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Verso il voto

Taipei non sarà Hong Kong. L'esempio dell'ex colonia inglese

Francesco Radicioni

I taiwanesi vanno al voto di sabato senza fidarsi delle promesse di Pechino. Il tentativo di applicare la forumula "un paese, due sistemi", come avvenuto ad Hong Kong, non convince Taipei

Hong Kong“La Hong Kong che conoscevamo, oggi non esiste più”. Nella voce di Bonnie c’è un’ombra di nostalgia, mentre si muove con passo deciso tra gli shopping mall di Causeway Bay. “Non solo abbiamo sempre meno libertà, ma”, aggiunge questa ragazza nata alla fine degli anni Novanta, “Pechino sta riuscendo a imporre il suo sistema di valori in città”. Già alle elezioni di quattro anni fa, è stata proprio la repressione delle proteste di Hong Kong e la volontà di Xi Jinping di imporre anche a Taiwan la formula “un paese, due sistemi” a spingere i taiwanesi a dare un nuovo mandato alla presidente del Partito democratico progressista Tsai Ing-wen. “A Taiwan”, dice al Foglio Emily Lau, storica attivista pro democrazia e già membro del Consiglio Legislativo di Hong Kong, “hanno detto molto presto, già negli anni Ottanta e Novanta, che ‘un paese, due sistemi’ non poteva funzionare per loro. E ora, naturalmente, lo dicono ancora più forte”.


Per spiegare la prospettiva con cui dall’ex colonia inglese si guarda alle elezioni di Taiwan di sabato prossimo bisogna fare un passo indietro. È l’inizio degli anni Ottanta, la Cina e il Regno Unito sono nel mezzo dei negoziati su Hong Kong, quando Deng Xiaoping propone a Margareth Thatcher che l’ex colonia britannica passi sotto la  sovranità cinese con la formula “un paese, due sistemi”. Per il demiurgo della riforma e dell’apertura della Repubblica popolare, Hong Kong avrebbe così conservato “la sua forma di governo, il suo sistema economico e la maggior parte delle sue leggi”. Nei palazzi del potere di Pechino, l’idea di una regione autonoma che gode di un alto livello di autonomia in realtà circola già da qualche tempo. Per la nomenklatura cinese, “un paese, due sistemi” può essere un modello per “la riunificazione pacifica” di Taiwan, grazie alla promessa di rispettare le peculiarità dell’isola anche dopo l’annessione. Quando l’ex colonia britannica passa sotto il controllo di Pechino nell’estate del 1997, l’impegno solenne della Repubblica popolare cinese  è che “per cinquant’anni” Hong Kong avrebbe continuato a godere di tutte quelle libertà che sono la sintesi dei valori della metropoli: essere una delle economie più libere e aperte del mondo, avere un vibrante panorama dei media, godere di libertà di parola e di manifestazione, dello stato di diritto e di un sistema giudiziario indipendente. 


Per qualche tempo, “un paese, due sistemi” ha funzionato a Hong Kong – cinque anni dopo il ritorno dell’ex colonia britannica alla Cina, la città si piazzava ancora al diciottesimo posto nell’indice mondiale per la libertà di stampa - così che Pechino coltiva l’idea che quei quattro caratteri magici ideati da Deng Xiaoping riusciranno a convincere i taiwanesi che quella formula è davvero in grado di tenere insieme realtà molto diverse. Un quarto di secolo dopo, sappiamo come è andata a finire. Dopo le imponenti manifestazioni pro democrazia del 2019, Pechino ha imposto in città la legge sulla sicurezza nazionale per colpire “le attività sovversive e secessioniste, il terrorismo e le infiltrazioni straniere”. Solo una manciata di settimane dopo, queste norme piuttosto vaghe sono però servite a chiudere giornali indipendenti, a imporre l’educazione patriottica nelle scuole, a cancellare ogni voce dell’opposizione, a sbattere in galera tutti i volti più noti del movimento pro democrazia. Chi ha potuto, ha preparato la valigia e preso un volo per l’Europa, gli Stati Uniti o l’Australia: spesso attivisti giovanissimi che sanno che non potranno mai più tornare nella città dove sono nati. 


 Le strade del distretto commerciale dell’ex colonia britannica sono ancora gremite, le insegne illuminate e il vociare incessante, ma è chiaro che ora non è più qui il cuore politico della metropoli. Durante le proteste di cinque anni fa, ogni settimana l’aria di Causeway Bay si riempiva degli slogan in cantonese dei manifestanti pro-democrazia e dei lacrimogeni sparati dalla polizia. Ora più niente. Sono scomparsi persino i praticanti del movimento spirituale vietato in Cina dei Falun Gong che era una presenza costante all’uscita dalla metropolitana. Mentre cresce il numero di multinazionali occidentali che sposta gli uffici in altre città dell’Asia, per le strade di questo hub finanziario internazionale è anche sempre più frequente sentire parlare in mandarino: il segnale dell’aumento di quelli che dalla Cina continentale si sono trasferiti in città. “La gente oggi ha paura di parlare”, aggiunge Lau. “Perché non sanno quando e se questo li farà trattare come qualcuno che sta infrangendo la legge: una situazione che genera ansia”. 

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