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La parata in Iran

Il regime iraniano celebra se stesso, ma senza AI sarebbe stato un guaio per le inquadrature

Tatiana Boutourline

Nel “giorno della vittoria” la Repubblica islamica ostenta missili, fantocci di Trump e minacce all’Occidente, ma la parata appare stanca e riciclata. Riempire le piazze per il regime è di anno in anno più difficile, figurarsi dopo i massacri

Il cielo sopra Teheran era plumbeo, “Allahu akbar”, gracchiavano gli altoparlanti mentre palloncini bianchi e verdi ondeggiavano nel vento e una donna con l’ultimo iPhone tra le dita avanzava calpestando una bandiera a stelle e strisce. “Morte a Israele”, “Morte all’America”, “Morte a Reza Pahlavi”, gridava il popolo del regime, perché ieri, 11 febbraio, il 22 del mese persiano di Bahman, era “il giorno della vittoria” della Repubblica islamica, il quarantasettesimo anniversario della rivoluzione e nel vocabolario khomeinista non esiste parola più paradigmatica di “morte”. “Deludete il nemico”, ha chiesto la Guida suprema in un messaggio diffuso alla vigilia dei festeggiamenti.

 

I suoi maestri di cerimonie hanno provato a soddisfarlo con una coreografia di bandierine e stendardi, cartelli con su scritto “Donna vita Epstein” al posto dell’odiato “Donna vita libertà”, fantocci con Donald Trump mostrificato e fotomontaggi in cui il presidente americano è in manette e tenuta carceraria, spalla a spalla con Bibi Netanyahu e Reza Pahlavi, e poi bambini in mimetica che posano su finte bare avvolte nella bandiera americana, ciascuna occupa un gradino e porta il nome di un generale americano, tra tutti spicca quello del comandante Centcom Brad Cooper, il quale a Muscat la settimana scorsa assieme agli inviati di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner. E ancora brandelli di droni israeliani abbattuti, missili, moltissimi missili, “assai più performanti di prima perché sono stati potenziati dopo la Guerra dei dodici giorni”, rassicurava un giornalista della tv di stato. E in mezzo al corteo sfilavano i notabili del regime. I politici, tra cui il presidente Masoud Pezeshkian, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, che teneva un bambino tra le braccia, il torvo capo della giustizia Gholam-Hossein Mohseni Ejei, l’altrettanto torvo ministro dell’Intelligence Esmail Khatib, e i generali, tra i tanti, l’enigmatico comandante di al Quds, Esmail Qaani, il capo di stato maggiore delle Forze armate, Abdolrahim Mousavi, il comandante del corpo dei sepah-e-pasdaran, Mohammad Pakpour, e il capo della Polizia, Ahmad Reza Radan, immortalato sorridente come non mai mentre concedeva selfie.

 

Ma nonostante gli sforzi, la parata è parsa più finta e più fiacca del solito, ogni tanto le immagini stringevano su uomini con l’aria stanca e annoiata e la kefiah intorno al collo che alzavano cartelli con Qassem Suleimani da un lato, Ebrahim Raisi dall’altro e Khamenei in mezzo. Dei tre, Khamenei, il grande assente della giornata, era l’unico vivo e l’effetto delle immagini riciclate esacerbava il generale senso di fatica, anche perché il giorno della vittoria è stato preceduto dalla notte dell’odio, una notte in cui all’invocazione “Allahu akbar”, i cittadini di Teheran hanno risposto con il grido: “Questo è l’anno del sangue. Khamenei morirà”. E siccome in queste settimane alla Guida suprema è stata invocata la morte così spesso e in così tanti modi, a un certo punto un inviato della televisione pubblica è incappato in un lapsus e invece di prendersela con Trump ha detto anche lui “marg bar Khamenei”, ossia morte a Khamenei.

 

Riempire le piazze per il regime è di anno in anno più difficile, figurarsi dopo i massacri, dopo la Guerra dei dodici giorni, con l’asse della resistenza che è l’ombra di se stesso e l’armada di Trump nel Golfo Persico. I tradizionalisti sono disgustati dalla violenza, i diseredati dall’indifferenza delle fondazioni islamiche, il bazar impoverito incolpa la Repubblica islamica della sua crisi inarrestabile, e siccome gli impiegati pubblici minacciati non bastano, i parenti altrettanto minacciati dei manifestanti neppure: se non ci fosse l’intelligenza artificiale sarebbe davvero un guaio per le inquadrature del regime.

 

Ma ieri oltre a essere il giorno della propaganda è anche stato il giorno dei messaggi. Araghchi ha parlato del negoziato con gli americani per ribadire che la questione dei missili non è sull’agenda (nelle stesse ore, dal Qatar, Ali Larijani, l’altro plenipotenziario di Khamenei lasciava intendere che altri punti potrebbero essere trattati in futuro se la trattativa andasse avanti). Il presidente Pezeshkian ha descritto con il solito stile fumoso il muro di sfiducia che separa la Repubblica islamica dall’Europa e dall’America e un istante dopo ha ripetuto che Teheran è comunque determinata a dialogare. Ma le parole più importanti, quelle destinate alle cancellerie occidentali sono arrivate ancora una volta dai generali. “Qualsiasi attacco militare contro l’Iran porterà all’inizio di una guerra che non rimarrà entro i nostri confini nazionali”, ha detto l’ammiraglio Ali Shamkhani. “Se ci colpiscono non ci sarà mai un cessate il fuoco”, ha rincarato l’ex comandante pasdaran Mohsen Rezai.

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