La dittatura del martirio. Il sentimento tragico dell'Iran celebra il sacrificio, non la vittoria
La decapitazione del regime prosegue. Nella Teheran crivellata da droni, bombe e missili, compaiono, dalla notte al mattino, murales freschi che raffigurano i leader martirizzati. Il sacrificio di Hussein, mito fondante, e la scelta di Mojtaba Khamenei
Sembra se la siano proprio cercata. Ali Khamenei sapeva benissimo di essere nel mirino. Sapeva benissimo di non potersi fidare di nessuno, men che meno dei suoi. Al tempo della breve guerra che avrebbe dovuto, anzi a detta di Trump aveva già “totalmente obliterato” le speranze nucleari iraniane, era sparito, aveva interrotto ogni contatto. Poi, alla vigilia di questa nuova guerra, aveva convocato una riunione con i suoi massimi collaboratori nel posto più ovvio, il bunker di casa sua. Come dire: eccomi, mandate i missili.
Ali Larijani, il potentissimo reggente di fatto dell’Iran dopo l’uccisione della guida suprema, si era fatto vedere e intervistare alla testa di un corteo, mentre piovevano missili sulla città. “Noi siamo qui. I loro capi si nascondono sull’isola di Epstein”, aveva dichiarato. Come dire: eccomi, provateci ad ammazzarmi. Detto fatto. Con lui è stato ucciso il nuovo capo dei pasdaran. Di Mojtaba Khamenei non si sa se è vivo o solo mezzo vivo. La decapitazione dei successori continua a ritmo serrato. Al punto che si fatica a tenerne il conto. Sopravvivere è quasi una macchia. Se qualcuno sfugge, o per un po’, il sospetto è che si sia defilato perché è stato lui a tradire gli altri. Se questa decapitazione permanente sia efficace o controproducente è un altro paio di maniche.
Intanto, quel che sorprende è la rapidità con cui, nella Teheran crivellata da droni, bombe e missili, compaiono, dalla notte al mattino, murales freschi che raffigurano i leader martirizzati. Più infaticabili di Banksy e dei suoi seguaci sui muri di Bristol. L’iconologia dei martiri è una tradizione che non si è mai interrotta. Ritratti dei caduti in guerra, le gigantografie dei leader assassinati, hanno proliferato sulle facciate degli edifici, incombono sul reticolo ormai fitto di sovrappassi e cavalcavia che attraversano come cicatrici tutta la città. Sono propaganda tanto scontata da essere diventata “sottofondo invisibile”. Sono onnipresenti. Ma invisibili, per assuefazione, ai presunti destinatari del messaggio. Quanto lo erano diventati, causa eccesso, le statue di Stalin e di Mao, o i magnifici, coloratissimi poster dei tempi della Rivoluzione culturale. Colpivano la fantasia dei visitatori occidentali. Ma non più quella dei cinesi. Che a Teheran ci tengano ancora a rinfrescarli ogni notte potrebbe però essere un ulteriore segno della resilienza del regime.
Più Trump li dà per battuti, sgominati, completamente distrutti, imploranti secondo ogni logica solo di potersi arrendere, più quelli continuano, contro ogni logica, a dar segni di sfida, rispondere colpo a colpo, tirar fuori missili dal cappello. Ci si interroga sulle ragioni della resilienza. Non c’è solo la stranezza per cui i leader massimi iraniani sembrano tenerci proprio ad essere uccisi. Ci sono radici profonde nel modo di sentire iraniano, nella particolare cupezza dello sciismo iraniano.
Miguel de Unamuno aveva chiamato “sentimento tragico della vita” il veder nero che avrebbe portato la Spagna alla gran voglia di autodistruzione della guerra civile. Unamuno sarebbe diventato poi un formidabile interprete del “caballero dalla triste figura”, e del suo scudiero Sancio Panza, che “no es estupido”, dubita continuamente delle panzane di Don Chisciotte, ma continua a seguirlo. Il titolo completo del libro di Unamuno, dei primi del Novecento, era, significativamente: El sentimiento trágico de la vida en los hombres y en los pueblos. Negli uomini e nei popoli.
