Lopez vince e Sosa leader al Tour of the Alps: Dolomiti andine a Pampeago

Chris Froome prova a staccare tutti, ma fatica nel finale e perde qualche secondo. Aru arranca. Il colombiano dell'Astana primo nell'arrivo in salita nel ricordo di Scaponi

17 Aprile 2018 alle 16:38

Lopez vince e Sosa leader al Tour of the Alps: Dolomiti andine a Pampeago

C'erano un tempo le guardie rosse di Rik Van Looy, un corpo scelto e veloce, votato al lancio del campione belga. C'erano un tempo le giubbe rosse di Mario Cipollini, avevano la stessa funzione: rampa di lancio per il razzo toscano. Un meccanismo perfetto che anche con il cambio di colore, da scarlatto a zebrato, non cambiò efficacia. Ce ne sono stati altri, più o meno buoni, più o meno meccanismi perfetti: un'accelerazione costante sino al boato finale, quello del capitano. Lo chiamano treno. Lance Armstrong disegnò binari ascensionali: gregari come locomotive, un ritmo che sale costantemente, l'ultimo vagone è il lampo prima del tuono dello scatto del capitano. La Sky ha continuato e perfezionato il meccanismo, un vortice un tempo nero ora bianco che spazza la strada di avversari e fuggitivi per il turbine di pedali di Chris Froome. In Francia funziona e talmente bene che sembra che i corridori del team inglese siano tre volte tanti rispetto agli avversari. In Trentino un po' meno. I vagoni funzionano, abbastanza bene da far fuori la maggior parte degli avversari, ma il missile non parte come dovrebbe, frulla, ma non troppo, si inceppa, ci riprova, non spacca, rimbalza negli ultimi metri, lascia il palcoscenico del podio ad altri.

 

Mancano poco più di due settimane all'inizio del Giro d'Italia, oltre tre settimane alle grandi salite, e le imperfezioni di Froome non devono stupire o illudere. Così come quelle di Fabio Aru, oggi decimo e staccato di mezzo minuto dai primi, ma caparbio a non mollare e ad affondare. Il Tour of the Alps è avvicinamento, un modo per capire chi si è e a che punto si sta.

 

Un modo per capire che Pampeago è un pezzo di Cordillera nelle Dolomiti, luogo esotico per scalatori di una volta, anime leggere e ascendenti. Domenico Pozzovivo lo è per caratteristiche, ma non per carta d'identità. E così ci prova, stacca tutti senza scattare, di ritmo e di sella. Thibaut Pinot e Chris Froome non lo sono neppure per caratteristiche e infatti il loro è tentativo vano: la montagna non la si sfida, la si asseconda. Miguel Angel Lopez ha invece il corpo di un colibrì e i natali a Pesca, dipartimento di Boyacá, lì dove la Cordillera Oriental si abbassa, inasprendosi. Miguel Angel Lopez è uno che la sella la usa il meno possibile, pascola in salita sui pedali. E' uno scatto a ripetizione, porta in sé gli insegnamenti di una volta, quelli del ciclismo verticale à la sudamericana. Ne mette in fila quattro, l'ultimo quello giusto, quello che prende il nome di sprint e serve a staccarsi di ruota gli avversari il tempo che basta per risedersi sul sellino, alzare le braccia al cielo ed esultare.

 

 

Verso quel cielo che un anno fa vide esultare Michele Scarponi, per l'ultima volta. Ed è nostalgia comune, amplificata ieri in Pello Bilbao e oggi in Miguel Angel Lopez dalla maglia e dall'esistenza insieme.

 

 

Anche Iván Ramiro Sosa Cuervo, per brevità Ivan Sosa, è uno scricciolo di ragazzo, anche lui è un'anima leggera e ascendente, anche lui pascola in salita sui pedali, anche lui è colombiano, ma di Pasca e non di Pesca, del dipartimento del Cundinamarca, dove però le montagne sono pressoché uguali a quelle del Boyacá. Ivan Sosa ha tre anni in meno di Lopez e per molti ancor più talento. Dicono sia furia e tempesta, dicono che sia aquila e falco, dicono che a vederlo scattare si rimane stupiti. Ne dicono tante, ne raccontano di più. Intanto Ivan Sosa non è scattato, non ha scoperto le carte, si è nascosto a ruota, ma non ne ha persa una. Anzi. E' riuscito a mettere la sua due volte al terzo posto, sempre davanti a Froome e a tutti gli altri grandi favoriti (ad eccezione, oggi, di Lopez e Pinot). E così, in cima a Pampeago, si è vestito di ciclamino. Primo e inaspettatamente, ma nemmeno troppo a sentire quello che diceva di lui il suo direttore sportivo, Gianni Savio, solo qualche mese fa: "Ha un talento tremendo. Sa come volare in salita". Primo e tanta roba, sperando che continui così.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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