Alexei Navalny e Natan Sharansky 

In Russia

Il virus della libertà. Lo straordinario e coraggioso carteggio tra Alexei Navalny e Natan Sharansky

Paola Peduzzi

Gli stessi metodi di Putin e dell’Urss per distruggere il dissenso, l’ispirazione di chi non si arrende e l’ironia come codice di sopravvivenza

Nella primavera del 2023, Alexei Navalny e Natan Sharansky si scrissero delle lettere, due ciascuno. Il sito Free Press, fondato da Bari Weiss, le ha pubblicate: ci sono le foto delle lettere scritte a mano – Navalny era rinchiuso nella colonia penale Ik-6 “Melekhovo”, a 250 chilometri da Mosca: usa la carta da lettere con l’intestazione del carcere; Sharansky risponde da Gerusalemme – e la loro traduzione in inglese. È un documento lucido e commovente di due testimoni della brutalità dell’Unione sovietica e della Russia di Vladimir Putin.

Sharansky, che è nato 76 anni fa Donetsk, nell’allora Donbas sovietico, è stato accusato di alto tradimento, condannato a tredici anni di lavori forzati nel 1977 – ha fatto il giro di molte carceri russe, tra cui Perm 35, una colonia penitenziaria nell’oblast di Perm, vicino agli Urali – e poi liberato nel 1986 all’interno di uno scambio di prigionieri: fu il primo prigioniero politico liberato da Mikhail Gorbaciov. Nel 1988 pubblicò “Fear no Evil”, non temere alcun male, uno dei manifesti del dissenso più famosi del mondo, che è il libro che Navalny si è fatto portare in prigione quando ha avuto una rara possibilità di richiederne uno. Ed è “da lettore” che Navalny – morto il 16 febbraio scorso nell’ultima colonia penitenziaria nell’Artico dove era stato trasferito a dicembre – scrive la sua prima lettera a Sharansky: Navalny aveva richiesto la carta il 30 marzo, scrive il 3 aprile 2023 e si scusa per l’intrusione di “uno sconosciuto”, ma dopo aver letto “Fear no Evil” ha sentito la necessità di scrivergli. “Ti saluto dall’oblast di Vladimirskaya, anche se non sono sicuro che tu ne abbia conservato un ricordo caldo – inizia Navalny – Ora mi trovo nella colonia penale IK-6 Melekhovo, ma dalla prigione di Vladimirskaya mi scrivono che stanno preparando una cella per me. Quindi probabilmente mi ritroverò nella stessa colonia in cui sei stato tu, solo che ora probabilmente ci sarà una targa con scritto ‘Qui è stato detenuto Natan Sharansky’”. Navalny racconta di aver letto il libro mentre era nella cella di isolamento – ci sono due tipologie di isolamento, il Pkt e lo Shizo, che una  portavoce di Navalny ha descritto così: “Stesso letto incatenato al muro, stessi 35 minuti al giorno per leggere le lettere, no telefonate, no visite. Ma nel Pkt puoi avere due libri invece che uno solo”. Navalny scrive mentre è nel trattamento Shizo, “saranno 128 giorni in totale”. Navalny ha sorriso quando ha letto nel libro di Sharansky: “Sono stato penalizzato con una serie di 15 giorni di Shizo, e poi, in quanto trasgressore delle regole del carcere, sono stato al Pkt per 6 mesi”. “Mi ha divertito il fatto che – scrive Navalny – non è cambiata né l’essenza del sistema né lo schema delle sue azioni”. La Russia di Putin è come l’Unione sovietica, Navalny dice che il libro lo ha aiutato, perché Sharansky ha trascorso 400 giorni in una cella di punizione con cibo razionato, “e uno capisce che ci sono persone che pagano il prezzo più alto per le proprie convinzioni”. Navalny cita le cartoline che la moglie di Sharansky, Avital, gli mandava (sono raccolte nel libro): le parole sono tutte cancellate, censurate, “poi vado in tribunale dove cercano di convincermi che bruciare le lettere che mi sono state inviate è legale”. 


