Il progetto di dialogo di Ilham Tohti, spiegato da sua figlia

Giulia Pompili

L'intellettuale uiguro ha ricevuto il premio Sakharov ma è nelle prigioni del regime cinese. Intervista con la figlia Jewher Ilham, che dice: mio padre voleva aggiustare la situazione nello Xinjiang

Roma. “Mio padre è un uomo che aggiusta le cose”, dice al Foglio Jewher Ilham. Sarà lei che domani, al Parlamento europeo a Strasburgo, riceverà il premio Sacharov al posto di suo padre, Ilham Tohti. L’economista uiguro, uno degli intellettuali più famosi della minoranza musulmana turcofona, è stato arrestato nel 2014 e condannato all’ergastolo dopo un processo durato due giorni, accusato da Pechino di separatismo e di “infiammare” la questione etnica nello regione autonoma dello Xinjiang, nella Cina nord-occidentale. Proprio per questo la decisione del Parlamento europeo di consegnare a Ilham Tohti il prestigioso riconoscimento per la libertà di pensiero, dedicato allo scienziato e dissidente sovietico Andrej Sacharov, ha un valore non soltanto per la famiglia di Ilham Tohti ma per l’intera comunità uigura. E’ un dossier che da anni fa parte delle “materie sensibili” per il governo di Pechino. Le tensioni nella regione autonoma esistono da decenni, ma dopo l’11 settembre del 2001 la Cina ha iniziato a sfruttare il pericolo del terrorismo islamico per usare la mano pesante: l’obiettivo finale è quello di “armonizzare” le etnie e “sinizzare” le province ribelli. In altre parole: cancellare la cultura e l’esistenza di una minoranza. Due anni fa il mondo intero ha scoperto – attraverso le testimonianze dirette e le immagini satellitari – l’esistenza di veri campi di lavoro nello Xinjiang, dove secondo i dati di ong indipendenti sarebbero rinchiusi almeno un milione di uiguri, su una popolazione di circa dieci milioni. 

 

 

Pechino prima ha negato l’esistenza dei campi e poi ha trasformato la sua narrativa, invitando giornalisti e accademici nello Xinjiang e mostrando un efficacissimo sistema di rieducazione per musulmani. Luoghi dove non si parla altra lingua oltre al mandarino, dove il culto religioso è sostituito alla fede nel Partito comunista. E dove si lavora, però quasi gratis: “E’ forza lavoro semigratuita, per la Cina. Parliamo di persone che lavorano nei campi di pomodori per 5 yuan al giorno, 64 centesimi di euro”, dice Jewher Ilham. Poi a fine novembre il Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi (Icij) ha pubblicato i China Cables, un’inchiesta enorme basata sui leak di documenti interni al Partito al potere a Pechino che dimostrano il “lavaggio del cervello” che gli uiguri subiscono in quelli che hanno tutte le caratteristiche per essere definiti campi di concentramento.

 

“Molto prima di essere arrestato, mio padre aveva iniziato a lavorare con i bambini senzatetto, abbandonati. Qualche tempo dopo cominciò a sospettare che il problema di questi minori non fossero soltanto i genitori, magari senza lavoro, con alle spalle famiglie poverissime: c’erano problemi molto più profondi. Mancava l’educazione”. E’ così che è iniziato il suo lavoro per “aggiustare” la situazione nello Xinjiang. Dice Jewher Ilham: “Ha cominciato con ricerche statistiche, facendo molte interviste, e anche grazie ai suoi studi economici ha iniziato a notare che la maggior parte delle tensioni tra la minoranza musulmana degli uiguri e i cinesi di etnia han arrivava dall’incomprensione”. E’ così che è nato Uighur Online, un sito d’informazione tradotto in varie lingue, tra i pochissimi a riportare le notizie così com’erano, al di là della censura cinese, periodicamente bloccato dalle autorità. E’ l’informazione, in realtà, la cosa che teme di più il governo di Pechino. E quindi anche solo il fatto di tradurre le notizie in inglese, in uiguro e in mandarino (quindi comprensibili da tutti) è un atto politico: “Il sito si finanziava praticamente grazie ai soldi personali di mio padre. Aveva dovuto comprare un server in America per tenerlo online, in modo che le persone potessero informarsi. Nel frattempo, mio padre accettava di parlare con tutti della questione: con ambasciatori, funzionari, rappresentanti di altri paesi. Cercava una soluzione. Gli unici che non volevano ascoltare proposte e suggerimenti su come far funzionare il dialogo tra uiguri e cinesi han erano proprio i funzionari vicini a Pechino. Che non solo non accettarono i suoi consigli, ma lo arrestarono”. Ma Ilham Tohti non è l’unico a essere finito in prigione: il presidente della Xinjiang University, Tashpolat Teyip, è sparito due anni fa e ora è in attesa che la sua condanna a morte sia eseguita. Sempre dal 2017 nessun membro della famiglia di Ilham Tohti può avere contatti con lui: “Prima di allora potevamo incontrarlo una volta ogni tre mesi, ed era già una violazione della legge perché per i prigionieri politici, in realtà, è prevista una visita al mese”.

 

A fine ottobre il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, annunciando il nuovo Sacharov ha detto che “Ilham Tohti si è impegnato per migliorare la comprensione tra gli uiguri e gli han in Cina ed è stato imprigionato a vita. Il Parlamento europeo, oltre a esprimere tutto il suo sostegno per il suo lavoro, chiede che venga immediatamente rilasciato dalle autorità cinesi”. Una richiesta che ha già avuto conseguenze: da settimane sui social network la propaganda cinese cerca di screditare non solo il lavoro dell’intellettuale uiguro ma anche lo stesso premio Sacharov: “Fanno di tutto per cercare di dimostrare che non meritasse il premio”, dice Jewher Ilham. “Ma dovranno prima o poi realizzare che il resto del mondo ha iniziato a conoscere la nostra situazione, anche se attraverso un evento così tragico”.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”. È terzo dan di kendo.