La nave dei traffici d'armi con la Libia è ferma a Genova

Luca Gambardella

Di chi è, cosa trasporta e perché ora si trova nel porto ligure il cargo che secondo i francesi è stato usato da Erdogan per portare i blindati all'alleato Serraj

Una nave sospettata di avere fornito mezzi militari turchi in Libia è ora ormeggiata al porto di Genova. Il cargo si chiama Bana e mercoledì scorso, prima di dirigersi verso l’Italia, è comparso davanti a Tripoli scortato da due fregate turche. Per i francesi non ci sono dubbi: la Turchia ha usato quella nave per inviare armi e blindati al suo alleato libico, Fayez al Serraj. “Erdogan non mantiene la parola data”, ha commentato giovedì Emmanuel Macron, che ha accusato il presidente turco di avere già violato l’intesa raggiunta alla Conferenza di Berlino, che prevedeva un embargo in Libia. Non esistono foto che provino con certezza l’avvenuta consegna, ma fonti militari francesi rimaste anonime hanno detto nei giorni scorsi che la portaerei francese Charles De Gaulle ha intercettato la nave cargo e le due fregate. Lì a Tripoli c’è un’altra nave militare che sicuramente avrebbe notato gli strani movimenti di questi giorni: si tratta dell’unità della nostra Marina militare, la Capri, che da oltre un anno dà sostegno alle forze di Serraj, alleate dal nostro paese.

  

 

Quel che è certo è che i dati di navigazione trasmessi dal cargo non sono trasparenti. “Penso che dietro a questa vicenda ci sia qualcosa”, ci dice Yoruk Isik, un fotografo turco diventato celebre come “il guardiano del Bosforo”, perché passa le giornate a scattare immagini delle navi sospette che attraversano lo stretto. Come la Bana, che come tutte quelle che trasportano automobili, è definita in gergo “ro-ro”. Batte bandiera libanese, è abituata a viaggiare nel Mediterraneo restando nell’ombra e negli ultimi anni il suo armatore ha attirato l’attenzione di mezzo mondo per i suoi legami con il narcotraffico.

 

 

A notarla per primo è stato proprio Yoruk Isik: “Ho cominciato a seguirla alla fine di dicembre. Era a Istanbul, ad Haydarpaşa, che è un porto piuttosto piccolo, il più antico della città. Ma in quel momento hanno spento l’Ais (il sistema di identificazione automatica ndr) e la nave ha fatto alcune manovre sospette”. Spegnere l’Ais significa oscurare il proprio segnale radar per rendersi invisibili e non tracciabili. E’ una pratica illegale che però la nave ha compiuto abitualmente altre volte, per esempio quando è passata davanti alla Libia, la sua destinazione “preferita”.

  

Le sanzioni americane e i sospetti dell'Onu

Per capire come mai ci sia tanta attenzione attorno a questa nave è necessario ripercorrere la sua storia recente. Tra il 2015 e il 2017, la Bana si chiamava Sham 1 e faceva spesso scalo al porto di Tobruk, sulla costa orientale della Libia. Questi passaggi frequenti avevano attirato l’attenzione di un panel di osservatori dell’Onu. “Abbiamo ricevuto da diverse fonti informazioni sulla consegna di 300 pick-up Toyota e Landcruiser blindati a Tobruk il 16 gennaio 2017. L’unica nave appropriata per trasportarle e ormeggiata lì è la Sham 1”, dice una relazione consegnata al Consiglio di Sicurezza Onu nel giugno 2017.  Quello del mercato delle auto non è un business qualunque in Libia, dove i pick-up sono al centro di scambi commerciali intensi con i paesi occidentali e asiatici, soprattutto coreani. Una volta blindati, su di essi si montano armi automatiche e sono molto ricercati dalle milizie proprio per la loro agilità.

  

 

Gli osservatori scoprirono anche che quella nave era già nota al dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, che l’aveva inserita in una lista di mezzi ed entità sottoposte a sanzioni perché accusate di attività illecite. “Il listing – spiegano gli esperti dell’Onu – sembra sia collegato al vecchio proprietario della nave, Ali Abou Merhi, un uomo d’affari libanese con legami con Hezbollah attraverso una catena di compagnie (riciclaggio di denaro, secondo il Tesoro americano). Abou Merhi ha comandato l’organizzazione criminale Joumaa”, concludono gli esperti. La Joumaa è una rete di trafficanti molto vasta, che tocca medio oriente, Europa e Sudamerica. E quella che oggi si chiama Bana era usata per i traffici di Merhi. 

 


 

I pick-up consegnati dalla Sham 1 a Tobruk nel 2017, segnalati da fonti confidenziali al panel di esperti Onu


 

Le sanzioni americane sono scadute nel 2017 e oggi, almeno ufficialmente, il proprietario della nave è una società che ha sede a Beirut, la Middle East Maritime Consult. Ma da quanto risulta al Foglio, la nave è gestita ancora dalla società di Merhi, che è rimasto l’armatore effettivo tramite il figlio Atef. “Si tratta di una società molto ben strutturata, che opera nel settore del trasporto delle auto da anni. Lavorano soprattutto con fornitori di auto tedeschi”, ci dice un esperto del settore. Lo stesso Atef nel 2012, prima di andare a dirigere l’azienda del padre, ha lavorato per un anno in Germania come analista commerciale della Höegh Autoliners GmbH, una società tedesca che si occupa di shipping.

 

E così arriviamo ai giorni recenti, per la precisione alle ore successive all’avvistamento al largo di Tripoli. Giovedì, subito dopo la tappa libica, la nostra “ro-ro” si rimette in navigazione – stavolta senza scorta – verso Genova, dove arriva in rada la mattina di sabato scorso. Fonti che hanno diretta conoscenza della nave e dei suoi viaggi ci spiegano che la nave è partita da Tripoli scarica e che è a Genova per un nuovo carico di automobili. “Tutto normale, come di consueto”, dicono.

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  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it