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Pello Bilbao conquista le Alpi: sua la prima tappa del Tour of the Alps

Folgaria ribalta i pronostici. Lo spagnolo dell'Astana con un colpo di mano conquista la prima frazione del fu Giro del Trentino. Froome e Pinot bene in salita. Buona prova per Ciccone, Pozzovivo e Sosa

16 Aprile 2018 alle 17:08

Pello Bilbao conquista le Alpi: sua la prima tappa del Tour of the Alps

Foto tratta dal profilo Facebook del Tour of the Alps

Lassù a Folgaria, "le cose vanno un po' così, come pensano sia meglio che vadano". Erano gli anni Novanta e il poeta Gino Gerola era ormai vecchio e da Rovereto scriveva ancora all'amico Mario Luzi. Gino Gerola a Rovereto c'era nato, poi l'aveva lasciata per seguire la sua strada di letterato, infine c'era tornato. Voleva bene al suo paese, ma apprezzava ancor più i Profili dell'altopiano, quei "liberi testoni idealisti" che ancora si ostinavano a credere Folgaria un'oasi libera. Colpa di quella Magnifica Comunità che per secoli rimase una democrazia oligarchica a larga partecipazione, una sorta di piccola Svizzera incastonata tra il Monte Cornetto, il Monte Cimone, la Cima Campo e la Cima Vézzena, in quel Trentino che parlava Cimbro e guardava il Veneto.

 

Lassù a Folgaria, "le cose vanno un po' così, come pensano sia meglio che vadano". E nel ciclismo vanno sempre come in pochi se le aspettano. E' successo oggi al Tour of the Alps, quello che un tempo era il Giro del Trentino, era successo, in modo ancor più "tragico" e clamoroso al Giro d'Italia di qualche anno fa.

 

Ne sa qualcosa Pello Bilbao López de Armentia, per brevità Pello Bilbao, che nella prima tappa che da Arco, portava nel paesino trentino dopo 132 chilometri, ha giocato di furbizia, ribaltando il già scritto, ossia una volata ristretta tra gente da alta quota e alta classifica. E d'altra parte era andata così per tutta l'erta che portava ai 1.256 metri di Serrada che sembrava non ci potesse essere altro finale.

 

Il Team Sky davanti a fare l'andatura, Thibaut Pinot che con qualche scatto prova a far accelerare l'andatura alle maglie bianche inglesi, la frullata di Chris Froome che prova a scardinare le resistenze altrui. Tutto questo alle spalle di un Giulio Ciccone partito a inizio salita nel tentativo di dimostrare che di talento ne ha ancora e tanto, nonostante un anno passato a cercare di trovare la gamba dopo un intervento al cuore e un sacco di altri problemi fisici. E così in cima Froome si ritrova davanti con Ciccone, Pozzovivo, Bennett e un Pinot che sembra in palla come non si vedeva dal Tour de France del 2014, quello vinto da Vincenzo Nibali. Tra Serrada e Folgaria però ci sono oltre sei chilometri, una distanza sufficiente per il recupero degli inseguitori e per l'invenzione di Pello Bilbao: uno scatto in un falsopiano in discesa, un coup de théâtre che lascia gli avversari di stucco, che ribalta l'esito della salita. I promossi si trasformano in rimandati, i rimandati in promossi: primo lo spagnolo dell'Astana, secondo il collega e conterraneo, Luis Leon Sanchez, terzo quello scricciolo d'uno scalatore colombiano che risponde al nome di Ivan Ramiro Sosa e che in salita si muove a meraviglia (e a quanto si è visto oggi non solo in salita).

 

 

Un presente che è riproposizione edulcorata del passato. Anche se i nomi cambiano e con loro, di qualche chilometro appena, i luoghi.

 

Ne sa qualcosa Cadel Evans che il 30 maggio 2002 sulle rampe del Passo Coé, due passi da Folgaria, incappò in una delle cotte più incredibili della storia recente di questo sport. Era la diciasettesima tappa, mancavano tre giorni alla passerella finale di Milano e quella era l'ultima frazione di montagna, l'ultimo arrivo in salita. Era il primo giorno che vestiva di Rosa, era la sua grande occasione per vincere un Giro d'Italia che aveva iniziato come gregario di Stefano Garzelli e nel quale si era improvvisato leader dopo la squalifica del capitano per un mai ben chiarito caso di positività (il corridore venne cacciato dalla corsa, ma, come dimostrato in seguito, venne dimostrata l'involontarietà dell'assunzione della sostanza). E la stessa fine di Garzelli la fecero Gilberto Simoni e Francesco Casagrande, a casa anche loro per decisione della giuria.

 

Il mondo alla rovescia di Cadel Evans: meno 15 al Giro100

Al Giro d'Italia del 2002 per la prima volta un australiano vestì la Maglia Rosa. Evans davanti a tutti rimase però solo un giorno: sul Passo Coe fu vittima di una delle crisi più crudeli della storia della corsa

 

Evans si presentò all'imbocco del Passo Coe primo in classifica, sedici secondi avanti a Dario Frigo e diciotto a Tyler Hamilton. L'italiano andò in crisi subito, l'americano poco dopo. Ma proprio quando tutto sembrava volgere in favore dell'australiano, le energie finirono, la sua andatura si fece zoppa, la strada sotto le sue ruote di colla: non saliva più, arrancava, il suo volto era diventato l'immagine esatta del patimento. E così mentre Pavel Tonkov, partito sulla terzultima salita per cercare di riscattare un Giro mediocre, si involava verso la vittoria, Paolo Savoldelli trovava nelle Dolomiti trentine spazio e secondi per la prima grande affermazione in Maglia Rosa della sua carriera (la seconda arrivò nel 2005).

 

 

Il Falco era partito sesto in classifica generale quel giorno da Corvara in Badia e tra i primi sei era quello che aveva meno possibilità, almeno sulla carta, di vittoria. Ma Folgaria ribalta, risistema, ricolloca, esalta i "liberi testoni idealisti", quelli che sembrano battuti, ma hanno il coraggio di resistere. 

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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