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Nocentini, Areruya e il vento ciclistico dell'Africa

Si è conclusa la Tropicale Amissa Bongo, corsa a tappe in Gabon. Il ciclista italiano, otto giorni in maglia gialla al Tour 2009, è stato grande protagonista, mentre il corridore rwandese, una volta tornato in patria, è stato trattato da eroe

25 Gennaio 2018 alle 12:14

Dice un proverbio africano che "se si sogna da soli, è solo un sogno. Se si sogna insieme, è la realtà che comincia". Dice un altro proverbio africano che "il giovane cammina più veloce dell'uomo maturo, ma l'uomo maturo conosce la strada". Dicono le cronache invece che è finita la Tropicale Amissa Bongo, che non è un sogno, non è un uomo, ma è una corsa ciclistica a tappe che si disputa in Gabon, che parte da Kango e finisce a Libreville, nemmeno un centinaio di chilometri di distanza tra le due città. Ci sono però tra partenza e arrivo sette frazioni, un bel po' di strada e qualche centinaia di migliaia di persone che si sono riversate ogni giorno a bordo delle strade per vedere passare i corridori. 

 

Sogni e uomini hanno percorso prima il Gabon sul sellino di una bici da corsa. Poi si sono espansi, hanno raggiunto altri luoghi, sono stati celebrati in altre forme. L'attesa non era più l'arrivo sotto uno striscione, ma l'arrivo e basta. Di uomini divenuti eroi. Perché forse la Tropicale Amissa Bongo non è il Tour de France, neppure un Mondiale o un Giro delle Fiandre o una Parigi-Roubaix, ma tant'è, racconta lo stesso sport, appassiona allo stesso modo, esalta i vincitori e non umilia gli sconfitti. Perché forse la Tropicale Amissa Bongo non è il Tour de France, ma è tanta roba lo stesso, almeno per chi non è un "raffinato europeo" che della bici riconosce solo i campioni e i grandi eventi o poco altro, per chi ancora riesce ad apprezzare lo spettacolo nascosto in ogni bici.

 

E così fuori dall'aeroporto internazionale di Kigali, la capitale della repubblica del Ruanda, centinaia di persone si sono trovate per applaudire Joseph Areruya, che la Tropicale Amissa Bongo l'ha vinta e che una volta tornato in patria è stato eletto a eroe sportivo nazionale. 

 

E se non bastasse l'accoglienza aeroportuale ecco la processione di auto, tettuccio aperto e corridori con il mezzo busto fuori giusto per rimanere increduli di trovare quasi ventimila persone lungo le strade ad applaudire, a lanciare fiori.

 

In Ruanda il ciclismo è passione recente, ma già con una storia trentennale. Il Giro del Ruanda è stato corso per la prima volta nel 1988. Dicevano che era follia e forse lo era davvero. Nel 1990 abbracciò la terza edizione, poi il Fronte Patriottico Rwandese decise di provare il colpo di stato, di ribaltare il governo rwandese, che grazie all'aiuto militare francese e belga sedò la rivolta. Fu l'inizio di un massacro che durò anni. Il vertice più orribile lo si toccò tra il 6 aprile e il mese di luglio del 1994: fu il cosiddetto genocidio rwandese. Un milione di persone uccise e intere generazioni spazzate via.

 

Dal 2001 il Giro del Ruanda è ricominciato e da allora non ha più saltato un anno. Ogni novembre il Ruanda si ferma e aspetta le biciclette.

 

"Se si sogna da soli, è solo un sogno. Se si sogna insieme, è la realtà che comincia". Joseph Areruya, ventidue anni, è figlio di una realtà che la bicicletta l'ha prima sognata, l'ha poi vista pedalare e infine pedalata. E' il giovane cammina più veloce dell'uomo maturo", che ha vinto ed è stato portato in trionfo.

 

"Ma l'uomo maturo conosce la strada", e sa quanti chilometri si devono fare e quanto vento in faccia si deve prendere e che soprattutto per quanti chilometri si fanno e quanto vento in faccia si prende, se ne vuole ancora. Rinaldo Nocentini non è più corridore di primo pelo. A quarant'anni di strada ne ha fatta assai, ma di strada ne vuole fare ancora. E così corre, per questo non ha ancora abbandonato le pedivelle. Anche se lontano dai luoghi di un tempo, da quegli otto giorni in maglia gialla al Tour de France del 2009. Ma lo fa ancora bene. Alla Tropicale Amissa Bongo ha preceduto tutti due volte, si è classificato al sesto posto in classifica generale. 

 

  

Nocentini è stato un passato eccellente, gregario fantastico e uomo capace di trovare libertà per vincere. Nocentini è però ancora un presente interessante, forse non tanto per gli albi d'oro che contano, ma perché dimostra che l'amore per la bicicletta è infinito, se ne frega dell'età e dei grandi palcoscenici, raggiunge ogni luogo, pure l'Africa.

 

E così se l'Europa continua ad essere il teatro del grande ciclismo, l'Africa sta diventando piano piano il centro della passione per le biciclette. Perché Joseph Areruya è solo l'ultima tessera di un puzzle che si sta componendo, l'ultima freccia di un arco che ne ha molte e molto veloci.

 

C'è l'avventuriero Daniel Teklehaimanot, eritreo; c'è il tenace Amanuel Gebreigzabhier, o lo stambecco Merhawi Kudus, sempre eritrei; c'è la speranza pronta a diventare campione Louis Meintjes, sudafricano; c'è il veloce Ayoub Karrar, tunisino. C'è soprattutto un movimento che da quando Fausto Coppi esplorava l'Alto Volta in bicicletta e diceva "se va come penso, tra trent'anni saremo noi a rincorrere questi atleti", si sta rafforzando, sta inseguendo a fatica, ma recupera posizioni e interesse ed è pronto, prima o poi, se non al sorpasso, quanto meno a un posto in scia.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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