cerca

“Insurgents”, la nuova leadership progressista

Un nuovo paper di Global Progress fa il ritratto politico di alcuni leader mondiali e spiega come si fa la ribellione dei moderati

17 Giugno 2020 alle 19:45

“Insurgents”, la nuova leadership progressista

Matt Browne, senior fellow del Center for American Progress e fondatore di Global Progress, ha pubblicato un documento sulla nuova generazione della leadership progressista dal titolo “Insurgents”. Il riferimento all'insorgenza, alla ribellione, rimanda all'ex premier britannico Tony Blair (con cui Browne ha lavorato) e alla frase che disse qualche mese dopo la vittoria della Brexit al referendum, nel 2016: “We are the insurgents now!”. Da allora, Blair ha fatto campagna non soltanto per il ripensamento sul divorzio inglese dall'Unione europea, ma per creare una mobilitazione delle forze moderate, un'insorgenza dei progressisti e delle forze anti populiste.

 

Browne riprende questa definizione e con l'aiuto di altri autori ed esperti traccia il ritratto politico degli insurgents progressisti in Italia (Matteo Renzi), in Canada (Justin Trudeau), in Francia (Emmanuel Macron), in Nuova Zelanda (Jacinda Ardern) e in Ungheria (il sindaco di Budapest Gergely Karácsony).

  

  
Pubblichiamo alcuni stralci dell'introduzione, scritta da Matt Browne. In fondo trovate il link a tutto il paper.

 

“Nel decennio successivo alla crisi finanziaria, i progressisti sono rimasti sulla difensiva. L'austerità è diventata la regola economica e questo ha dato spazio alle diseguaglianze e alla frustrazione di molti, soprattutto di fronte al fatto che parecchi responsabili della crisi non hanno dovuto pagare per la loro irresponsabilità. Nel frattempo i social media hanno disrupt le nostre democrazie in modi buoni e in modi cattivi, trasformando non solo le modalità delle campagne elettorali e della organizzazione politica, ma anche la percezione dei nostri vicini e dei nostri concittadini. Di certo la brutalità della polizia contro i neri o il movimento #metoo non sarebbero entrati nella coscienza di tutti senza gli smartphone o senza i social media e gli hashtag, ma è anche evidente – lo mostra bene la diffusione continua delle fake news – che i social media pensano prima di tutto ai profitti, anche a spese degli stessi valori democratici”.

  

"In questo contesto, si è formata una nuova ondata di nazionalismo, illiberalismo e conservatorismo di destra che ha forgiato la politica globale, alimentando paure e ansia e promuovendo odio e divisioni. Quest'ondata è stata talmente potente che molti progressisti hanno passato gran parte del loro tempo a riposizionarsi all'interno di questo nuovo quadro politico. Pure se ci sono molte lezioni che possono essere tratte dalla “resistenza” al populismo, è venuto il momento per i progressisti di concentrarsi di meno sulla reazione ai populisti ma di pensare a come promuovere in modo creativo le proprie visioni, valori e priorità. Detto in altri termini: i progressisti devono agire per conto loro, sulla base delle proprie iniziative”.

  

“Se i progressisti vogliono riprendersi dal punto di vista elettorale e ideologico, dobbiamo ripensare in modo sostanziale come facciamo politica. Spinto dalla tecnologia moderna, il sogno progressista di cittadini competenti in grado di parlare ai governi e di richiedere un ruolo nei processi decisionali è diventato alla fine una realtà. Uno dei compiti più importanti per i progressisti è quello di disegnare un percorso perché la democrazia partecipativa passi al prossimo livello, a beneficio di tutta la collettività – si può creare un sistema in cui c'è partecipazione senza populismo”.

 

“Ci sono quattro elementi alla base di campagne di successo: una leadership genuina, un senso di ribellione con uno scopo preciso, la capacità di unire, e la volontà di sperimentare con l'innovazione organizzativa”

 

“Ardern e Trudeau condividono la capacità di raccontare e incarnare una storia sul loro paese e sul suo futuro che non soltanto risuona tra le persone ma anche eleva i governi sopra le divisioni partisan”.

 

“L'ascesa di Matteo Renzi è la quintessenza di una campagna insurgent con uno scopo. Renzi ha costruito la sua immagine a livello locale come sindaco di Firenze sulla base della volontà di rimpiazzare l'establishment del partito e dei suoi interessi sedimentati nel tempo. Renzi ha preso il controllo del Partito democratico da fuori e ha provato a portare una nuova generazione di leadership al potere mosso da un gran senso di urgenza. Adattando il suo approccio impact-focused sviluppato quando era sindaco, a livello nazionale ha affrontato i problemi in un modo che potesse avere un impatto concreto e immediato sulla vita degli italiani. E proprio quando il legame tra la sua agenda e l'impatto sulla vita reale è diventato meno chiaro, la sua leadership ha cominciato ad appannarsi. Quando Renzi ha cercato di riformare le istituzioni democratiche dell'Italia e il Senato, il paese ha visto queste riforme come aliene rispetto alla quotidianità, e come una faccenda di potere. E' stato il primo passo verso una transizione tragica che ha visto Renzi passare dal suo essere insurgent, affamato di cambiamento, a uno che spiega lo status quo, sempre più preoccupato di giustificare il suo operato e i suoi risultati”.

 
“Ora che ci muoviamo verso politiche post pandemia, il modo antico di fare le cose diventerà, almeno per il futuro che possiamo immaginare, inappropriato. E' parecchio difficile, per esempio, che le persone accoglieranno sconosciuti che bussano alla porta per distribuire volantini politici, e dovremo anche scoraggiare le persone a partecipare a comizi oceanici. Al loro posto, stanno già emergendo alternative virtuali assieme a modi concreti per dare peso e responsabilità a chi condivide i nostri valori e le nostre ambizioni e vuole fare campagna con noi. L'utilizzo di queste tecnologie non soltanto migliorerà il modo di fare campagna dei progressisti ma anche il modo con cui formulare le diverse politiche e coinvolgere le persone una volta al governo. Fare campagna, governare e costruire politiche nuove sono attività sempre più integrate. In tutte le democrazie, c'è una domanda crescente da parte dei cittadini di essere consultati durante la concezione delle politiche di governo. E, come mostra l'esempio di En Marche! in Francia, queste tecnologie possono essere anche usate per responsabilizzare le persone e farle diventare change makers nelle loro comunità, contribuendo al bene collettivo”.

 

Qui trovate tutto il documento.

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi