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Lo sprint di Sagan e quello dei ragazzini per la carovana pubblicitaria del Tour

Lo slovacco conquista la seconda tappa della Grande Boucle davanti a Colbrelli e Démare. Prima dei corridori il grande spettacolo è la lotta per i gadget degli sponsor della corsa

8 Luglio 2018 alle 19:51

Lo sprint di Sagan e quello dei ragazzini per la carovana pubblicitaria del Tour

foto di Giovanni Battistuzzi

La Roche-sur-Yon. Lo sprint è una questione di tempismo, forza, senso della posizione, velocità. Quello dei corridori inizia più o meno ai trecento metri, a volte prima, ma non ditelo a Fernando Gaviria, a volte dopo. Ma questo è solo l’ultimo atto, l’esplosione finale. Perché prima c’è da stare davanti, e non è semplice come si può pensare. Ci vuole attenzione, capacità di fare il filo alla ruota che si ha davanti, buoni riflessi, ché se non si è attenti e lesti c’è il rischio di finire spalle a terra. E a cinquanta all’ora se va bene sono escoriazioni, se va male sono fratture.

 

E tempismo, forza, senso della posizione e velocità sono le carattereristiche essenziali anche per altri specialisti. Sono gli esperti dell’acchiappo al volo, della raccolta di rimbalzo, dell’anticipo. Professionisti talmente eccellenti che anticipano di ore i corridori: sono i conquistatori di gadget della carovana pubblicitaria.

 

 

Quando Louison Bobet, uno tra i più forti corridori francesi degli anni Cinquanta (e forse della storia), abbandonò il ciclismo, era il 1962, disse all’Equipe che finalmente poteva sedersi a bordo strada quando la corsa passava. Il giornalista gli chiese se avesse nostalgia del mondo delle corse. Rispose di no, “finalmente potrò vedere la carovana. I miei nipotini dicono che sia bellissima, loro la amano, io non l’ho mai vista. Sa com’è dovevo dannarmi sulla bicicletta”. Macchine colorate, carri con sopra pupazzi, decorazioni e quanto di meglio si sposa con l’immagine dello sponsor, soprattutto gadget. Sciocchezze di nessun valore che però diventano quanto di più caro si possa avere perché è un distintivo del io c’ero, io ero lì. A la Roche-sur-Yon oggi, come ieri a Fontenay-le-Comte, le strade di Francia toccate dal Tour si riempiono già ore prima. E prima dei corridori, l’attesa e l’attenzione è tutta per lei: la carovana pubblicitaria.

 

 

Ci sono braccia protese al di là delle transenne, gente che grida “a me, a me”, che con le mani giunte prega un dono, chi salta e sorride per una cinfrusaglia, chi esulta come nemmeno Inzaghi dopo un gol per un cappellino o una maglietta, chi ci rimane male perché non ha avuto niente e quando gli viene porto uno dei regalini gli si illuminano gli occhi. E non sono solo i bambini a protendersi verso i ragazze e i ragazzi che gettano pacchetti sulla folla. E’ un’euforia generallizata. “E’ questa la vera festa del Tour”, fa un papà all’altro mentre questo salta per afferrare un portachiavi. E quando un ragazzo sbuca dal nulla e lo anticipa, ci rimane male, lo guarda invidioso, lo vorrebbe strangolare. Poi si placa. “Vero, è questa la festa del Tour”.

 

Ha quasi novant’anni la carovana pubblicitaria, ma non smette di avere ammiratori. Jean Levatun, un noto designer e artista francese, è da tre anni che si diverte a creare strutture pubblicitarie per camioncini. Solitamente crea scenografie a Hollywood, ma ogni luglio si prende una pausa: “Da bambino mio nonno mi portava a vedere il Tour e io ero rapito dal vedere quelle macchinine piene di doni e colori”, ha detto al Los Angeles Times. “Ora finalmente posso disegnarle io”.

 

Henri Desgrange, l’inventore del Tour, l’ha creata nel 1930 per levarsi gli sponsor dalle scatole. Questi si erano lamentati che lo spazio a loro riservato in coda al gruppo era troppo poco e il patron per non sentire lamentele le aveva spostate avanti al gruppo. Anche perché il Tour era cambiato, a correrlo non c’erano più le squadre sponsorizzate da aziende di biciclette, ma le squadre nazionali, e le spese erano lievitate. Più spazio per gli sponsor, più soldi, fu l’equazione fatta da Desgrange. L’esempio di quanto l’anno prima realizzò la cioccolateria Menier fece il resto. L’azienda dolciaria distribuì oltre cinquecentomila barrette di cioccolata agli spettatori, un investimento che permise nell’inverno successivo di triplicare le vendite. Il Figaro titolò nel marzo del 1930: “Le sprint de Menier”, parlava della strategia pubblicitaria dell’azienda al Tour.

 

Ma lo sprint è specialità mica per tutti, lo ricordava spesso Rik Van Looy: “Bisogna dimenticarsi di avere una vita fuori dal ciclismo e avere un bel fegato, se poi si hanno pure le gambe giuste allora tutto diventa più facile”. Peter Sagan le seconde le ha sempre avute, da un po’ ha scordato la prima. Strana cosa perché quando ci si sposa e si ha un figlio si dice che la mano la si tenga più vicina al freno. Lo slovacco invece l’ha tenuta bella lontana e quando ha deciso che era il momento giusto ha accellerato il giusto per diventare imprendibile. Primo davanti a Sonny Colbrelli e Arnaud Démare. E per il francese un terzo posto è un risultato ottimo dato che anche oggi ha dovuto inseguire (con i compagni di squadra) per diversi chilometri. La sfortuna nel corso della prima tappa si è palesata in una caduta, nella seconda in un palmer bucato. E’ successo a trenta chilometri dal termine, a la Roche-sur-Yon la carovana pubblicitaria era appena passata, gli sbuffi della gente hanno preso il posto dei sorrisi. Poi la notizia del rientro in gruppo e il sospiro di sollievo. “Quando arrivano i corridori?”, chiede un bambino al padre. Presto. “Non vedo l’ora di arrivare a casa per attacare al frigo le calamite”.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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