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Al Jazeera non sarà più accessibile in Israele. Il voto unanime e la definizione di "megafono di Hamas"

Redazione

Il governo israeliano ha approvato all'unanimità una legge per chiudere tutte le attività dell'emittente in Israele. Dopo il 7 ottobre erano aumentate le divisioni sul canale del Qatar per lo spazio lasciato ai terroristi

“Il governo da me guidato ha deciso all’unanimità: il canale Al Jazeera sarà chiuso in Israele”, ha scritto domenica su X il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dopo che il governo ha  approvato all’unanimità una legge per chiudere tutte le attività dell'emittente in Israele per 45 giorni, in conformità con una legge approvata ad aprile dalla Knesset, il Parlamento israeliano, che consente la chiusura temporanea dei media stranieri ritenuti dannosi per la sicurezza nazionale.

A poche ore dalla decisione il canale del Qatar  non era già più disponibile sui due principali emittenti, Yes e Hot, e anche i siti  web in lingua inglese e araba non erano disponibile sull'internet israeliano. Il ministro delle comunicazioni di Israele e membro del partito Likud di Netanyahu, Shlomo Karhi, che aveva già definito Al Jazeera il “megafono di Hamas”, dopo il voto   ha subito firmato quattro ordini che ordinavano ai fornitori televisivi israeliani di cessare le trasmissioni del canale Al Jazeera, nonché di chiudere i due uffici della rete in Israele, entrambi a Gerusalemme, confiscare le apparecchiature di trasmissione del canale, compresi i cellulari, e bloccare accesso al sito web di Al Jazeera in Israele.   Con un comunicato congiunto, Karhi e Netanyahu hanno scritto che "i corrispondenti di Al Jazeera hanno danneggiato la sicurezza di Israele e incitato contro i soldati delle Forze di difesa israeliane. E' giunto il momento di espellere il megafono di Hamas dal nostro paese”. Anche il ministro dell'Economia, Nir Barkat, ha descritto la rete del Qatar come "il più grande motore dell'antisemismo del mondo" e ha accolto con favore la decisione.

La decisione dovrà essere rinnovata ogni 45 giorni e vale soltanto per l'ufficio di Gerusalemme: non ci sarà nessun impedimento al canale di trasmettere dalla Cisgiordania o dalla Striscia di Gaza.  Negli ultimi anni e soprattutto dopo il 7 ottobre in Israele sono aumentate le divisioni sul  canale in lingua araba per aver dato spazio a organizzazioni come Hamas, che spesso fornisce anche esclusive alla rete.  

 Al Jazeera è di proprietà del Qatar che ospita Hamas in nome della Fratellanza Musulmana. Ma in una situazione come Gaza, al Jazeera è anche una delle “fonti” del giornalismo occidentale. Sul Foglio Giulio Meotti ha raccontato quando, a fine marzo, il canale aveva diffuso la notizia degli stupri israeliani alle donne di Gaza durante il raid all’ospedale Al Shifa per poi ritrattare: era falsa. Anche l’editorialista ed ex direttore di al Jazeera, Yasser Abuhilalah, aveva ammesso: “La storia dello stupro delle donne nell’ospedale al Shifa è stata inventata... La donna che ha parlato dello stupro ha giustificato la sua esagerazione e il suo discorso scorretto dicendo che l’obiettivo era suscitare il fervore e la fratellanza della nazione”.

 

A fine novembre, Al Jazeera aveva chiedendo a un vecchio palestinese ferito di dare la sua testimonianza oculare da un ospedale di Gaza. Aveva detto: “Quello che sta succedendo è criminale! Perché la resistenza (Hamas) si nasconde tra noi? Perché non vanno all'inferno e si nascondono lì? Non sono resistenza”. Il reporter ha poi chiuso il collegamento. 

 

 

Micol Flammini racconta come i terroristi di Hamas hanno iniziato da tempo a reclutare giornalisti e la storia del giornalista di  al Jazeera Ismail al Ghoul,  arrestato e liberato da Israele all’ospedale al Shifa, a Gaza 

Anche alcuni fotografi, che hanno ripreso e raccontato in tempo reale il massacro di Hamas del 7 ottobre, sono stati oggetto di un'indagine:  erano freelance palestinesi di Gaza e collaboratori delle principali agenzie di stampa e   i grandi dell’informazione globale: Associated Press e Reuters, Cnn e New York Times. Come definirli? Fotogiornalisti o infiltrati? 

 

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