Due chiacchiere con Villani, che a Parigi sfida il macronismo restando marcheur

Mauro Zanon

Il suo modello per vincere le amministrative parigine del prossimo anno è uno che di dissidenza se ne intendeva negli anni Settanta: Jacques Chirac

Parigi. Cédric Villani preferisce parlare di “candidatura libera”, e non di “candidatura dissidente” rispetto al macronismo, dopo la sua scelta di lanciarsi nella corsa per il comune di Parigi nonostante la commissione d’investitura della République en marche (Lrem) abbia indicato Benjamin Griveaux, quest’estate, come candidato ufficiale. Ma il suo modello per vincere le amministrative parigine del prossimo anno è uno che di dissidenza se ne intendeva negli anni Settanta: Jacques Chirac, diventato sindaco della capitale francese nel 1977, dopo una campagna elettorale eterodossa, in contrasto con il presidente della Repubblica di allora Valéry Giscard d’Estaing e il suo candidato ufficiale Michel d’Ornano. “Il Chirac del 1977 è un modello soprattutto per il suo stile di campagna e per la sua energia inesauribile. Era sempre sul campo e molto empatico. Io e la mia squadra dobbiamo ricordarci ogni giorno dell’importanza di essere presenti fisicamente nella quotidianità dei parigini. A Parigi, certamente, si vince con le idee. Ma si vince anzitutto con il contatto umano. Dobbiamo essere dappertutto”, dice al Foglio Villani, alla guida del movimento “Vivons Paris”. E aggiunge: “Ogni settimana prevediamo di effettuare una ventina di spostamenti, per visitare tutti gli arrondissement. E’ fondamentale, perché Parigi è fatta di diversità e queste diversità bisogna conoscerle. Ho lanciato le operazioni ‘24 heures’, durante le quali incontro per ventiquattro ore consecutive i parigini: nei mercati, nelle discoteche, nei caffè, nei ristoranti, per strada, in ogni quartiere. Il Chirac del 1977 è un punto di riferimento perché si è lanciato con coraggio in quella campagna elettorale. In più, come lui, ho delle radici correziènnes (Villani è nato a Brive-la-Gaillarde, nel dipartimento del Corrèze, nel sud-ovest della Francia, ndr), e dunque c’è anche una simpatia naturale per la persona. La scorsa settimana in un’intervista all’Echo Républicain ho detto che quando sono sul campo devo sempre dirmi: ‘Dai, andiamo in modalità Chirac!’, stringendo mani, abbracciandosi, lasciandosi andare in mezzo alla gente, tuffandosi alla ricerca del contatto umano”.

 

Qualche giorno fa, secondo quanto rivelato dal Figaro, il capo dello stato, Emmanuel Macron, ha detto ai deputati della maggioranza che “quando alcuni dicono che le commissioni di investitura sono illegittime, dimenticano che loro stessi sono usciti da queste (il riferimento è alle legislative del 2017, quando i candidati al Parlamento, tra cui appunto Villani, vennero scelti attraverso una commissione d’investitura, ndr)”, e che “la divisione è letale in politica”. In molti, ovviamente, hanno visto un chiaro attacco al leader di “Vivons Paris”, l’Eliseo si è affrettato a smentire – “non era riferito a Villani” –, ma il matematico medaglia Fields, sollecitato sul tema, ha ribadito ieri che le modalità d’investitura “non erano adeguate per far emergere un candidato legittimo”. “Siamo stati in molti a criticare il processo d’investitura, e ciò mi ha spinto naturalmente a presentare la mia lista”, ha dichiarato Villani. Perché “naturalmente”? “Perché durante l’estate mi sono reso conto di aver il sostegno dei militanti, dei marcheurs, di coloro che incrocio per strada e mi identificano come uno di loro, come un membro società civile. La mia candidatura viene dall’esterno, è vista come qualcosa di nuovo a Parigi”, spiega Villani.

E’ arrivato nella capitale a 17 anni, dopo la maturità, e di Parigi ha vissuto “tutto ciò che di affascinante ti può dare questa città per emanciparti e innalzarti dal punto di vista culturale e intellettuale”, ricorda col sorriso. Ma negli ultimi anni quella dolcezza di vivere di cui ha beneficiato negli anni Novanta è venuta meno. “Bisogna riportare l’armonia in questa città e cacciare l’aggressività”, dice Villani. Quando gli chiediamo cos’è per lui il macronismo, ci risponde così: “Nel mio libro ‘Immersion. De la science au Parlement’ ho provato a definirlo seguendo l’idea di George Lakoff secondo cui ogni buon progetto deve poter essere enunciato in una decina di parole. Fierezza francese, sovranità europea, progressismo illuminato, liberalismo egualitario, coscienza del mondo, ecco, per me, cos’è il macronismo. Ciò corrisponde a dei temi e a dei valori che ho difeso impegnandomi con En Marche!, ma anche con il think tank Europa Nova prima di entrare all’Assemblea nazionale come deputato”. Non parlategli di “tradimento”, insomma. Perché lui, ai valori del macronismo, dice di essere rimasto fedele.