Un manifesto elettorale di al Sisi al Cairo (foto LaPresse)

il basso profilo del cairo

Sisi tiene Rafah sigillata: fra i timori di un'invasione e quelli della piazza

Luca Gambardella

Se c'è una cosa che il presidente egiziano teme è che la rabbia per Gaza e la crisi economica in Egitto diventino una cosa sola

Per la prima volta, le piazze egiziane non sono l’epicentro delle proteste anti israeliane nel mondo arabo. Il presidente Abdel Fattah al Sisi va verso il terzo mandato dopo il voto che si è concluso martedì – si parla di un plebiscitario 80 per cento dei consensi – ma naviga a vista. La crisi economica del più popoloso paese del medio oriente alimenta a sua volta la debolezza diplomatica del Cairo, lasciata lontana dalle tappe dei viaggi compiuti dai veri negoziatori della guerra a Gaza. Ieri, il consigliere per la Sicurezza nazionale americana, Jake Sullivan, è arrivato in Israele per una serie di bilaterali dopo una tappa in Arabia Saudita. Per lui, non è previsto alcuno scalo in Egitto. La prossima settimana sarà la volta del segretario alla Difesa Lloyd Austin, che oltre a Israele visiterà Qatar e Bahrein. Anche il suo aereo sorvolerà il Cairo e passerà oltre. 


 Dal 7 ottobre, al Sisi ha preferito tenere il basso profilo e limitare i danni della guerra, sia quelli che possono arrivare dal valico di Rafah, sia quelli che possono essere innescati dalle rivolte di piazza nella capitale. Per scongiurare il primo pericolo, al Sisi ha deciso di lasciare chiusa la frontiera con Gaza tenendo più lontane possibile le decine di migliaia di palestinesi che si accalcano a Rafah. Giorno dopo giorno, la cittadina si trasforma in una gigantesca tendopoli, un collo di bottiglia che accoglie i profughi in fuga dall’offensiva israeliana concentrata a Khan Younis, dove si nasconderebbe buona parte dei combattenti di Hamas. Mentre i bombardamenti si spingono a sud, gli aerei israeliani lanciano volantini sulla Striscia offrendo ricompense a chi darà informazioni per catturare i capi di Hamas – 400 mila dollari per Yahya Sinwar, 300 mila per suo fratello Mohammed, e via via tutti gli altri. Il timore, al Cairo, è che le bombe arrivino a Rafah per costringere i palestinesi a lasciare la Striscia e a non tornare più. Israele smentisce, ma al Sisi prende sul serio l’effetto contagio nel Sinai. La sua priorità è tenere al sicuro la buffer zone a ovest del valico di Rafah e per questo, poco oltre le file di camion carichi di aiuti umanitari che attendono di entrare a Gaza, l’esercito egiziano ha eretto muri di sabbia per arginare un’eventuale “invasione” di palestinesi. Fonti americane hanno riferito ad Axios che al Sisi ha già minacciato di interrompere le relazioni diplomatiche con Israele nel caso in cui i palestinesi sconfinassero. Una minaccia grave, perché i servizi segreti egiziani e israeliani, in questi anni di presidenza al Sisi, cooperano spesso per garantire la sicurezza dentro e fuori Gaza. Il generale-dittatore egiziano condivide l’obiettivo di sradicare Hamas dalla Striscia, visti i legami fra il gruppo terroristico e i Fratelli musulmani, ma non a costo di spostare dentro ai suoi confini la questione palestinese.  

Ed è qui che si inserisce il secondo pericolo per al Sisi, quello che riguarda le piazze egiziane, dove i terroristi di Gaza sono considerati gli unici rimasti a difendere la causa palestinese. Per al Sisi, gestire e dosare la rabbia contro Israele è questione delicata. La crisi economica è tale da aver costretto il presidente ad anticipare le elezioni, inizialmente previste nel 2024, in modo da rendere più indolore possibile l’imminente ed essenziale svalutazione della lira. In questi giorni è in corso una grave crisi dello zucchero che è diventata emblematica dello stato drammatico in cui versa il paese. L’aumento del 275 per cento del prezzo di un chilo di zucchero, ormai introvabile, colpisce gli egiziani nella loro quotidianità, scandita da continui bicchieri di tè iper zuccherati. Il governo sta provando a ridurne la domanda con campagne mediatiche che avvertono dei pericoli causati da una dieta iperglicemica. Difficile che basti a placare il malumore generale, già alimentato dalla crisi del grano, che si teme possa trovare sfogo nelle piazze anti israeliane. Il 20 ottobre, una manifestazione spontanea in solidarietà con i palestinesi si è avvicinata pericolosamente a piazza Tahrir. Non succedeva dalla primavera araba e l’esercito è intervenuto per disperdere la folla dal luogo simbolo della ribellione alla dittatura. Al Sisi ha provato ad addomesticare le manifestazioni filopalestinesi organizzandone altre autorizzate in luoghi chiusi e controllabili, come gli stadi. Ma sa per esperienza fin dove può spingersi la rabbia degli egiziani.

E lo sanno anche americani, europei e monarchie del Golfo, che ora si sbracciano per dare aiuto al Cairo, pur di mantenere lo status quo. Dopo il 7 ottobre, l’Fmi si è detto disponibile ad aumentare il prestito ad al Sisi aumentandolo da 3 a 5 miliardi di dollari e promettendo più indulgenza sulle privatizzazioni, che fino a pochi mesi fa erano invece considerate fondamentali. L’Ue ha allo studio un accordo bilaterale: soldi e investimenti in cambio di più sforzi sul capitolo migranti. Anche Emirati e Arabia Saudita sono pronti a venire in soccorso, dopo le titubanze di qualche tempo fa. Una manna. Se l’avessero raccontato ad al Sisi prima del 7 ottobre, lui per primo difficilmente ci avrebbe creduto.

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  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.