C'è una guerra che la Russia perderà di sicuro

Claudio Cerasa

Il nuovo ordine mondiale è all’opposto di come lo immaginava Putin: una buona notizia

Nei momenti di maggiore difficoltà emotiva, quando l’avanzata di Vladimir Putin ci appare inesorabile, quando l’avvicinamento della guerra ci appare irrefrenabile, quando la forza della Russia ci appare inarrestabile, quando il nuovo ordine del mondo ci appare inevitabile, esiste un dato non irrilevante che riguarda una conseguenza cruciale dell’aggressione all’Ucraina non sufficientemente messa a fuoco nelle cronache di queste settimane.

    

Il dato è questo: l’obiettivo della Grande riunificazione che guida la strategia della Russia in Ucraina è un obiettivo che ha prodotto un risultato opposto rispetto a quello che si augurava Putin. Putin voleva sfidare l’occidente, mettendo a nudo le sue fragilità, le sue divisioni, le sue contraddizioni, e lo voleva fare partendo da alcune convinzioni precise: spezzare l’unità dell’Europa, dividere la Nato, fermare l’espansione dell’alleanza, invertire il dispiegamento delle forze militari nell’Europa orientale, ampliare la sua sfera di influenza, tornare a essere una grande potenza rispettata nel mondo e costruire, come ha sintetizzato sabato scorso il Wsj, “relazioni internazionali di nuovo tipo, multipolari e non più dominate dagli Stati Uniti”.

 

C’è però un piccolo dettaglio: i contorni del nuovo ordine globale si trovano esattamente all’opposto rispetto al mondo che Putin aveva immaginato di creare. E nel nuovo ordine ci sono alcuni elementi utili da mettere insieme. L’avvicinamento alla Nato di paesi storicamente distanti dalla Nato, come la Finlandia e la Svezia. La fine della neutralità di paesi come la Svizzera. L’isolamento della Russia all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, dove solo cinque paesi su 193 hanno considerato legittima l’invasione dell’Ucraina. Il deferimento della Russia alla Corte penale internazionale, per potenziali crimini di guerra in Ucraina, voluto da quaranta paesi. Elementi come l’isolamento della Russia messo in campo da una formidabile alleanza formata da stati, brand e mercati. L’unità messa in campo dall’Unione europea sul fronte delle sanzioni, che ieri hanno raggiunto un nuovo stadio. E la trasformazione della Russia di Putin in uno stato tossico, capace cioè di trasmettere la sua nocività anche a quei paesi che potrebbero aiutarla a superare il momento di difficoltà.

    

Paesi come per esempio la Cina, le cui attività economiche, notano diversi osservatori americani, potrebbero presto trovarsi sul punto di dover scegliere se rinunciare al mercato statunitense o se rinunciare a dare  sostegno a Putin nella sua guerra all’occidente. “Il nostro obiettivo – ha detto domenica alla Cnn Jake Sullivan, consigliere per la Sicurezza nazionale della Casa Bianca, poco prima dunque di incontrare a Roma Yang Jiechi, membro del Politburo e responsabile degli Affari esteri del Comitato centrale comunista – è assicurarci che la Cina non aiuti la Russia a compensare le perdite inflitte dalle sanzioni. Ci sarebbero conseguenze di fronte a manovre per evaderle”.

 

In questo senso, la sfida del futuro, dove per futuro si intende non un imprecisato momento del conflitto ma l’istante successivo alla firma di un trattato di pace, sarà quella di dimostrare che la forza mostrata dal nuovo ordine mondiale liberale sarà replicabile anche in una fase non straordinaria. C’è una guerra che sul breve termine Putin potrebbe vincere ed è quella che riguarda la lenta affermazione russa sul piano militare. Ma c’è un’altra guerra che sul medio termine Putin non potrà vincere, ed è quella che riguarda la trasformazione della sua Russia in una nazione infetta, economicamente distrutta, politicamente isolata, diplomaticamente emarginata, condannata a vivere in un lungo lockdown per colpa di un virus di nome Putin. Non basterà questo per consolarci dagli orrori quotidiani che arrivano dall’Ucraina, ma il nuovo ordine mondiale determinato dall’aggressione della Russia è molto diverso rispetto a come Putin se lo immaginava. E almeno questa è una buona notizia.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.