Le nazioni hanno i loro miti fondatori, i loro eroi. Quello dell’Iran sciita non è un conquistatore, un vincitore. Non è carismatico. Non è un liberatore. Non è neanche un profeta. E’ un perdente. Una vittima. Un leader il quale, pur accerchiato da forze militarmente soverchianti, pur dopo aver perso in battaglia tutti i suoi comandanti, pur ridotto alla sete e alla fame, rifiuta di arrendersi. Preferisce farsi uccidere, piuttosto che fare atto di sottomissione.
La leggenda si intreccia alla storia. E come succede spesso, anche in questo caso poté più la leggenda che la storia. Nel 680 si erano già succeduti diversi califfi alla testa dell’islam quando Hussein, nipote di Maometto, figlio di sua figlia Fatima e del suo genero Ali, rifiutò di dichiarare fedeltà al califfo di Damasco, Yazid. Hussein era in viaggio, con la famiglia e una scorta armata verso l’oasi di Kufa, dove i suoi avevano fomentato una rivolta contro Yazid. La notizia del fallimento della rivolta raggiunse Hussein a metà cammino. La carovana fu intercettata presso Karbala da un esercito del califfo. Gli tagliarono le vie di ritirata, i rifornimenti, persino l’accesso all’acqua. Si narra che uno dei suoi luogotenenti fosse riuscito a raggiungere l’Eufrate, ma rifiutò di bere, perché i suoi compagni rimasti accerchiati non potevano dissetarsi. La battaglia era impari: poche decine di uomini (la leggenda dice 72) contro migliaia. Hussein fu ucciso con tutti i suoi. La sua testa portata a Damasco con le donne e i bambini fatti prigionieri.
Il sacrificio di Hussein a Karbala è il mito fondante dell’islam iraniano. Lo si insegna ai bambini e si tramanda di generazione in generazione
Il sacrificio di Hussein a Karbala è il mito fondante dell’islam iraniano. E’ profondamente radicato nella psiche nazionale. Lo si insegna ai bambini sin dalla più tenera età. E’ più che semplice nazionalismo. E’ un culto della sofferenza subita dal leader a nome di tutta la sua comunità. La favola si tramanda di generazione in generazione. Il culto è capillare. Non c’è vetrina, non c’è casa in cui non ci sia un santino, un’immagine di Hussein il martire, bello e rifulgente come un Cristo giovane, o insanguinato e morente ai piedi del suo cavallo, o addirittura con una scimitarra conficcata in testa. Ashura, il decimo giorno del mese di Muharram, il giorno detto di Ashura in cui si svolse il massacro di Karbala (quest’anno ricorre il 25 giugno), è la ricorrenza più sacra per l’islam sciita. E’ un po’ come la fuga dall’Egitto per gli ebrei, la Pasqua per i cristiani. La narrazione ha una forza che supera qualsiasi cosa sia avvenuta nella realtà storica, persino qualsiasi cosa sia tramandata dai testi sacri.
Una specificità iraniana è la truculenza e la cupezza. Tra i molti colori delle bandiere dell’islam, il verde, il rosso, una per tribù, preferiscono il nero. Così come neri, in segno di lutto, sono i turbanti dei discendenti diretti di Maometto. Ancora oggi è tradizione celebrare l’Ashura (il decimo giorno) con processioni in cui i fedeli si autoflagellano a sangue, talvolta con catene e punta di flagello taglienti, lamentando il martirio dell’imam Hussein. Quella iraniana è l’unica cultura islamica ad aver fatto culto dell’immagine umana, altrimenti proibita dal Corano, e aver fatto arte teatrale del martirio. Il tazieh, dal termine arabo “condoglianza”, è una rappresentazione teatrale, un reenactment del dramma di Karbala, che fa il paio, per popolarità e resilienza, con i Mistery plays e le Passioni medievali europee. E’ una via crucis drammatizzata all’estremo, in cui lo spettatore viene coinvolto emotivamente. Non solo dalla fiction cinematografica, come ne La passione di Cristo di Mel Gibson (film del 2003, anno di guerre di vendetta per l’attentato alle Torri gemelle). Nell’Oberammergauer Passionsspiele bavarese, che tanto piaceva a Hitler, l’accento è sul realismo collettivo, sulla violenza esasperata, partecipata da attori e spettatori. Dal 1600 in poi l’intera popolazione del villaggio di Oberammergau, che era stato quasi annientato dalla peste, recita la passione di Cristo e rivive con odio l’accanimento degli ebrei nei confronti del condannato. I nazisti ne andavano matti. Ovvio: giustificava lo sterminio.
