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I megafoni di Pechino sono sui social, e sono pure italiani

Giulia Pompili

C’è anche una “influencer” italiana tra quelli usati da Pechino come arma di manipolazione. E il dipartimento di propaganda cinese usa le sue università, e gli studenti stranieri, come vivaio. Un report dell'Aspi

Due anni fa l’americano Bart Baker, che si era fatto un nome online rifacendo in chiave ironica i video di canzoni famose, molla all’improvviso i suoi dieci milioni di follower su YouTube e si trasferisce sulle piattaforme streaming cinesi come Bilibili e Douyin.  Con il trasloco cambiano pure i suoi contenuti: nel suo archivio ci sono centinaia di filmati montati dove manifesta un esagerato e sopra le righe amore per la Repubblica popolare, perfino distruggendo il suo iPhone e passando a uno smartphone del colosso cinese Huawei. Nel giro di pochi mesi, Baker raccoglie 20 milioni di follower sulle piattaforme cinesi. Per contenuti e modalità somiglia tantissimo agli altri circa 120 influencer e creatori di contenuti online che fanno parte di “un gruppo crescente di influencer stranieri con milioni di fan, che sostengono le narrazioni pro Partito comunista cinese in Cina e sulle piattaforme social globali”, si legge nell’ultimo studio pubblicato dall’Australian Strategic Policy Institute (Aspi) “Cantare lo spartito del Pcc”. Siamo abituati a considerare gli influencer un mezzo per il consumismo, il mercato, le cause sociali. Ma in paesi autoritari come la Repubblica popolare cinese, dove il Partito comunista regola ogni aspetto della produzione culturale, gli influencer possono diventare utili megafoni della propaganda e della visione del mondo favorevole a Pechino. C’è anche un’italiana tra i casi oggetto dello studio dell’Aspi. Si chiama Rachele Longhi, ed “è una delle influencer straniere più popolari nelle campagne social-media oggetto di questo report”.

 


Originaria di Lecco, si è laureata nel 2019 alla Northwestern Polytechnical University di Xi’an e usando i social per celebrare la Cina è finita spesso sui quotidiani cinesi come l’italiana “che costruisce ponti” tra i due paesi. Nel giro di pochissimo è diventata “la beniamina” straniera di funzionari e diplomatici di Pechino – tra social cinesi e occidentali, raccoglie quasi 3,7 milioni di follower. Ha vinto premi prestigiosissimi, celebrati dai funzionari della propaganda, soprattutto quando ha compiuto un viaggio per encomiare le scuole nella regione autonoma del Tibet – in realtà sotto osservazione anche da parte delle Nazioni Unite per via della sistematica cancellazione della cultura tibetana da parte di Pechino. L’obiettivo esplicito di Longhi è di “raccontare la storia della Cina” come “reale credibile, amabile e rispettabile”, e quindi contrastare, com’è spesso sottolineato dalla propaganda cinese, quella “distorta e politicizzata” dei media e dei professionisti occidentali. 

 


Il focus del lavoro degli influencer è sul pubblico domestico cinese, non tanto sull’audience straniera. “Non importa di che provenienza siano”, spiega al Foglio Daria Impiombato, analista di Aspi e una delle autrici del rapporto: “Il loro ruolo è  di legittimare il potere del Partito in Cina. Il fatto però che alcuni di questi influencer, come Longhi in Italia, abbiano iniziato ad avere molti seguaci anche all’estero è un fenomeno su cui far luce, soprattutto quando si tratta di questioni tanto delicate quanto Tibet e Xinjiang”. Poi, spiega Impiombato, c’è un’altra questione, ed è quella degli studenti stranieri che vincono borse di studio e trascorrono parecchio nelle università cinesi: “Longhi d’altronde ha iniziato lì da studentessa come tanti altri italiani, e il report spiega anche come il dipartimento della propaganda di Pechino veda in questi studenti dei potenziali influencer da avvicinare”. Questo non significa, naturalmente, che chiunque abbia studiato o lavorato in Cina sia un potenziale propagandista (o una spia, come per le accuse mosse all’assistente parlamentare arrestato nel Regno Unito a settembre che sembra fosse stato reclutato durante il suo periodo di studio in Cina). Ma l’uso di una rete articolata ed efficace che rende dipendenti, per la propria stessa esistenza online, dall’usare contenuti favorevoli a Pechino è un problema di cui bisogna parlare se si vuole mettere in sicurezza (il famoso de-risking) anche l’ambiente dell’informazione online. 

  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.