In questa prima lettera, Navalny scrive che sa di non essere il primo a subire questo trattamento, ma vuole fare di tutto per essere l’ultimo. “Il tuo libro dà speranza perché la somiglianza tra i due sistemi – l’Unione sovietica e la Russia di Putin – la loro somiglianza ideologica, l’ipocrisia che è alla base della loro essenza, e la continuità dal primo al secondo – tutto questo garantisce un crollo altrettanto inevitabile. Come quello a cui abbiamo già assistito. La cosa più importante è arrivare alle giuste conclusioni, in modo che questo stato di menzogna e ipocrisia non entri in un nuovo ciclo. Nella prefazione dell’edizione del 1991 tu scrivi che i dissidenti nelle carceri hanno conservato il ‘virus della libertà’ e che è importante evitare che il Kgb inventi un vaccino contro di esso. Ahimè, l’hanno inventato. Ma oggi la colpa non è loro, è nostra, che ingenuamente pensavamo che non si potesse tornare indietro. E per amore del bene, va bene truccare le elezioni un po’ qui, o influenzare i tribunali un po’ là, e soffocare la stampa un po’ qui e là.  Queste piccole cose e la convinzione che sia possibile modernizzare l’autoritarismo sono gli ingredienti di questo vaccino”. Navalny denuncia l’immobilismo che ha portato all’impunità del regime di Putin, ma non si dà per vinto, così come oggi che quel sistema lo ha ucciso, sua moglie Yulia risponde all’appello di suo marito: “Se mi uccidono, non potete permettervi di arrendervi”. Scrive Navalny a Sharansky: “Tuttavia, il ‘virus della libertà’ è ben lungi dall’essere debellato. Non sono più decine o centinaia come prima, ma decine e centinaia di migliaia le persone che non hanno paura di parlare per la libertà e contro la guerra, nonostante le minacce. Centinaia di loro sono in carcere, ma sono fiducioso che non si lasceranno abbattere e non si arrenderanno. E molti di loro traggono forza e ispirazione dalla tua storia e dalla tua eredità. Io sono uno di loro”. Navalny saluta citando lo stesso Sharansky, che quando fu condannato a 13 anni di lavori forzati disse: “Alla corte non ho nulla da dire. A mia moglie e al popolo ebraico dico: l’anno prossimo a Gerusalemme”.


È da Gerusalemme che risponde Sharansky: “Ho provato una specie di choc nel ricevere questa lettera. Il pensiero che provenga direttamente da un Shizo, dove hai già trascorso 128 giorni, mi emoziona come si emozionerebbe un anziano signore ricevendo una lettera dalla sua alma mater, l’università dove ha trascorso molti anni della sua giovinezza”.  Gli risponde “da autore a lettore” e poi “da ammiratore”. Da autore Sharansky racconta che quando stava scrivendo “Fear no Evil”,  tutti i suoi amici o erano in un gulag o a combattere, per cui aveva immaginato il saggio non soltanto come un memoir, ma come “un manuale su come comportarsi in un confronto con il Kgb”. Ma quando il saggio fu pubblicato in russo, l’Urss stava già crollando e per questo è diventato quasi “un romanzo storico sull’oscuro Medioevo. E ora... ‘il sogno di un idiota si è avverato!’. Prima Vladimir Kara-Murza e ora tu mi scrivete che questo libro ‘funziona’ oggi in una prigione russa. La mia sventura ha almeno questo lato positivo”. Da ammiratore, Sharansky scrive che Navalny è un dissidente “con stile”, coraggioso e indefesso. Ricorda che un reporter europeo gli aveva chiesto: perché Navalny è tornato dopo l’avvelenamento in Russia, era ovvio come sarebbe finita, “non capisce una cosa così semplice?”. E Sharansky gli aveva risposto “piuttosto sgarbato”: “Sei tu che non capisci le cose semplici. Se pensi che il suo obiettivo sia la sopravvivenza, allora hai ragione. Ma la sua preoccupazione è il destino del suo popolo al quale sta dicendo: ‘Io non ho paura e anche voi non dovete avere paura’”. Sharansky augura di mantenere la sua “libertà interiore”, gli dice che cosa ha imparato lui dalla prigionia: “Ho scoperto che, oltre alla legge della gravitazione universale delle particelle, esiste anche una legge della gravitazione universale delle anime. Rimanendo una persona libera in carcere, tu, Alexei, influenzi le anime di milioni di persone in tutto il mondo”. Poi Sharansky si rammarica di questo ritorno del passato: “Volodya Bukovsky una volta insistette, dopo la caduta dell’Urss, che il comunismo doveva essere messo sotto processo. Ma erano in pochi a condividere questa idea – dopo tutto, il mondo libero ha vinto “senza che venisse sparata una pallottola”, perché tornare al passato?  Spero che ora, dopo che tutti questi colpi sono stati sparati, sia chiaro perché era necessario allora e perché sarà necessario domani”. Sharansky chiude con un messaggio di speranza, ricordando che si sta sedendo a tavola per la Pasqua ebraica con in testa una kippah che è stata fatta dal suo compagno di cella ucraino, quarant’anni fa, cucendo la pezza che utilizzava sotto i piedi: “Ecco quanto ogni cosa è intrecciata in questo mondo”. L’ultima frase, prima di un abbraccio, è una citazione biblica: “Auguro a te e a tutta la Russia un Esodo il prima possibile”.


