Botte in bicicletta. L'errore di non capire che quella di Xin Wang è frustrazione non violenza

Nell'ultima tappa del Tour of Hainan un corridore cinese prima ha lanciato una borraccia contro la macchina che lo aveva fatto cadere, poi è passato alle mani. Picchiare è sbagliato, ma è frutto del rapporto difficile tra bici e auto

6 Novembre 2017 alle 19:31

Botte in bicicletta. L'errore di non capire che quella di Xin Wang è frustrazione non violenza

Finire a terra a strisciar l'asfalto non è piacevole a piedi, figurarsi in bicicletta. Se va bene sono escoriazioni, se va male qualcosa di rotto, molto spesso la clavicola, se va peggio, meglio non pensarci. A pettinare l'asfalto ci si può finire per errore, per disattenzione, per sfiga o per necessità. Sono situazioni che fanno maledire tutto e tutti, ma ci si rialza, si riprende la bicicletta e si inizia di nuovo a pedalare. Quando però non ci si può fare nulla, perché la causa del disarcionamento è un fattore esterno alla gara o alla bici, la rabbia può salire come il dolore. E si può perdere un attimo il senno. E' successo nell'ultima tappa del Tour of Hainan, Cina. Un corridore della Keyi Look CT, Xin Wang, è stato tamponato dall'ammiraglia della nazionale svizzera, è finito a terra e, di risposta a quanto successo, ha iniziato a imprecare in cinese prima di scagliare una borraccia contro la macchina. Una reazione già vista, nulla di nuovo. Tutto risolto? Nemmeno per sogno. Perché Xin Wang non è uno che dimentica. E così a fine tappa ha cercato l'ammiraglia e ha deciso che i problemi fosse meglio risolverli subito. A suon di cazzotti.

 

 

Non è questo il primo caso di un'auto che fa cadere un ciclista. Molte volte è finita con qualche ferita, a volte con (molti) punti di sutura, altre si è chiusa in tragedia. Perché tra auto e bici quelli che hanno la peggio sono sempre i ciclisti. Nemmeno per Xin Wang era la prima volta. Due anni fa una moto gli aveva fatto fare un bagno in un canale di scolo, facendogli perdere la possibilità di ottenere un buon piazzamento e incrinandogli una costola. Quella volta Xin Wang non fece nulla. Questa volta, sarà stata la dinamica, sarà stata l'esperienza pregressa, il corridore ha deciso che la forma migliore di autodifesa fosse far diventare la strada un saloon. Perché se un ciclista sbaglia viene squalificato. E' la legge ed è giusto così. Ma se sbaglia uno alla guida di un'ammiraglia o di una moto la squalifica si trasforma in ammenda e tutto il resto continua come nulla fosse successo.

 

Il rapporto tra ciclisti e vetture al seguito delle corse è complicato e l'Uci ha pensato bene che per preservare i primi è opportuno diminuire in gara il numero di questi e non la presenza (non sempre giustificata) dei secondi. Il traffico, si sa, lo fanno le biciclette.

 

Xin Wang ha sbagliato. Picchiare qualcuno non è il modo migliore di risolvere i problemi, ma va capito. Sintetizzare quanto successo pubblicizzando il concetto "ecco il ciclista violento" oppure "ecco il ciclismo-pugilato", vuol dire banalizzare un po' tutto, far passare come una testa calda chi ha usato i pugni e come delle vittime inconsapevoli gli altri. Non è così. E' più complesso.

 

E' da anni che i corridori chiedono più rispetto sulle strade. Sia dagli automobilisti comuni che da chi guida moto e ammiraglie. Il rapporto tra bici e auto continua essere difficoltoso, per la credenza dei secondi di essere gli unici autorizzati a utilizzare le strade e per la tendenza dei primi a piangersi un po' addosso e, in qualche caso, godere per i clacson e per le incazzature dei guidatori, quasi fosse questo il giusto contrappasso per la loro condizione disagiata in strada. Per ora le cose, nonostante l'aumento delle bici in strada, non è migliorata, il nord Europa rimane modello e aspirazione che sembra irraggiungibile. E non è migliorata anche perché viene portata avanti ancora quell'insensata idea che le strade siano fatte per correre e non per procedere. Un'idea che nemmeno il ciclismo professionista è riuscito a superare. Ammiraglie e moto fanno a volte in corsa cose insensate, sorpassi azzardati, movimenti che mettono in pericolo guidatori, ciclisti e pubblico. Le multe ci sono, le radiazioni no, le stesse che però vengono minacciate da decenni ai ciclisti che risultano positivi all'antidoping.

 

Cosa c'entrano le due cose? Apparentemente niente, in pratica molto. Perché il principio alla base dell'antidoping non è solo quello del rilevamento di sostanze illegali utili al miglioramento delle prestazioni fisiche, ma anche quello della tutela della salute dei ciclisti. Chi elude le regole è fuori. Ma alla tutela dei ciclisti dai mezzi che gli stanno attorno chi ci pensa?

 

Xin Wang è stato espulso così come prima di lui furono espulsi alla Vuelta di Spagna del 2014 Gianluca Brambilla e Ivan Rovny colpevoli di aver risolto a pugni i loro problemi in corsa.

 

 

Oppure come accadde a Vito Taccone e Fernando Manzaneque Sánchez che al Tour de France del 1964 se le diedero di santa ragione. D'altra parte aveva caratteri fumantini entrambi. Non furono mandati a casa solamente perché il regolamento non lo prevedeva.

 

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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