ANSA 

Arsenali europei

Scholz chiama gli europei a fare di più per le armi a Kyiv

David Carretta

Finora sono stati la Germania e i paesi più piccoli a mobilitarsi, mentre le forniture di Roma e Parigi sono state deludenti. Il vertice della resa dei conti 

Bruxelles. Il vertice europeo straordinario del primo febbraio non sarà solo una resa dei conti con Viktor Orbán sugli aiuti finanziari dell’Ue all’Ucraina. Potrebbe trasformarsi anche in una resa dei conti tra la Germania e gli altri grandi stati membri sugli aiuti militari a Kyiv. Perché se il governo di Olaf Scholz ha deciso di assumersi le sue responsabilità per rispondere all’aggressione della Russia anche sul piano dell’assistenza militare, lo stesso non si può dire di Parigi, Roma e Madrid. Alla fine dello scorso anno, Berlino ha deciso di raddoppiare il suo sostegno all’Ucraina portandolo a 8 miliardi di euro per il 2024. Il valore delle forniture annunciate pubblicamente da Francia, Italia e Spagna nel corso dei quasi due anni di guerra non raggiunge il miliardo. Il cancelliere tedesco ha espresso la sua irritazione in modo esplicito lunedì. Il contributo della Germania “da solo non sarà sufficiente a garantire la sicurezza dell’Ucraina nel lungo periodo”. Le forniture di armi decise “dalla maggioranza degli stati membri dell’Ue sono troppo piccole”. Scholz ha chiesto agli altri di fare di più e che venga preparata,   “al più tardi” entro il Consiglio europeo del primo febbraio, la lista di ciò che ciascun governo si prepara a fornire. 

“Chiedo ai nostri alleati nell’Ue di rafforzare i loro sforzi nel sostegno dell’Ucraina”, ha detto Scholz: “Abbiamo bisogno di contributi più alti”. L’appello non è rivolto ai piccoli stati membri. Molti di loro hanno fatto di più della Germania rispetto al pil. I baltici hanno svuotato gli stock degli arsenali. Durante una visita del presidente Zelensky in Lituania, Lettonia ed Estonia, il presidente lituano, Gitanas Nauseda, ieri ha annunciato 200 milioni di euro per tre anni. La premier estone, Kaja Kallas, ha appena promesso lo 0,25 per cento del pil l’anno in armi per l’Ucraina. A est, Repubblica ceca, Romania e Bulgaria continuano a trasferire armamenti. La Finlandia ha speso 1,6 miliardi di armi per l’Ucraina e ha appena deciso di aumentare la produzione di munizioni. La Danimarca e i Paesi Bassi hanno messo in piedi con Belgio, Norvegia e Svezia la coalizione degli F-16.

I piccoli dell’Ue non bastano a fare la differenza. Tra i grandi solo la Polonia tiene testa alla Germania rispetto al pil, ma il sostegno è rallentato nel 2023 quando il PiS, l’ex partito di governo,  lo ha messo in discussione per ragioni elettorali. Il ritorno di Donald Tusk dovrebbe rimettere la Polonia al cuore del sostegno militare all’Ucraina. Per gli altri grandi, la contabilità del Kiel Institute è deprimente: Francia 540 milioni, Italia 690 milioni, Spagna 340 milioni. Le Figaro ha pubblicato la situazione al 31 ottobre 2023 per tipo di armi. Nessuno dei tre è fra i primi cinque fornitori di carri armati o veicoli corazzati. Sui sistemi antiaerei la Francia è all’ottavo posto. Nemmeno l’Ue riesce a mantenere le sue promesse, né sulle urgenze di breve periodo né sugli impegni di sicurezza di lungo periodo. L’obiettivo di un milione di munizioni entro la fine di marzo non sarà rispettato. Il problema non sono  soltanto le capacità di produzione: i governi non hanno firmato sufficienti contratti e non hanno chiesto ai produttori di armi di dare priorità all’Ucraina rispetto alle esportazioni. Il piano dell’Alto rappresentante, Josep Borrell, di creare un fondo dell’Ue da 20 miliardi per le armi è stato affossato dai veti dell’Ungheria, ma anche dall’opposizione di altri stati membri.