il reportage dall'ucraina

Le maestre della liberazione a Kupyansk, nel punto più profondo della controffensiva

Cecilia Sala

I soldati ucraini vanno in cerca di mine e di collaborazionisti. Qui i russi hanno bruciato i libri delle medie e fatto “formazione” agli insegnanti deportandoli

Kupyansk (Kharkiv), dalla nostra inviata. Chi vive in una città occupata vicino alla linea di contatto tra esercito ucraino ed esercito russo e chi vive in una città occupata in profondità nel territorio conquistato da Mosca corre due tipi di pericoli diversi: i primi devono stare attenti innanzitutto alle bombe, i secondi all’assimilazione forzata. I russi sono arrivati a Kupyansk il 27 febbraio e sono scappati domenica. Per quasi sette mesi, in questa città che prima della guerra aveva cinquantamila abitanti, si erano sentiti al sicuro. Balaklya è dove la controffensiva è cominciata, Kupyansk si trova 90 chilometri più a est seguendo una linea retta orizzontale ed è il punto più profondo in cui sia arrivato lo sfondamento ucraino.

 

Un’operazione simile era impensabile finché è successa, quindi i russi a Kupyansk si erano messi comodi: avevano istituito il governo regionale di occupazione in un palazzo sovietico del centro, avevano cambiato le antenne perché gli abitanti potessero guardare solo i programmi televisivi di Mosca e avevano fatto sparire la connessione internet. Il senatore russo Andrey Turchack aveva visitato Kupyansk e aveva detto che la Russia qui era venuta per restare, “Russia per sempre”. Ad agosto gli occupanti hanno radunato trecento maestre delle elementari e gli insegnanti delle medie e del liceo. Li hanno messi su dei pullman bianchi e li hanno portati nella regione russa di Belgorod e in quella di Kursk. La professoressa Yulia era una di quelle insegnanti, lavora nella scuola numero sei e non vuole dire il suo cognome né essere fotografata: nessuno può lasciare la città finché i blindati americani con delle lunghe antenne e un rullo posizionato davanti al parabrezza (si chiamano Mrap) non hanno finito di disinnescare le mine ma, nel suo caso, soprattutto finché non è stata interrogata dall’intelligence militare di Kyiv.

 

Quando un villaggio viene riconquistato, si cercano innanzitutto due cose: le mine e i collaborazionisti. Yulia dice di essere stata deportata in Russia contro la sua volontà: all’inizio di agosto gli occupanti sono entrati nelle case delle famiglie con figli e hanno portato via i libri di testo, nel suo quartiere c’è stato un falò di libri di storia per le scuole medie. “Poi sono venuti a prendere noi per un ‘piano di rieducazione’ di poco più di due settimane in Russia. Siamo tornate e al seguito dei nostri pullman c’erano dei furgoncini pieni di libri scolastici stampati a Mosca”. Il primo settembre i russi hanno riaperto le scuole, ma prima che la campanella suonasse per la settima volta le Forze armate di Kyiv erano tornate in città. Venerdì, prima di cominciare la fuga, i soldati russi frustrati e spaventati si sono sfogati con i civili: “Vi puniremo bombardandovi per sempre. Vi teniamo d’occhio dall’altra riva del fiume.

 

Vi abbiamo nel mirino anche da Belgorod (due giorni dopo sono stati rimandati a Belgorod, in Russia)”, racconta Oleksii, settantotto anni, vive in una casa con tre capre legate al cancello d’ingresso e la prima cosa che chiede ai militari quando scendono dall’auto per consegnargli un pacco con riso, bagnoschiuma e dentifricio è: “Allora Kyiv è ancora nostra? Slava Ukraini! (Gloria all’Ucraina)”. Un isolato più in là ci sono tre ragazze di sedici anni che si fotografano accanto a un gigantesco manifesto di propaganda russo che hanno appena tirato giù e una bandiera ucraina dipinta di fresco sul muro. “Mi dispiace che i soldati russi siano corsi via senza combattere: avrei preferito poter controllare che il mio ‘nuovo fidanzato’ russo e alcolista fosse morto”. 

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