L'attesa del Tour de France è un paese vuoto e un battito di mani

A Fontenay-le-Comte non c'è nessuno, sono tutti a vedere i corridori sprintare. Fernando Gaviria conquista la prima tappa della Grande Boucle, mentre Froome e Quintana perdono dai migliori

7 Luglio 2018 alle 18:35

L'attesa del Tour de France è un paese vuoto e un battito di mani

Fontenay-le-Comte. C’è il Tour, evviva il Tour. I corridori hanno appena lasciato Noirmountier-en-L’Île, sede della Grand départ, che è mattina e già la Vandea si ferma. Ci sono i ciclisti della Grande Boucle che passano, è estate, interi paesini si riversano ai lati delle strrade. Il Tour de France è una festa popolare in Francia, dove scorre tutto si abbellisce, si tinge del giallo della maglia più importante, del verde di quella dei velocisti, del bianco a pois rossi. Sono i colori dei simboli dei migliori, sono i colori delle campagne che le biciclette attraversano: girasoli, granturco, boschi, qualche garofano e qualche papavero qua e là, quasi che lo sfondo sia un omaggio alla corsa e la corsa un omaggio al panorama. Nulla stona, tutto si accompagna.

 

 

Vive le Tour, vive le Tour”, si sente gridare da lontano. Ed è un suono che coglie di sorpresa. Perché a Fontenay-le-Comte, sede di arrivo della prima tappa, tutto è in silenzio, tutto è deserto. Solo qualche turista che cammina un po’ stupito dalla solitudine che lo circonda. Nessuna macchina, nessuna bicicletta, nessuna anima delle quindicimila che vivono qui. E viene quasi da credere che il re di Francia Francesco I avesse preso un abbaglio quando descrisse la città come “fontana e fonte zampillante di belli spiriti”. Gli spiriti sembrano ectoplasmi, il silenzio è assoluto.
E' il basso Poitou, un tempo luogo di scambi e città floride. Ora un po’ meno. I commerci sono altrove e così le persone. Delle tre fiere annuali non ne rimane una, del passato glorioso, la vecchia fontana che dà il nome al paese. Rimane anche un dedalo di strade in acciottolato che si stendono dalla rocca al fiume, sonnecchiano in discesa sotto il sole francese, che batte e scalda e ogni tanto sparisce dietro nuvole atlantiche. Troppo intricato il centro storico per la più grande corsa a tappe al mondo, troppo tortuoso per essere raggiunto da un carrozzone che muove migliaia di persone e occupa migliaia di metri quadri tra strutture di accoglienza e pubblicità, caravan, torrette per le riprese e quant’altro si muove attorno. E così si sposta dove c’è posto, dove i viali si allargano, gli spazi a bordo strada potrebbero accogliere una parata militare.

 


Foto di Giovanni Battistuzzi


 

E più il paese si trasforma in periferia, più si percepisce che qualcosa c’è, ed è chiassosa, affollata, è il Tour de France. Tutto si è semplicemente spostato. Un paese intero è uscito di casa, ha lasciato le proprie occupazioni e ha raggiunto la corsa. Nello spazio un tempo occupato dalle fiere ci sono tendoni e maxischermi, gente che mangia panini con la salsiccia, svuota e riempie bicchieri di birra, cana, suona. Una festa paesana anche se tempo di feste paesane non è. Ma tant'è, c'è il Tour, tutto è permesso.

 


Foto di Giovanni Battistuzzi


 

Il vociare si fa intenso, l’assenza si fa presenza, anzi presenze, volti e applausi, mani battute sui cartelloni che ricoprono le transenne. Ci sono gli “oh”, i “voilà”, gli “allez”, gli “ulalà” dei tifosi, contraltare popolare alle notizie dalla corsa che dà la voce del Tour che esce dagli altoparlanti. C’è un signore che dice quanto sono fortunati i suoi amici che sono andati a vedere la corsa sul Gran premio della montagna - una côte a trenta metri sul livello del mare che i corridori non si saranno nemmeno resi conto di percorrere -, mentre sua moglie lo guarda male, borbotta qualcosa e torna a sfogliare il libro che ha sulle gambe totalmente disinteressata a quanto le sta accadendo attorno.

 

E attorno accade di tutto.

 

Accade che Chris Froome cade e inizia il Tour con cinquanta secondi come benvenuto. Stessa accoglienza anche per Richie Porte e Adam Yates. Accade che Nairo Quintana resta in piedi, ma ha problemi alla bici e finisce un minuto e quindici dietro al gruppo. Accade che il colombiano Fernando Gaviria fa una delle volate delle sue e delude le ambizioni di maglia gialla di Peter Sagan, secondo, e Marcel Kittel, terzo.

 

Accade che un’altra signora si gira verso un altro marito e gli chiede “tra quanto ripassano?”, e lui la guarda stupita e le risponde che “sono già passati”, e lei quasi non ci crede e gli fa: “Tutto qui?”. E lui la guarda e non sa che dire, allora non dice niente, ché sì, tutto qui, ma non c’è niente di più bello.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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