LO STRETTO

La battaglia per liberare Hormuz

Micol Flammini

Israele e Stati Uniti si concentrano sui punti di rottura del regime nello Stretto. Il piano e la rabbia di Trump con la Nato

Hormuz deve essere riaperto. Gli Stati Uniti hanno accantonato l’idea di assicurazioni fornite dal governo americano, hanno abbandonato la proposta di coalizioni per scortare le petroliere, che ora sarebbero impossibili. Assieme agli israeliani, gli Stati Uniti hanno iniziato a colpire con più forza, intensificando la battaglia per riaprire lo Stretto con caccia mandati a bassa quota per colpire le navi da guerra ed elicotteri Apache che si occupano dei droni. E’ un mosaico di forze diverse, tutto concentrato in novantasei miglia nautiche. Il piano del Pentagono è sfiancare la Marina di Teheran nello Stretto, in modo che il regime abbia meno mezzi per fare pressione su Hormuz. In un secondo momento, l’idea di scortare le imbarcazioni all’entrata e all’uscita del Golfo Persico diventerebbe una strada percorribile. Il ricatto su Hormuz deve essere demolito, gli israeliani sono convinti che sia possibile farlo militarmente per due motivi: la Repubblica islamica non avrà più missili da lanciare contro le navi e,  senza la Marina, l’unico ostacolo rimarranno i droni. Non sono un ostacolo da poco, ma rappresentano un rischio ridotto senza gli altri elementi. Ci vorrà tempo prima che Stati Uniti e Israele riescano a imporre la pressione sufficiente a liberare lo Stretto, il regime non ha intenzione di cedere, continua a proiettare un’immagine di forza e unità. Cura l’immagine, ma non può contenere il processo di svuotamento. 


La Guida suprema, Mojtaba Khamenei, continua a non mostrarsi, è diventato un generatore di messaggi letti da giornalisti in televisione: scrive per dire che la lotta continua, per fare gli auguri di Nowruz, il Capodanno persiano, per piangere “i martiri”. Nessuno viene davvero sostituito nella Repubblica islamica che perde menti e mani – l’ultima eliminazione di peso è stato il capo dell’intelligence della milizia basij, Esamail Ahmadi – ma mantiene ancora una forte abilità di colpire dovunque, di bloccare il trasporto globale del petrolio, di causare una crisi che coinvolge il mondo. “Tutto finirà prima di quello che la gente pensa”, ha detto il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Il presidente americano, Donald Trump, ha invece detto che la “lotta è stata VINTA”. L’ha scritto su Truth in un messaggio rabbioso contro gli alleati dell’Alleanza atlantica che non si sono uniti alla guerra contro Teheran: “Senza gli USA, la NATO è una tigre di carta! Non volevano unirsi alla lotta per fermare un Iran dotato di armi nucleari. Ora che quella lotta è stata VINTA militarmente, con pochissimi pericoli per loro, si lamentano degli alti prezzi del petrolio che sono costretti a pagare, ma non vogliono contribuire all’apertura dello Stretto di Hormuz, una semplice manovra militare che è l’unica ragione degli alti prezzi del petrolio. Così facile per loro, con così pochi rischi. CODARDI, e noi RICORDEREMO!”. Hormuz rimane al centro, ma il Pentagono sta inviando altre tre navi da guerra e migliaia di marines. Il calcolo è che non guardi allo Stretto, ma all’isola di Kharg, considerata da molti analisti come il vero punto di rottura del regime. 

  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)