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L'effetto della rivendicazione dello Stato islamico sulla guerra contro Israele

Micol Flammini

L'Isis ha detto di colpire ebrei e cristiani. Il fronte dei nemici dello stato ebraico cresce, ma al suo interno è frantumato, mentre si compatta quello degli alleati

Il giornale iraniano Jam-e jam ieri mattina era uscito con una pagina in ebraico, che conteneva un avvertimento: “La vendetta arriverà”. Era riferito agli attentati di Kerman, alle due esplosioni che hanno fatto quasi cento morti tra la folla radunata attorno alla tomba del generale Qassem Suleimani. Con la scritta in ebraico, il quotidiano voleva addossare la responsabilità degli attacchi a Israele, ben sapendo che quello che era successo alla tomba di Suleimani non portava la firma dello stato ebraico: conosce bene i metodi dell’intelligence israeliana quando colpisce nel suo territorio e non lascia  bombe in mezzo a posti affollati. A qualche ora di distanza lo Stato islamico, invece, ha rivendicato le due esplosioni in Iran, mostrando foto e nomi dei due terroristi, poi ha invitato a colpire gli ebrei ovunque, perché non c’è differenza tra gli “ebrei di Palestina” e gli ebrei in giro per il mondo, ha chiamato a raccolta contro i nemici comuni dell’islam: Israele, Stati Uniti, Iran e Hezbollah. Lo Stato islamico ha messo il suo sigillo sulla causa palestinese, facendone una questione religiosa e non di territorio. In qualche stanza del potere iraniano, probabilmente il regime sperava che questa rivendicazione non arrivasse mai, che le due esplosioni e le 84  morti potessero permettergli di portare avanti le minacce vaghe in caratteri dell’alfabeto ebraico per  continuare ad aizzare le altre forze che si muovono contro Israele, unendole nell’unico fronte dell’Asse della resistenza, che adesso lo Stato islamico vuole delegittimare: non a caso ha colpito la tomba di Suleimani, autore di questa alleanza che circonda Israele.

 

Il rischio per lo stato ebraico è sempre maggiore, la guerra a Gaza rimane la priorità, ma tutto quello che è attorno è una minaccia unica in tutte le sue divisioni. Gerusalemme sta reagendo su due fronti dentro la Striscia e mandando messaggi a Hezbollah e all’Iran che fino a questo momento hanno dimostrato di non essere disposti né intenzionati a un conflitto aperto contro Israele. Israele esercita contro Hezbollah e l’Iran una pressione costante. Ieri si sono tenuti a Beirut i funerali di Saleh al Arouri, il leader di Hamas ucciso da un drone mentre si trovava in un ufficio nel quartier generale di Hezbollah: il colpo è per Hamas, il messaggio è per Hezbollah e per l’Iran. Raz Zimmt, esperto dell’Alliance center for iranian studies e dell’Inss, ha spiegato che per i miliziani del Libano e per Teheran ogni vendetta diretta contro Israele è complessa: “Lo sappiamo dal passato, Israele ha colpito nel territorio iraniano, prendendo di mira gli scienziati coinvolti nel progetto nucleare, ma non c’è stata mai una risposta diretta da parte di Teheran. Per metterla a punto l’Iran avrebbe bisogno di mezzi operativi sul campo e di intelligence. Potrebbe far intervenire i gruppi sciiti in Siria, in Iraq o lo stesso Hezbollah, ma in questo momento qualsiasi loro mossa contro Israele finisce nel calderone delle azioni di guerra, non ha una firma”. Ieri è arrivato in Israele Amos Hochstein, inviato speciale americano. Ha incontrato il ministro della Difesa Yoav Gallant, con il quale ha parlato della situazione al nord, degli attacchi di Hezbollah. Il ministro ha mandato ai miliziani sciiti un segnale, ha detto che c’è una breve finestra temporale per “raggiungere intese diplomatiche” che consentano di risolvere la situazione al confine con il Libano e il ritorno degli oltre ottantamila cittadini israeliani evacuati per paura dei missili e di un attacco simile a quello del 7 ottobre. “Israele è concentrato su Gaza, questa è la priorità. La seconda è Hezbollah, l’Iran in questo momento è soltanto al terzo posto – dice Zimmt – non ha intenzione di aumentare la tensione, testa i nemici e capisce che neppure i miliziani del Libano e Teheran sono pronti a farlo”.


Ieri lo Stato islamico ha detto che “gli infedeli sciiti” sfruttano le fazioni palestinesi a proprio vantaggio, tra gli estremisti c’è una competizione per chi si contende la guerra nella Striscia, che spingerà gli stati arabi sempre più lontano da Hamas. Il fronte contro Israele cresce, ma è percorso da divisioni profonde, cucite insieme soltanto dall’odio contro lo stato ebraico e l’occidente. Il fronte che invece chiede una normalizzazione per il medio oriente è destinato a farsi più forte, sempre meno sfumato. Ed è questo fronte che sta già pensando al futuro di Gaza. Gallant lo spiegato così: “Hamas non governerà la Striscia e Israele non eserciterà il controllo politico. Saranno i palestinesi che vivono a Gaza a farlo, motivo per cui la responsabilità ricadrà su di loro, a condizione che non siano ostili e non operino contro Israele”. 

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  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Sul Foglio cura con Paola Peduzzi l’inserto EuPorn in cui racconta il lato sexy dell’Europa, ed è anche un podcast.