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Cosa significa il ritorno del burqa in Afghanistan. Femministe ci siete?

Claudio Cerasa

Lo scandalo delle donne schiave di Kabul e lo strano silenzio occidentale. Nel 2001 una guerra giusta liberò le donne afghane. Ora torna la decisiva questione tra islamismo e libertà

Tutti le fanno vedere, ma nessuno le spiega. Balkh è un piccolo distretto situato nel nord dell’Afghanistan, a poco meno di venti chilometri da Mazar-i Sharif, e nel dramma quotidiano vissuto dall’Afghanistan di oggi la storia di Balkh rappresenta da giorni uno spaventoso squarcio sul futuro del paese. Balkh è stata riconquistata dai talebani già un mese fa, un mese prima della fuga in elicottero da Kabul dei diplomatici americani, e pochi giorni dopo la riconquista i talebani hanno offerto alla popolazione una piccola ma significativa testimonianza di cosa può voler dire cancellare gli ultimi vent’anni della storia del paese. A Balkh, subito dopo l’ingresso delle truppe talebane, i mujaheddin hanno distribuito alcuni volantini per invitare i cittadini a tornare a seguire le stesse regole abbandonate nel 2001, prima della guerra, prima dell’arrivo della Nato, prima della cacciata dei talebani dalla guida del paese. Quelle regole sono qualcosa in più di un vecchio e polveroso codice di comportamento: sono una esplicita condanna a morte per i diritti delle donne del paese, che nasce non dal caso, da un capriccio, ma da una rigida interpretazione della legge della sharia, cancellata nel 2001 dopo quindici anni ininterrotti di governo dei talebani.

 

Una legge che vieta alle donne di uscire di casa senza un parente maschio. Che bandisce le ragazze dalle scuole. Che elimina per loro il diritto al lavoro e alle cure mediche. Che rende obbligatorio il burqa, consentendo solo una piccola apertura a rete per gli occhi. Che introduce una pena per le caviglie scoperte corrispondente a una sessione di fustigazioni. Che legittima la morte per lapidazione per qualsiasi donna scoperta a praticare sesso fuori dal matrimonio. Che trasforma le donne in un bene non immobile da poter cedere come bottino di guerra. Che costringe gli anziani di ogni paese a consegnare ai mullah della propria città gli elenchi di tutte le ragazze in età da matrimonio, in modo da poterle consegnare ai combattenti. Nei due decenni di occupazione da parte delle forze della coalizione, mentre le femministe di mezzo mondo erano impegnate a condannare l’occidente guerrafondaio, le donne afghane hanno guadagnato preziosi diritti.

 

In questi anni sono stati istituiti oltre 3.000 centri sanitari a loro dedicati, la mortalità delle donne è diminuita del 40 per cento, il numero di ragazze presente nell’istruzione secondaria è aumentato di un terzo, 100 mila donne si sono iscritte all’università, alle donne è stato concesso di votare alle elezioni e di accedere alle cariche politiche, alcune di loro sono diventate parlamentari e giudici. Eppure, nonostante tutto questo, le femministe di tutto il mondo, nelle ultime settimane, si sono misteriosamente allontanate dal tema dei diritti inviolabili delle donne, si sono misteriosamente dimenticate cosa rischia una donna che si trova a vivere in un paese dominato dalla sharia, si sono improvvisamente dimenticate cosa prevede per una donna musulmana un’interpretazione letterale del Corano (“Le vostre donne sono come un campo per voi, venite dunque al vostro campo a vostro piacere”) e così le femministe di mezzo mondo hanno scelto di spostare la propria attenzione su altre battaglie meno impegnative, dimostrando che le minacce di femminicidio fanno notizia solo quando ci costringono a fare i conti con le libertà facili da proteggere.

 

E così, di fronte alle foto drammatiche delle donne afghane disperate per l’arrivo dei talebani, ci si commuove, certo, ma si evita con cura di fare quel passetto in avanti per spiegare da dove nasce la paura (l’Organizzazione mondiale della Sanità nel 2015 ha riferito che il 90 per cento delle donne in Afghanistan, per fatti risalenti alla stagione precedente all’arrivo delle truppe militari occidentali, ha subìto almeno una forma di violenza domestica). E la ragione si capisce. Perché parlarne, parlare del dramma vissuto dalle donne in Afghanistan vorrebbe dire affrontare alcuni tabù molto diversi da quelli a chilometro zero che l’indignato collettivo è solito maneggiare. Parlarne significherebbe ammettere che la guerra del 2001 è stata importante non solo per smantellare una delle centrali del terrorismo globale ma anche per ridare alle donne afghane quelle libertà che gli estremisti islamici gli avevano negato per decenni. Parlarne significherebbe dover riconoscere che c’è un problema irrisolto nel rapporto tra la questione femminile e la questione islamista. Parlarne significherebbe ammettere che il non interventismo pacifista, come dimostrano il caso dell’Afghanistan e il caso della Siria, non aiuta a difendere la pace ma spesso aiuta a consolidare alcuni sanguinari regimi illiberali. Parlarne significherebbe dover riconoscere che per difendere i diritti delle donne non è sufficiente boicottare un film di Polanski ma è necessario mettere in campo tutta la forza che si ha per denunciare quelle che sono le derive dell’islamismo avendo il coraggio di ricordare che la violenza praticata sul corpo di una donna e la violenza praticata sul corpo di un miscredente fanno parte dell’interpretazione di una stessa religione.

Il poeta siriano Adonis, da anni, sostiene che la questione femminile è la cartina di tornasole del rapporto tra islam e modernità e da tempo ricorda che l’incapacità mostrata dall’islam di combattere dal suo interno la violenza perpetrata alla donna riflette la stessa incapacità che ha una parte consistente dell’islam di condannare con onestà il fondamentalismo di matrice islamista (e non è solo un caso che a Kabul, nelle stesse ore in cui i talebani prendevano possesso della città, venivano coperte le foto delle donne dalle pubblicità esposte sulle pareti dei palazzi, per paura di rappresaglie). La storia dell’Afghanistan, tra le mille cose che testimonia, è lì a ricordarci una verità che spesso non vogliamo vedere: non ci sarà una vera, reale, genuina campagna in difesa delle donne se le donne di tutto il mondo non combatteranno, con i mezzi che hanno a disposizione per difendere i diritti delle donne musulmane costrette a vivere in una condizione di schiavitù tra lapidazioni, infibulazioni, stupri, mutilazioni genitali, matrimoni infantili, torture e apartheid di genere.

Alcune femministe, in questi anni, modello Michela Murgia, hanno sostenuto che l’appello a liberare le donne dai talebani sia stato solo un pretesto per l’invasione e per l’occupazione prolungata di un paese. Oggi, di fronte al ritorno della sharia nelle vite delle donne afghane, è chiaro il contrario. Ed è chiaro quanto le donne musulmane, mai come oggi, abbiano bisogno anche del sostegno delle donne occidentali per potersi difendere dall’islamismo fondamentalista. E’ una guerra giusta, come lo era quella del 2001, nella Kabul oggi finita di nuovo nelle mani dei sacerdoti della sharia.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.