Una specificità iraniana è la cupezza. Ancora oggi è tradizione celebrare l’Ashura con processioni in cui i fedeli si autoflagellano a sangue
Un grande regista iraniano, Abbas Kiarostami, ha dato del tazieh, spettacolo cui assisteva sin da quando era bambino, un’interpretazione cinematografica memorabile. La sua cinepresa non si fissa tanto sul palcoscenico, quanto sulle reazioni degli spettatori. Uomini, donne, bambini riuniti per la festa cambiano atteggiamento mano mano che la rappresentazione si addentra nella dolorosa vicenda. I sorrisi si spengono nel momento in cui Hussein, circondato nel deserto, manda ad attingere acqua dal vicino Eufrate per la sua gente assetata da giorni, e arriva a pregare i suoi nemici di salvare almeno i bambini. Gli spettatori cessano di bere il tè, smettono di sbucciare i pistacchi e le loro guance si rigano di lacrime. Ho rivisto pubblicata da qualche parte in questi giorni una foto del fotografo iraniano Morteza Nikoubazl Nur scattata nel 2023, in occasione del 44esimo anniversario della rivoluzione iraniana. E’ tristissima. Mostra una bambina in ciador, una scolaretta con gli occhiali, che sotto lo sguardo di un gigantesco murale di Khamenei ritratto su uno sfondo di fiori, con una mano imbraccia un missile di cartone, evidentemente costruito nell’ora d’arte a scuola, con l’altra fa il segno V di vittoria.
Tazieh, autoflagellazioni, recite rituali si tenevano regolarmente nell’Iran che ho conosciuto ai tempi della cacciata dello Scià. Sono proseguite ai tempi della guerra in cui Saddam Hussein bersagliava Teheran con i suoi missili Hussein (così nominati non in onore della persona del dittatore iracheno, ma in sfregio alla figura sacra agli iraniani del loro primo martire). Continuano imperterrite ai giorni nostri. Si svolgono per strada, nei cortili delle moschee, nelle scuole coraniche o nei teatri circolari in cui la scena si svolge al centro, non a un estremo della sala. Gli stessi in cui si tengono le esibizioni tradizionali degli uomini forti, dei muscolosi giocolieri dalle grandi mazze. Anche questo culto dei muscoli ha una sua corrispondenza speculare in occidente, nei ring del wrestling americano, tutto spettacolo, tutta scena, ma poco sangue.
Il mito fondatore del cristianesimo è la tortura e crocifissione di un uomo, che soffre come soffrono gli uomini in carne ed ossa, anche se lui non è solo uomo, è al tempo stesso Dio. La principale ricorrenza è la nascita, cosa anch’essa umanissima. Seguita, ma a distanza, dalla resurrezione, che invece non lo è. La principale ricorrenza ebraica è Pesach, la liberazione dall’oppressione egiziana, il passaggio del Mar rosso. O almeno è tale nei miei ricordi d’infanzia, perché è una festa completamente laica, una serata di narrazione, canti, cena e festa in famiglia che non comporta andare al tempio o la presenza di ministri del culto. Non c’è forse popolo che non sia stato preso di mira, pestato, nei secoli, quanto il popolo ebraico. Hanno cercato di sterminarli e di costringerli alla conversione, a un cambio forzato di regime, anzi, peggio, di identità. E quelli, duri, ostinati, a resistere.
C’è stato persino chi, nel tentativo di rintracciare le origini dei rituali dell’Ashura sciita ha addirittura ipotizzato che siano stati influenzati dalla tradizione ebraica. “In ogni generazione si leverà qualcuno che cercherà di sterminarci… In ogni generazione ciascuno deve considerarsi come se fosse uscito dall’Egitto”, recita la Haggadah (il racconto) di Pesach. “Come se in ogni luogo fosse Karbala dinanzi ai miei occhi e ogni momento fosse Ashura”, recita la tradizione sciita. Pesach però non è una celebrazione di sofferenza, di martirio, ma di festosa vittoria su un tiranno, il Faraone, incomparabilmente più forte e più potente. Non è celebrazione della vendetta, e nemmeno promessa o minaccia di vendetta. E’ una festa in allegria. Non è celebrazione del lutto. Gli ebrei non celebrano eventi luttuosi, nemmeno il più luttuoso di tutti, l’Olocausto. Celebrano semmai i massacri sventati. La cifra è il ricordo, non la vendetta.
