, che non devono indossare giacca e cravatta per essere autorevoli o usare Twitter e Instagram per essere all’avanguardia o incollare da Internet per millantare conoscenze. Essere sul pezzo significa (significava) lavorare, studiare, ricordare, rispettare le regole, ricordarsi sempre di quando alle firme (Bruno Raschi alla “Gazzetta dello Sport”) si dava del lei. A proposito: grande memoria, quella di Mura, allenata anche da estenuanti competizioni mnemoniche, appunto, tipo tutti i calciatori che cominciano per A, tutti i gregari che cominciano per B, tutti i cantanti che cominciano per C. Raramente ne usciva sconfitto. Direi, a memoria (la mia, molto meno efficace), mai.

 

Da un po’ Mura era a Senigallia. Colpito a Milano da una polmonite, aveva trovato rifugio nella casa dei genitori di Emanuela Audisio, amica e collega alla “Repubblica”. Scoppiato il coronavirus, è stato consigliato dai suoi medici a rimanere lì. “Leggo e scrivo – mi ha detto qualche giorno fa al telefono – e respiro aria di mare”. C’era anche Paola, con lui. Sembrava, tutto sommato, contento, e se non contento, sereno, che forse è molto meglio, e anche molto di più. Stamattina l’infarto. Era, a occhio, si sa e lo sapeva, a rischio. Aveva avuto avvisaglie, si era messo in riga, poi chissà se sono stati più gli anni (75) che le tentazioni o le trasgressioni. Perché infarto vuole dire tutto e niente. Il niente di un attimo, di un istante, di un colpo, e via. E il tutto di una vita, enorme per quello che lascia, che dona, che sopravvive, che sopravviverà in eterno.

Marco Pastonesi

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