Repressione Made in China in Iran

Giulia Pompili

Come Mosca, anche Pechino ha addestrato alla repressione l’Iran, ma non vuole immischiarsi

Ieri a Davos, mentre inaugurava la sua iniziativa Board of Peace, il presidente americano Donald Trump in un lungo discorso ha anche detto che “l’Iran vuole dialogare e noi dialogheremo”. Poche ore prima il capo dei pasdaran, il comandante Mohammad Pakpour, in occasione della giornata celebrativa dei Guardiani della rivoluzione, aveva detto di avere “il dito sul grilletto”, una minaccia contro America e Israele, rilanciata non a caso da tutti i media cinesi. Tra le sanzioni che l’Ue ha intenzione di approvare al Consiglio della prossima settimana probabilmente non ci saranno i pasdaran (per via dell’opposizione di Italia, Spagna e Francia) ma ci saranno diverse aziende tecnologiche responsabili del blocco di internet e della repressione sin dall’inizio del massacro su larga scala di oltre due settimane fa. Ma l’effetto su Teheran sarà minimo: da anni ci sono aziende come la cinese Tiandy Technologies che aiutano il regime a sopravvivere. 

 

Si parla di uno strano silenzio da parte di Pechino riguardo agli ultimi sviluppi internazionali. A parte le  condanne ufficiali su Venezuela e sul rischio dazi americani contro chi fa affari con l’Iran, la leadership cinese ha mantenuto un profilo basso sull’eventualità di uno strike americano contro Teheran.

 

Da settimane i media cinesi si limitano a rilanciare la propaganda iraniana di una situazione tornata rapidamente alla normalità, senza il bagno di sangue che in realtà continua ancora oggi per le strade delle città iraniane. Due giorni fa il Global Times ha pubblicato l’intervista a un ricercatore cinese tornato da Teheran che diceva: il mio volo era mezzo vuoto, ma quali evacuazioni. E del resto è stato su pressione di Pechino che l’Iran ha aderito alla Shanghai Cooperation Organization (Sco) nel 2023, l’organizzazione di sicurezza internazionale guidata dalla Repubblica popolare che però, anche durante la Guerra dei dodici giorni con Israele, finora si è mossa molto poco per Teheran – a parte una telefonata, la scorsa settimana, fra il  segretario generale della Sco Nurlan Yermekbayev e il ministro degli Esteri iraniano Seyed Abbas Araghchi.   Sebbene più dell’80 per cento del petrolio iraniano finisca in Cina, Pechino, come Mosca, è cauta nel sostenere le stratificazioni del potere iraniano, si muove dietro le quinte, agisce quando ne ha bisogno per interesse nazionale. 

 


L’interesse nazionale della seconda economia del mondo che vuole mostrarsi al Sud globale come l’unica  potenza responsabile non è di certo a favore della democrazia e della libertà, anzi. La Cina per anni ha contribuito, come la Russia, a costruire il sistema repressivo iraniano. Secondo diverse inchieste di media americani la Tiandy, “fornitore globale di soluzioni di sicurezza intelligenti” con sede a Tianjin e punti di distribuzione in tutto il mondo, Italia compresa, è stata inserita nella “entity list” americana nel 2022 per il suo ruolo nella repressione nello Xinjiang e per le forniture offerte  al Corpo delle guardie della rivoluzione islamica. Tiandy rifornisce le strutture del regime di telecamere con riconoscimento facciale, software, ma anche di furgoni, apparecchi di ascolto e altre attrezzature per la “sorveglianza ad alta tecnologia”. 

 


Spesso il business arriva insieme a un coordinamento  governativo. Ahmad-Reza Radan, capo della polizia iraniana sotto sanzioni un po’ ovunque in occidente e macellaio della repressione di queste settimane, due anni fa è stato a Pechino, e con il ministro cinese della Sicurezza pubblica, Wang Xiaohong, ha firmato un accordo di cooperazione tra forze dell’ordine contro quello che a Teheran e a Pechino chiamano “terrorismo”, che spesso è solo dissenso. Da più di dieci anni, poi, i poliziotti iraniani possono studiare alla People’s Public Security University of China di Pechino, per uno scambio fruttuoso su come sedare proteste e salvare il regime. I cinesi però non sono particolarmente affascinati dal regime iraniano, tanto che l’8 gennaio scorso, quando l’ambasciatore di Teheran a Pechino, Abdolreza Rahmani-Fazli, ha detto che l’Iran garantirà la sicurezza di aziende e cittadini cinesi nel paese e spera di ricevere aiuto dalla Cina e da altri “paesi amici”, uno dei più importanti commentatori politici cinesi, Zhanhao, su WeChat ha scritto: la Cina non si sacrificherà per l’Iran, e l’Iran dovrebbe smettere di aspettarsi che la salvi. 

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.