LaPresse

editoriali

Le armi di Londra a Israele. La fornitura per ora non è in discussione

Redazione

L'opinione pubblica e l'opposizione pressano il governo affinché fermi le vendite di armamenti a Netanyahu. La scomoda posizione di Cameron

Le prime pagine dei giornali inglesi sono da giorni piene di appelli: fermate la vendita di armi a Israele. Appelli e lettere circolano da tempo, ma dopo l’uccisione a Gaza, in un raid israeliano, dei sette volontari dell’organizzazione World Central Kitchen (tre sono cittadini britannici), la pressione sul governo è aumentata. Il ministro degli Esteri, David Cameron, ha scritto sul Sunday Times un editoriale in cui dice che il diritto di Israele a difendersi è un principio “fondante” per il Regno Unito, ma che il sostegno non è senza condizioni: “Ci aspettiamo che questa democrazia fiera e di successo rispetti la legge umanitaria internazionale”. Cameron ha annunciato un pacchetto da 10 milioni di sterline per la salvaguardia del corridoio marittimo per gli aiuti – una nave della Royal Navy fa da assistenza per la logistica – e ha chiesto che i camion di aiuti alla popolazione di Gaza passino da 150 a 500 al giorno.

L’opposizione chiede che Cameron e il governo rendano pubblico il documento legale in cui si stabilisce se Israele stia violando la legge internazionale – se così fosse, non c’è un vincolo che impone a Londra di sospendere la fornitura, ma la posizione del governo diventerebbe più fragile. Il documento resta confidenziale, al momento l’esecutivo non ha intenzione di fermare la vendita delle armi – è un contributo piccolo (42 milioni di sterline nel 2022) rispetto a quello dell’America, ma un’eventuale sospensione britannica metterebbe sotto pressione anche Washington. L’ex premier Boris Johnson ha criticato Cameron: il ministro avrebbe dovuto escludere l’ipotesi di un eventuale divieto di vendita, cosa che sarebbe “insane” per Israele, ha detto Johnson. Il vicepremier Oliver Dowden  ha ribadito che la politica di vendita delle armi non è cambiata. Cameron si trova nella scomoda posizione di voler continuare a sostenere Israele, di dover gestire un documento riservato ma ricercatissimo, e di dover affrontare un’opinione pubblica interna ostile a Israele (è anno elettorale).

Di più su questi argomenti: