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La versione russa di “Chernobyl” insegna che per Mosca raccontarsi è ancora difficile

Il leak del trailer e i disastri non chiariti. La Russia continua a gestire le catastrofi nucleari così come lo fece nel 1986

2 Agosto 2019 alle 08:54

La versione russa di “Chernobyl” insegna che per Mosca raccontarsi è ancora difficile

Al successo della serie televisiva “Chernobyl”, diretta da Johan Renck, la Russia ha risposto con un’altra serie, un’altra Chernobyl, un’altra storia. Mosca ha commissionato una serie tv alternativa sul gran disastro nucleare, e il regista, Alexei Muradov, ha rilasciato diverse interviste per spiegare che la sua è una missione, un compito per confutare le tesi di Washington e mostrare che gli americani non vissero il disastro come spettatori, anzi, hanno avuto un ruolo. La risposta russa è stata finanziata da Gazprom, la compagnia energetica di stato, dal ministero della Cultura e, come ha spiegato anche Muradov, la trama si basa su una teoria che coinvolge la Cia: nei giorni dell’esplosione, un agente straniero era nella centrale, “un fatto che non è stato negato da diversi storici”. La frase usata da Muradov in un’intervista alla Komsomolskaya Pravda è un equilibrismo e il regista ha anche promesso che la serie dirà al pubblico cosa è successo davvero, una promessa importante da fare agli spettatori.

 

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La stampa russa aveva accolto l’uscita di “Chernobyl”, la serie americana, con molto sarcasmo, insistendo su quegli stereotipi “da guerra fredda” e qualche dettaglio fuori posto, ma la serie è piaciuta molto nonostante la critica di molti esperti e giornalisti, per cui fornire una risposta, veloce e contraria, è stata la reazione immediata. E non importa se in realtà la serie di Hbo ha di fatto descritto i sovietici come un gran popolo, capace di sacrificarsi, di gesti di altruismo estremo, di eroismo. E non importa se l’eroe, l’ingegnere Legasov, viene descritto come un grande personaggio, uno scienziato titanico che sente sulle sue spalle il peso del mondo. E non importa se la serie non intende suggerire che l’Unione sovietica fosse governata da persone ottuse – certo di apparatchik superficiale ce ne sono fin troppi –, ma è anche grazie ad altri apparatchik illuminati che il disastro è stato contenuto. In Russia c’è chi ha preso l’arrivo della serie come un attacco, un prodotto della russofobia e qualcuno ha anche suggerito che soltanto i russi possono parlare della storia russa. E così si sono messi a lavoro, Alexei Muradov è andato in Bielorussia e, anche con un po’ di fretta, le riprese sono iniziate. La scorsa settimana era stato pubblicato il trailer della serie, che si chiama “Chernobyl” come l’originale, e Max Seddon, il corrispondente da Mosca del Financial Times, su Twitter l’aveva presentato così: “Comandanti sovietici eroi che si preoccupano per la vita dei soccorritori e spie americane che sabotano un servizio ferroviario suburbano senza una ragione”.

 

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Poco dopo il trailer è scomparso, rimosso, ma l’assaggio non è piaciuto granché e soprattutto non è piaciuta la scomparsa del trailer, quasi raccontasse una storia che era meglio non sapere. Leonid Bershidsky, giornalista russo, tra le firme più importante di Bloomberg, che non ha amato molto la serie americana, anche lui dentro ci ha trovato troppi stereotipi – come la tendenza a ripetere continuamente il termine “comrade” prima dei nomi, “comrade Legasov”, “comrade Sherbina” – ha poi cercato di spiegare perché il “Chernobyl” russo non sarà mai migliore di quello americano, né tantomeno potrà essere onesto. La ragione è semplice, ha spiegato il giornalista, e sta nel fatto che la Russia continua a gestire le catastrofi nucleari così come lo fece nel 1986. Bershidsky cita un incidente avvenuto nel 2017, quando un gruppo di esperti francesi e tedeschi pubblicò un documento che denunciava la diffusione di una nuvola di radiazioni in Europa. Quella nuvola, non pericolosa, ma che necessitava un chiarimento, veniva, secondo gli scienziati, dagli Urali meridionali. La Russia aveva promesso di indagare, ma non ha dato spiegazioni. Il giornalista conclude poi invitando gli scienziati stranieri a stare attenti all’industria nucleare russa, perché qualsiasi cosa succederà non sarà “la Russia la prima a parlarne al mondo”.

 

L’uscita del trailer non ufficiale e la sua rimozione hanno poi fatto pensare a catastrofi di ogni tipo, allarmismi, misteri. Ma si è trattato soltanto di un leak, per vedere i dodici episodi della serie bisognerà attendere l’autunno.

Micol Flammini

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