Quella conclusasi a Karbala era una delle tante guerre per la successione che hanno insanguinato tutti gli imperi, a ogni latitudine e a ogni epoca. E’ all’origine della separazione tra le due principali branche dell’islam, gli sciiti che sono 200 milioni, e non vivono solo in Iran, e i sunniti, che sono un miliardo e mezzo. Nel millennio e mezzo trascorso, hanno continuato a odiarsi, e spesso ad ammazzarsi. Era cominciata già molto prima di Karbala. E non era finita a Karbala. Non contrapponeva musulmani ad ebrei, e ancora nemmeno musulmani a crociati, ma tribù musulmane ad altre tribù musulmane, anzi cordate di famiglia ad altre cordate di famiglia. Ali, il genero a cui Maometto aveva affidato, secondo la leggenda, la guida dell’islam dopo la propria scomparsa (molti storici insistono invece che non scelse successori), fu ucciso con una spada avvelenata. Non dai nemici, ma dal sicario di un clan prima suo alleato, e poi divenuto rivale.
Gli sciiti si chiamano così da shiat Ali, il partito di Ali, cioè della famiglia di Ali. Capita ancora nelle migliori famiglie, e non solo in Oriente, che la successione sia una questione di famiglia. Il figlio di Ali, Hussein, il martire di Karbala, fu ucciso perché non riconosceva il califfo, cioè il capo della sua religione. Uno studio densissimo dell’islamista dell’Università di Bristol, Toby Mathiessen, The Caliph and the Imam. The Making of Sunnism and Shiism (Oxford University Press 2023) racconta per filo e per segno, in quasi mille pagine comprese note e bibliografia, le infinite giravolte dei rapporti tra sciiti e sunniti nei tredici secoli trascorsi da Karbala. Niente è scontato come vorrebbero le tradizioni di fazione. Individuare un filo diritto di continuità è impossibile. Guai a chi pensa si possa semplificare. I califfi sunniti si scannano tra di loro per il potere, talvolta addirittura cambiano setta confessionale per convenienza. Altrettanto volatili sono le strategie dei leader sciiti. Capita che i vincitori vincano e poi si pentano di aver vinto. Come il saudita Mohammed Bin Salman, per il quale l’ayatollah Khamenei era fino a qualche anno fa “il nuovo Hitler del medio oriente”. E ora potrebbe arrivare alla conclusione che sarebbe stato meglio trovare un modus vivendi con l’Iran. “Caos, missili e droni che volano tutt’attorno, campi, porti e impianti petroliferi che vanno a fuoco è proprio l’ultima cosa che Mbs avrebbe voluto”, dice chi se ne intende.
La successione per via ereditaria farebbe orrore a Khamenei padre. Ma quando Trump ha detto di disapprovare Mojtaba, non c’è stata scelta
Che i leader della shia iraniana si succedano di padre in figlio, per diritto ereditario, avrebbe fatto orrore a Khomeini (che dopotutto aveva rovesciato una monarchia ereditaria, quella dello Scià), e anche al suo successore Khamenei. L’uno e l’altro si erano guardati bene dall’indicare come successori i propri figli. L’idea che a succedere a Khamenei padre fosse il figlio faceva storcere il naso anche ai maggiorenti del regime. Larijani, uno dei papabili, si era dichiarato contrario. C’è chi sostiene che ammazzarlo sia stato un favore fatto ai puri e duri. Quelli che lo osteggiavano perché laico e non ayatollah, forse perché troppo intellettuale (si era laureato con una tesi su Kant e l’illuminismo), perché troppo spregiudicato e pragmatico. Temevano diventasse l’Andropov del cambio di regime in Iran, il capo del Kgb che spiana la strada a un Gorbaciov.
Era stato Donald Trump a combinare il guaio. Quando dichiarò che il successore di Khamenei avrebbe dovuto avere la sua approvazione, e disse che Khamenei figlio, Mojtaba, non gli andava bene. Era come dirgli: non avete altra scelta che eleggere Mojtaba. Una nomination al contrario, che ha finito col bloccare le alternative e a zittire, sgomentare, confondere persino l’opposizione agli ayatollah. Un invito alla perpetuazione del regime, altro che al cambio di regime!