La nave Bana ormeggiata a Genova (foto LaPresse)

"La nave ferma a Genova portava in Libia sistemi antiaerei e di jamming"

Luca Gambardella

Una fonte libica rivela i dettagli del carico consegnato a Tripoli dalla Bana. Ecco come si viola l'embargo dell'Onu

La nave fantasma di Erdogan ferma a Genova e sospettata di avere trasportato armi tra Turchia e Libia ha consegnato a Tripoli sistemi antiaerei e dispositivi tecnologici di jamming, in grado di oscurare i segnali radar. Una fonte libica ha rivelato al Foglio che il carico proveniente dalla Turchia non includeva solo obici e carri armati ma anche strumenti tecnologici più avanzati. La consegna, compiuta lo scorso 29 gennaio dalla nave libanese Bana, è solamente uno tra i tanti casi in cui l’embargo deciso dall’Onu nel 2011 è stato regolarmente violato da forze straniere. Per questo motivo, lunedì scorso i ministri degli Esteri dell’Ue hanno deciso di schierare le loro navi militari al largo della Cirenaica, tentando di rendere finalmente effettivo l’embargo.

 

Scalo a Tripoli

 

Ieri, la polizia di Genova ha messo in stato di fermo il comandante della nave libanese Bana, che dal 3 febbraio è sotto sequestro e su cui indaga la Digos. Il capitano si chiama Youssef Abdul Razzak Tartoussi, ha 55 anni, è nato a Beirut ed è accusato di concorso in traffico di armi, aggravato dalla pluralità dei soggetti coinvolti. Soggetti che sono riconducibili alle forze armate turche, intente a violare l’embargo Onu imposto in Libia e ad armare l’alleato di Tripoli, Fayez al Serraj.

 

A dare il via alle indagini era stata la testimonianza del terzo ufficiale di coperta, resa il giorno dopo l’approdo della nave a Genova. Il giovane aveva mostrato alla polizia marittima delle foto scattate a bordo che mostravano il carico di carri armati, camion gommati attrezzati con lanciarazzi e mitragliatrici, vetture fuoristrada ed esplosivi fatti salire sulla Bana – con il consenso del comandante – nel porto turco di Mersin e scaricati a Tripoli. Il tutto scortato a bordo da una decina di soldati turchi. Ma quella libica, secondo il testimone, era una deviazione – inaspettata per l’equipaggio – dal piano di navigazione originario, che invece prevedeva uno scalo a Gabes, in Tunisia, e poi la tappa a Genova.

 

Ad attirare sin dall’inizio l’attenzione sulla nave erano state le foto scattate lo scorso 29 gennaio dal porto di Tripoli e che ritraevano la Bana affiancata da una fregata turca poco prima dell’attracco. Sempre secondo la testimonianza del terzo ufficiale di bordo, il comandante della nave aveva disattivato l’Ais – cioè il trasponder – a 25 miglia dalla costa. Non era la prima volta che la Bana scompariva dai radar. Era successo per diverse ore anche in altre due circostanze. Le verifiche tecniche compiute a Genova hanno poi dimostrato che si è trattato di blackout volontari e illegali, non riconducibili a disturbi o malfunzionamenti: insomma, la nave diventava “fantasma” deliberatamente, per nascondere i suoi traffici. Non è d’accordo con questa versione Cesare Fumagalli, uno dei legali del comandante della nave, che al Foglio spiega come “lo switch off volontario dell’Ais non è un fatto certo. Di sicuro – spiega il legale – il Vdr (la scatola nera, ndr) ha sempre funzionato regolarmente”.

 

I pm Marco Zocco e Maria Chiara Paolucci, coordinati dagli aggiunti Francesco Pinto e Paolo D’Ovidio, valutano come attendibili le foto e le parole rilasciate dal giovane ufficiale libanese. “Stando all’ordinanza del gip c’è compatibilità tra gli ambienti interni della nave e le foto scattate dal testimone”, aggiunge Fumagalli. Anche un altro video del carico d’armi, girato all’interno della nave e pubblicato sui social (non è ancora chiaro da chi), è considerato verosimile dai pm. Inoltre, la versione del testimone non è corroborata solo dalle deposizioni rese da altri ufficiali di coperta, ma soprattutto dai rapporti trasmessi da un’unità della Marina militare italiana ormeggiata al porto di Tripoli. Si tratta della Gorgona, che lo scorso 29 gennaio ha rilevato l’arrivo della Bana e ha segnalato un’insolita attenzione usata dai libici nello scortare il cargo fino al molo.

 

 

 

La situazione “non è bella”

 

L’equipaggio – composto da 21 elementi, la gran parte di nazionalità siriana – ha parlato agli inquirenti di una diffusa sensazione di paura a bordo, soprattutto nelle ore successive allo scalo in Libia. Quando ormai le foto e i video del carico erano stati pubblicati in rete, durante la navigazione verso Genova il capitano aveva ordinato di ridipingere alcune parti della nave che comparivano nei filmati. Inoltre, in caso di domande all’arrivo in Italia, Tartoussi aveva intimato ai suoi ufficiali di dire che lo scalo a Tripoli era stato motivato da un guasto. Ma le verifiche tecniche effettuate in Italia hanno smentito qualsiasi avaria. La situazione “non è bella” – aveva scritto in un sms il terzo ufficiale mentre la nave caricava armi nel porto turco di Mersin – ho scoperto che la nave lavora nell’ambito del traffico di armi. Blindati, missili… per Tripoli, Libia”, aggiungeva in un altro messaggio il 30 gennaio. E ancora: “Ho dato le dimissioni ma comunque sono molto preoccupato, in ansia”, “questi li portano per combattere contro Haftar (il generale che guida l’offensiva militare lanciata contro Fayez al Serraj, premier del governo riconosciuto dalla comunità internazionale, ndr)”.

 

La storia del comandante

 

Per ora è chiaro che la storia di tutti i protagonisti della vicenda – dall’armatore al comandante – nasconde diversi punti oscuri. Delle ombre sul proprietario della nave si era già scritto: la Med Wave Shipping S.A. ha tutte le sembianze di una società fittizia ancora riconducibile a Ali Abou Merhi, uomo d’affari libanese vicino a Hezbollah, finito sotto sanzioni americane tra il 2015 e il 2017 per i suoi legami con il narcotrafficante di doppia nazionalità colombiana e libanese Ayman Saied Joumaa. Ma in passato anche il capitano della Bana, Youssef Tartoussi, è stato coinvolto in altri traffici illeciti. Tra il 23 e il 30 giugno del 2006, il capitano libanese si rese protagonista della fuga rocambolesca dal porto di Costanza, in Romania, di Omar Hayssam, un uomo d’affari rumeno nato in Siria e condannato in contumacia a 20 di carcere perché colpevole del rapimento di tre giornalisti rumeni in Iraq nel 2005. In quell’occasione, Youssef fu reclutato da un cugino – armatore navale e amico di Hayssam – di nome Mustafa per trasportare di nascosto il fuggitivo fino ad Alessandria, in Egitto. In quell’occasione, Youssef si dichiarò all’oscuro del trasporto illegale di un fuggitivo accusato di terrorismo a bordo della sua nave, la Imam T: gli inquirenti rumeni, allora, decisero di credergli e lo scagionarono.

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  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it