John Lewis nel maggio scorso (foto LaPresse)

dalla bloody sunday a black lives matter

L'America di John Lewis

Stefano Pistolini

“Pensavo di morire davanti a quel ponte”, diceva degli scontri di Selma. Il nostro saluto a uno dei simboli decisivi della battaglia per i diritti civili 

David Letterman e la sua nuova grande barba bianca passeggiano per Selma, Alabama, a fianco al veterano del Congresso John Lewis, rievocando i giorni in cui quel ponte destinato a divenire leggendario, l’Edmund Pettus Bridge, venne traversato dalla marcia per i diritti civili. “Quando l’hai  superato, cos’hai trovato dall’altra parte?”, chiede Letterman. “Il voto che ha fatto vincere Barack Obama”, risponde il grande attivista, morto venerdì, all’età di 80 anni.

 

John Lewis è stato il simbolo della battaglia primaria per l’accesso ai diritti minimi di cittadinanza per la comunità afroamericana, a metà del Novecento ancora imprigionata nei legacci della sottomissione razziale. E’ prodigioso e commovente pensarlo poche settimane addietro ancora in campo nei giorni della rivolta di Black Lives Matter, continuando a scavare quel solco difficilissimo nel terreno della società americana: “Riusciremo a redimere l’anima dell’America”. Di nuovo, un ponte: è la migliore descrizione del suo incarnare il passaggio rappresentativo dall’origine della rivalsa razziale, fino alla complessa presa di coscienza del presente, al cospetto d’una realtà nazionale nella quale il razzismo e la sua organicità al sistema si rivelano tutt’altro che prossimi alla fine.

 

La figura di Lewis si colloca accanto ai grandi padri di questa infinito procedimento di riscatto: lo era già a 25 anni, quando guidò la marcia di 80 chilometri da Selma a Montgomery, in quella che oggi viene ricordata come la “Bloody Sunday” la domenica di sangue. Martin Luther King, il suo maestro, pigmalione politico e ispiratore, era stato convinto a restare ad Atlanta per motivi di sicurezza e fu il giovane Lewis a mettersi alla testa dei dimostranti, le mani affondate nel cappotto. Quando arrivò faccia a faccia con le forze dell’ordine, Lewis dette l’ordine di non arretrare a tutti i costi. “Pensavo di morire, davanti a quel ponte”, ricordava rievocando il pestaggio di cui fu vittima, “ma mi rifiutai di cedere”. Saranno le immagini delle brutali violenze della giornata a convincere il presidente Lyndon Johnson a firmare il Voting Rights Act che eliminava le discriminazioni razziali nelle procedure elettorali. Un grande successo nella nascente carriera di attivista di Lewis, doppiamente significativa considerando le sue umili origini, in una famiglia di raccoglitori di cotone dell’Alabama, “veri cittadini di seconda classe” come ricordava lui stesso.

 

Scelto e voluto da King nel gruppo ristretto dei leader della mobilitazione, nel 1963 Lewis è già il presidente del Coordinamento Studenti Non Violenti, l’oratore più giovane della marcia di Washington del ’63 e certamente il più agguerrito: “Quanta pazienza dobbiamo ancora avere? Vogliamo la libertà e la vogliamo subito”, griderà dal palco, moderando, nonostante tutto, i termini della sua protesta (“giustizia razziale”, “una seria rivoluzione” e “la mobilitazione verso il cuore del Sud, come fece il generale Sherman” furono espressioni cancellate dal discorso), su esplicita richiesta di King, preoccupato di non irritare JFK e le sue caute simpatie per il movimento.

 

Negli anni Ottanta Lewis entra al Congresso e diviene la personalità di riferimento per le mobilitazioni all’insegna dell’uguaglianza tra le razze d’America. Nel 2007 il suo sostegno è decisivo per rafforzare la nascente candidatura di Barack Obama: “Non avrei mai creduto, nemmeno sognato, di vedere un afroamericano eletto presidente”. E Obama, a sua volta, ha sempre raccontato d’essere cresciuto nella venerazione della militanza di Lewis: “Era uno dei miei eroi: glielo dissi il giorno che lo conobbi all’università. Quando poi sono stato eletto senatore, è in lui che ho cercato le mie certezze. E quando sono diventato presidente, l’ho voluto accanto prima del giuramento, per dimostrargli che se ero arrivato là, era grazie ai suoi sacrifici”.  Quando è arrivato l’inatteso trionfo di Donald Trump, il vecchio Lewis non si è sottratto al fronteggiamento: “Penso sia un razzista”, dichiarerà senza mezzi termini, mettendosi a capo del movimento per il suo impeachment: “Non bisogna smarrirsi nella disperazione. Credo nell’ottimismo. E la nostra non è una lotta che dura un giorno o un anno: dura una vita. Non devi temere di far rumore, o anche di metterti nei guai, se sono guai buoni”.

 

La sua scomparsa in un tempo contrastato ma carico di emozioni, come quello attuale oltreoceano, accentua ancor più la dimensione mitica del personaggio. A storicizzarlo nella sua sanguigna umanità, fatta di passione, ostinazione e sentimento, è la foto di un abbraccio con Barack, il 7 marzo 2015, allorché i due marciano insieme, mano nella mano, commemorando l’indimenticabile giornata di mezzo secolo prima. Nell’immagine il presidente l’avvolge con solenne rispetto. Ma John Lewis, il vecchio militante, si abbandona a una stretta dove l’affetto si confonde con la commozione e con il sogno. Un traguardo, uno di quelli che si era prefissato, era stato raggiunto. Poteva prendere un respiro di soddisfazione e poi ripartire, alla ricerca di quegli ideali a cui sentiva interamente di appartenere.