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Se c’è un vuoto di leadership, lo riempiono i più brutali e fantasiosi

La May, Corbyn e una replica dolorosa. Se queste europee sono le prove generali di un secondo referendum sulla Brexit, va a finire come al primo

Paola Peduzzi

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peduzzi@ilfoglio.it

15 Maggio 2019 alle 10:07

Se c’è un vuoto di leadership, lo riempiono i più brutali e fantasiosi

Londra, 25 aprile 2019 (foto LaPresse)

Milano. Quarantadue giorni di colloqui bipartisan sono sufficienti, anzi sono già troppi, dicono laburisti e conservatori in coro, tenuti insieme dal terrore elettorale: dopo aver maneggiato male la Brexit – chi male chi malissimo – e non aver convinto il Parlamento britannico ad accontentarsi di nessun genere di accordo, dopo aver tentato la terapia di coppia fuori tempo massimo per evitare di partecipare alle elezioni europee del 23 maggio, la premier Theresa May e il leader del Labour, Jeremy Corbyn, vanno di fretta, vogliono chiudere rapidi questa parentesi di dialogo che ha portato ancora più sciagure del silenzio ostile che l’ha preceduta. Ieri la May ha ricevuto una lettera firmata da 14 conservatori che le dicevano di non cedere ad alcun patto con il Labour sull’unione doganale: le costerebbe il sacrificio del “suo centro fedele”, dicono molti ex ministri e accompagnatori vari. A parte che non c’è aria di patto (ma essendo tutto a porte chiuse non c’è sicurezza), il “centro fedele” di fedeltà non ha granché, visto che tra i firmatari ci sono anche Boris Johnson e Dominic Raab che vogliono soltanto una cosa: trucidare (politicamente) la May e prenderne il posto. E quando rispunta serafico pure Michael Gove, il più grande pianificatore di tradimenti falliti della storia britannica recente, che dice che bisogna dare il tempo alla May di organizzare l’ultima fase della Brexit e la propria dipartita, è probabile che la premier inizi a toccare ferro.

  

Il Partito conservatore è evidentemente disperato: gli ultimi sondaggi lo danno al quinto posto – dietro ai Verdi (11 per cento), ai Lib-Dems (15 per cento), al Labour (16 per cento) e al Brexit Party (34 per cento – a delle elezioni che non dovevano esserci e per le quali molti non vogliono fare campagna: che cosa andiamo a raccontare agli elettori? Senza la May i brexiteers, che comunque contano di prendere la guida del partito, sono convinti che Nigel Farage e il suo Brexit Party non sarebbero tanto forti. Il Times ha pubblicato un editoriale in cui esponeva la nota teoria del vuoto – l’abbiamo sperimentata in medio oriente, la sperimentiamo ovunque i leader smettano di fare i leader, e quando si parla d’America il vuoto è esponenziale. Secondo il quotidiano conservatore, “più a lungo sta la May più forte diventa Farage: il suo successo è il fallimento della premier”, e in questo modo si rafforza l’idea che il compromesso raggiunto dalla May con l’Europa sia stato la sentenza capitale per il partito e per il governo. Le motivazioni del compromesso – non si poteva fare altrimenti, se non a costi altissimi – sono scomparse dal dibattito un’altra volta, ed è questo vuoto, più che quello di leadership cui siamo abituati da un po’, a essere stato riempito dalle antiche fantasie brexitare di cui Farage è il cantore più riconosciuto. Intanto la May sta lì, aspetta l’arrivo di Donald Trump il 3 giugno (che conoscendolo darà il colpo finale) e spedisce il suo negoziatore a Bruxelles per cercare di capire come si modifica la dichiarazione sulle relazioni future e ad accoglierlo non c’è quasi nessuno: siamo nella pausa-Brexit finché non succede qualcosa di sostanziale, dice la controparte europea, avvilendo ulteriormente il governo inglese.

   

L’unica (magra) consolazione è che pure il Labour è sull’orlo della disperazione: l’ambiguità di Corbyn sulla Brexit, almeno a questo giro elettorale, non sembra aver pagato, e i colloqui con la May non fanno altro che peggiorare la sua posizione. I liberal-democratici sognano il sorpasso, unico segnale di vita del campo degli anti Brexit: se queste europee sono le prove generali di un secondo referendum, va a finire come al primo.

Paola Peduzzi

Paola Peduzzi

Scrive di politica estera, in particolare di politica inglese, francese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, Cosmopolitics, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante.

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