(foto EPA)
L'editoriale del direttore
È l'antisemitismo degli ayatollah il virus che ha divorato l'Iran
Quanto pesa il fattore Israele nel cedimento strutturale del potere islamista. L’ossessione antisraeliana e antisemita rende il regime ostaggio del complottismo e vittima del suo stesso estremismo. Bret Stephens illumina sul Nyt una verità rimossa
Bret Stephens è un grande giornalista americano, è uno stimato osservatore di cultura conservatrice e negli ultimi anni si è specializzato in una disciplina fondamentale per i tempi che corrono: offrire chiavi di lettura utili a creare ordine nel disordine provando a raccontare la contemporaneità con uno sguardo sorprendente, curioso, imprevedibile e soprattutto, pur essendo spesso scorretto, corretto politicamente, nella misura in cui cioè le sue analisi politiche sono frutto di una semplice e corretta analisi della realtà. Bret Stephens scrive sul New York Times e pochi giorni fa, ragionando attorno ai temi che riguardano il futuro dell’Iran, ha avuto il coraggio di illuminare una verità rimossa da molti che potremmo così sintetizzare: quanto sta pesando il fattore Israele nel cedimento strutturale del regime iraniano. Di fronte a una premessa del genere, l’osservatore più pigro e anche malintenzionato potrebbe pensare che il riferimento di Stephens è al modo in cui, come sostiene la propaganda iraniana, il sionismo si sia malignamente infilato nelle piazze di Teheran per guidare i rivoltosi desiderosi di colpire la dittatura degli ayatollah.
Il riferimento di Stephens, invece, è del tutto diverso e non riguarda neanche un dato fattuale che ha a che fare con il modo in cui lo Stato ebraico, grazie alle sue operazioni militari, ha tagliato progressivamente alla piovra iraniana i suoi tentacoli minacciosi. Stephens si riferisce a un punto preciso: quanto l’antisemitismo degli ayatollah ha lentamente distrutto l’Iran, portandolo al collasso. Bret Stephens ricorda che, negli anni, la politica estera iraniana ha mescolato liberamente furie antisraeliane con quelle antiebraiche (d’altronde, il manifesto fondativo del regime ricorda che “fin dall’inizio, il movimento storico dell’Islam ha dovuto fare i conti con gli ebrei, perché furono loro i primi a stabilire la propaganda anti islamica”). E lo ha fatto in vari modi. Con circa quattro miliardi di dollari stimati di finanziamento in dieci anni, ha sostenuto Hezbollah in Libano, il cui obiettivo ha sempre coinciso con la distruzione di Israele. Ha ordinato attacchi terroristici antisemiti a lungo raggio, tra cui l’attentato del 1994 a un centro culturale ebraico a Buenos Aires, che uccise 85 persone. Ha fornito armi e addestramento a Hamas, insieme a missili balistici per gli houthi dello Yemen. Ha ripetutamente suscitato l’indignazione internazionale ospitando una conferenza di negazionisti dell’Olocausto e concorsi di vignette antisemite. E da anni il regime iraniano teorizza la necessità della cancellazione di Israele dalla mappa geografica (durante le operazioni militari israeliane in Iran è stato colpito a Teheran un orologio speciale che segnava il conto alla rovescia fino al 2040, data entro la quale secondo l’ayatollah il “regime sionista” sarebbe stato letteralmente cancellato dalla storia).
L’ossessione antiebraica e antisraeliana ha portato a drenare risorse su risorse spostandole dalla cura del popolo iraniano alla cura della distruzione del popolo israeliano e tutto questo è avvenuto non per ragioni storiche ma per ragioni legate esclusivamente all’ideologia islamista: prima della rivoluzione del 1979, l’Iran era uno dei primi paesi a maggioranza musulmana a riconoscere Israele e ai tempi dello scià i loro legami erano solidi. Sul piano economico, è documentato che Teheran ha finanziato e sostenuto con risorse e canali di elusione delle sanzioni la sua rete armata anti Israele a lungo: da Hezbollah a Hamas passando per gli houthi e il jihad islamico. Lo stesso, in questi anni, è successo in fondo anche a Gaza, dove Hamas nel corso degli anni ha drenato risorse civili trasformandole in infrastrutture militari, con fondi internazionali, tasse locali e materiali destinati a scuole, case e reti idriche deviati verso la costruzione di tunnel, bunker e postazioni fortificate, con cemento e acciaio per abitazioni finiti sottoterra, con carburante ed elettricità usati per la logistica bellica e con la scelta sistematica di sacrificare il benessere della popolazione per preparare la guerra contro Israele. L’investimento fatto sull’antisemitismo, da parte del regime iraniano, è stato, come ricorda Bret Stephens, controproducente dal punto di vista economico, e oggi nelle piazze di Teheran non è difficile trovare manifestanti con striscioni come questo: “Né Gaza né Libano, la mia vita per l’Iran”. L’antisemitismo, scrive Stephens sul New York Times, è per un paese, oltre che pericoloso, anche maledettamente stupido “perché alimenta una mentalità di raccapriccianti teorie del complotto; perché cerca capri espiatori per i fallimenti nazionali invece di assumersene la responsabilità; perché stigmatizza e reprime una minoranza produttiva e istruita”.
Le società che hanno espulso o perseguitato le proprie comunità ebraiche, dalla Spagna alla Russia al mondo arabo, scrive ancora Stephens, sono state tutte società destinate a un declino, sul lungo termine. Lo stesso sta accadendo all’Iran moderno. Israele, in questi anni, ha fatto molto per isolare l’Iran, attraverso le guerre vinte contro i tentacoli della piovra del terrore. Ma l’ossessione antisraeliana e antisemita del regime iraniano ha prodotto in questi anni anche un processo interno più forte, più letale, più evidente: ha spinto un regime islamista a restare ostaggio del complottismo e a diventare vittima delle sue stesse ossessioni estremiste. Cancellare Israele dalla mappa geografica, per fortuna, è un’ipotesi remota, nonostante i molti utili idioti degli ayatollah che hanno sognato di vedere trionfare i “partigiani” di Hamas dal fiume al mare. Vedere cancellare il regime degli ayatollah dalla mappa geografica, al contrario, potrebbe essere qualcosa di più di una prospettiva da sogno. Non si sa se questo succederà. Ma se dovesse succedere, buona parte del merito potrà essere individuato in quel filone suggerito da Stephens: cioè nel modo in cui l’antisemitismo degli ayatollah ha contribuito a distruggere dall’interno un paese un tempo gioiello chiamato Iran.
Gli editor dei terroristi