Navalny risponde l’11 aprile (aveva richiesto la carta il 7), una piccola nota di ringraziamento, in cui dice che si è commosso per la seconda volta e ha dovuto nascondersi dagli altri: la prima volta era stata quando aveva letto in “Fear no Evil” quel che Sharansky aveva detto a sua moglie, la prima volta che l’aveva incontrata dopo nove anni di gulag: “Perdonami se sono un pochino in ritardo”. Poi Navalny scrive, preciso: “Nella tua alma mater tutto è come prima. Le tradizioni sono rispettate. Venerdì sera mi hanno fatto uscire dallo Shizo, oggi, lunedì, mi hanno ridato 15 giorni. Tutto secondo l’Ecclesiaste: ciò che è stato, sarà. Ma continuo a credere che correggeremo questa cosa e che un giorno in Russia ci sarà quello che non c’era. E non sarà quello che è stata”. Navalny chiude la lettera con l’ironia che lo contraddistingue e che contraddistingue anche Sharansky: vittime senza vittimismo. “E dopo tutto – scrive Navalny – dove trascorrere la settimana santa, se non a Shizo!”.


Sharansky risponde una settimana dopo, anche lui brevemente, perché la connessione tra le persone non va interrotta, “non posso dire tra il mondo libero e il mondo non libero, poiché oggi sei più libero di molte persone (se non della maggior parte) in entrambe le parti del nostro mondo”. Di nuovo poi ironia, speranza e incoraggiamento si mischiano assieme: “Io avevo alcuni vantaggi rispetto a te, dopotutto sono alto 159 centimetri e avevo le tue stesse razioni di cibo. Nella cella di punizione, le maniche della mia giacca erano così lunghe che potevo tenermi al caldo, mentre per te probabilmente arrivano solo ai gomiti. Ma almeno puoi ricevere queste lettere e soprattutto condividere la tua esperienza in tempo reale”. Sharansky cita una poesia di Nikolai Zabolotsky: “Non lasciare che la tua anima sia pigra, non pestare l’acqua nel mortaio, l’anima è costretta a lavorare, sia di giorno sia di notte, sia di giorno che di notte”, e scrive: “In Russia le persone fanno fatica a farlo, ma tu lo fai senza sforzo”. Le ultime parole, senza sapere che sarebbero state le ultime, sono di nuovo ironiche: “A giudicare da tutto il tempo che hai trascorso in Shizo, presto batterai tutti i miei record. Spero che tu non ce la faccia”.
Bari Weiss, che ha pubblicato questo carteggio, ha sentito Sharansky dopo la morte di Navalny, e le ha detto: “Noi dissidenti utilizziamo questo humor nero. Questa battuta è più nera di quanto avrei mai potuto immaginare”.
 

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi