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Le strategie

Le scelte di Israele di fronte a Gaza sono poche, ma fermarsi non può essere un'opzione

Fabiana Magrì

Dopo gli attacchi aerei, per il governo di Netanyahu l’ipotesi di usare le forze di terra sembra essere quella più probabile: un’azione militare definitiva contro Hamas potrebbe aprire scenari inediti di stabilità. Intanto le vittime israeliane sono almeno 600, oltre 2 mila i feriti

Tel Aviv. “Appena ho capito la gravità della situazione ho indossato la divisa e sono andato al sud”. Il generale Israel Ziv in pensione, ex capo della direzione delle operazioni dell’esercito israeliano, ex comandante della divisione Gaza e capo dei paracadutisti e del corpo di fanteria è ancora sul campo. Dice di essere stato testimone di “qualcosa di orribile”, di “mai visto prima in 35 anni di servizio” e parla di un “massacro a sangue freddo”. Poi, mentre guida la sua auto per le strade bonificate dalle forze di difesa, chiarisce quali opzioni vede per Israele.

“Lasciare Hamas impunito non è tra queste”, afferma deciso. Per molte buone ragioni. In primis, perché sarebbe come un invito per l’Iran e i suoi alleati a colpire ancora.  “Esistiamo grazie alla deterrenza. E questa deterrenza deve essere efficace”.  Per questo Ziv, se fosse nella situation room, voterebbe “a favore di ogni azione necessaria per distruggere completamente Hamas” e per un contrattacco massiccio. Perché qui non si tratta di intraprendere un percorso con un altro stato, come con l’Egitto ad esempio, che parte dalla guerra per arrivare alla pace mettendo in conto di dover digerire qualche rospo. “Hamas è un’organizzazione terroristica, non ha morale e con loro non si può negoziare”.  Tanto meno in presenza di un numero impressionante, “alto, molto alto” dice, di ostaggi. “Sanno che nella nostra cultura le vite umane hanno un valore inestimabile. Sanno di aver toccato le nostre corde più profonde. E questo cambia tutto”. 

 

Intanto la prima fase del piano operativo annunciato dal primo ministro Benyamin Netanyahu, cioè “eliminare le forze ostili che si sono infiltrate nel nostro territorio e ripristinare la sicurezza e la tranquillità nelle comunità che sono state attaccate”, è ancora in corso. Il riservista dice che Tzahal sta riprendendo il controllo ma che ci sono ancora terroristi in agguato. “Non siamo completamente al sicuro  ma ci siamo quasi”. Secondo i dati del portavoce militare, Israele ha riguadagnato il controllo di 22 località ma restano ancora sacche di resistenza dei combattenti di Hamas e il bilancio delle vittime si aggrava di ora in ora. In Israele i morti sono circa 600, oltre 2 mila i feriti. L’aviazione di Israele nella Striscia sta operando intensamente – sul versante palestinese i morti sono circa 370 – ma il vero contrattacco, il governo non l’ha ancora messo in atto. Si sta preparando, ha votato lo stato di guerra e l’ipotesi di un ingresso delle forze di terra a Gaza sembra essere quella più probabile. Il generale Ziv, nei suoi 35 anni di carriera militare, lo sa che “non ci sono guerre senza prezzo e senza vittime”. E sebbene Tzahal faccia il possibile per operare all’interno di una cornice che risponde a valori etici e morali, un comandante sa anche che, costretti dalle circostanze, le conseguenze in termini di vite umane potrebbero essere inevitabili.

Nell’ambito della strategia dell’Iran di costruire un network di alleati capaci di costringere Israele dentro un cerchio di fuoco, ci dobbiamo piuttosto chiedere se la guerra che Hamas ha iniziato sia la prima fase di un attacco multifronte per distruggere lo stato di Israele, obiettivo supremo degli ayatollah. “Dal punto di vista militare, oltre a Gaza, dobbiamo monitorare da vicino gli sviluppi in tre arene. Hezbollah in Libano, l’Autorità palestinese in Cisgiordania e gli arabi nelle città miste di Israele e nelle aree di cucitura tra le comunità arabe ed ebraiche”, sostiene Avi Melamed, analista esperto in terrorismo ed ex funzionario dell'intelligence dell'esercito israeliano.

Dal suo ritiro dalla Striscia nel 2005, tra rovesciare il regime di Hamas con un’azione militare definitiva e consentire il passaggio di aiuti economici per lo sviluppo della Striscia pagando il prezzo di minacce intermittenti, Israele ha sempre scelto la seconda opzione. Ora le ripercussioni dell’attacco di Hamas sembrano spingere Israele a un cambio urgente di paradigma. Pare ragionevole ritenere che l’establishment della difesa e il primo ministro siano oggi pronti a un’offensiva imponente, tale da indebolire decisamente o rovesciare Hamas, a cui Netanyahu ha promesso di far pagare “un prezzo immenso”. Perché se Hamas rimarrà al potere “sarà una vittoria strategica”, dice Melamed che potrà mettere a profitto in molti modi, dalla negoziazione degli ostaggi in cambio della liberazione dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane al suo posizionamento come leader decisivo per il popolo palestinese e attore regionale a sostegno di una potenza regionale, l’Iran, “che ha un interesse operativo, ideologico e politico a soffiare sul fuoco del conflitto israelo-palestinese.”

Al contrario, se Israele si libererà, e libererà la Striscia, del regime di Hamas, si potrebbero aprire realtà e scenari inediti di rafforzata stabilità. “Questa evoluzione – immagina l’analista – potrebbe accelerare l’accordo tra Israele e Arabia Saudita, amputando le ambizioni sia di Hamas sia dell’Iran”. 
Fabiana Magrì

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