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Anche Lussemburgo e Svizzera firmano l'intesa sulla Via della Seta con la Cina

Giulia Pompili

La libertà di coscienza dei singoli governi europei combinata con la capacità di Pechino di convincerli è difficile da contenere

Roma. Manca meno di una settimana all’apertura dei lavori del “Belt and Road Forum”, la grande celebrazione del progetto della Nuova Via della Seta cinese che si terrà dal 25 al 27 aprile a Pechino. Le date le ha ufficializzate ieri il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, in una conferenza stampa in cui ha risposto alle critiche di questi mesi, arrivate soprattutto da Washington, nei confronti di quello che sembra sempre di più il disegno strategico studiato a Pechino per estendere l’influenza cinese all’estero: “Tutti i paesi sono liberi di partecipare, ma nessuno ha il diritto di impedire ad altri paesi di aderire e prenderne parte. Speriamo che molti altri paesi, compresi gli Stati Uniti, possano partecipare attivamente alla Via della Seta”, ha detto Wang Yi. Del resto la Cina è sempre più forte, soprattutto politicamente, in un’Europa che, a quanto pare, sull’adesione politica alla Via della Seta ha deciso di lasciare libertà di coscienza ai singoli paesi, valutando invece caso per caso gli investimenti cinesi nei paesi membri – ma senza imporre una strategia politica. E’ probabilmente la conseguenza, o meglio la contropartita, della cedevolezza dimostrata dai rappresentanti di Pechino durante l’ultimo annuale summit Ue-Cina dell’inizio di aprile, quando i cinesi hanno accettato una dichiarazione congiunta e nuovi impegni sulla loro politica industriale ed economica in Europa. Poche settimane prima, la Commissione europea aveva definito la Cina “al tempo stesso un partner di cooperazione con cui l’Ue ha obiettivi allineati, un partner negoziale, con cui l’Ue deve trovare un equilibrio di interessi, un antagonista economico alla ricerca della leadership nel settore tecnologico e un rivale sistemico che promuove modelli di governance alternativi”.

 

Ma la libertà di coscienza dei singoli governi combinata con la capacità della Cina di convincerli è difficile da contenere. A poco più di un mese da quando l’Italia, primo paese del G7, ha firmato il memorandum d’intesa per fare il suo ingresso nel progetto – che “non è un progetto geopolitico”, ha detto Wang Yi, “ma una piattaforma di cooperazione” – anche la Svizzera, durante il Forum della prossima settimana, firmerà il suo ingresso nella Via della Seta. E il 28 marzo scorso era stata la volta del primo ministro del Granducato del Lussemburgo Xavier Bettel, che aveva assistito alla firma del memorandum politico al Boao Forum. Su una cosa il sottosegretario al Mise Michele Geraci forse aveva ragione, e cioè che se un membro fondatore dell’Unione europea firma un memorandum politico pressoché ignorando i suoi tradizionali alleati, ma soprattutto non cercando l’unità politica dell’Unione di cui fa parte, si mette in cattiva luce, ma apre la strada per altri. Geraci parlava di altri “importanti paesi europei”, finora Lussemburgo e Svizzera sono per lo più simbolici – non certo attrattivi come l’Italia dal punto di vista della propaganda, per Pechino, ma comunque importanti per due ragioni: insieme con il principato di Monaco, dove il presidente Xi Jinping ha trascorso un giorno per una visita di stato storica il mese scorso, Svizzera e Lussemburgo sono sempre più attrattivi per la finanza cinese. E non è un caso se il presidente della Confederazione svizzera Ueli Maurer, che è anche ministro delle Finanze, sarà a Pechino la prossima settimana accompagnato da una delegazione di banchieri e manager (titolava Bloomberg mercoledì scorso: la Cina è l’unico posto dove i trader internazionali ancora riescono a fare i soldi). La Svizzera è poi strategica per un’altra ragione, e basta guardare la mappa: dopo l’Italia, è un altro passo della Cina verso il nord Europa.

 

Le arance, ancora le arance

Dopo aver messo le mani sul porto di Genova, l’idea cinese è quella di proseguire verso nord, magari con l’Alta velocità (proprio quella che i Cinque stelle non vogliono). E allora che si fa di questa “straordinaria piattaforma di cooperazione” disegnata a Pechino? Per ora infatti sembra che solo all’Italia abbia dato pochi frutti: o meglio, un solo frutto, l’arancia rossa di Sicilia. Ieri è arrivato in Cina il primo carico di arance rosse per via aerea – che finora venivano esportate solo via mare in un paese, la Cina, che è il primo produttore al mondo di arance. Ma per il governo il risultato è un successo, “frutto di un lavoro di squadra avviato dal ministro Di Maio nel corso delle sue missioni istituzionali in Cina”, si legge in un comunicato del ministero dello Sviluppo economico. “L’export di arance rosse in Cina apre la strada allo sviluppo dei rapporti commerciali tra i due paesi che si andranno a intensificare maggiormente nel quadro degli accordi siglati per la Nuova Via della Seta”. In pratica il governo gialloverde continua a ribadire la versione cinese della Via della Seta, ovvero l’aspetto commerciale dell’intesa, mentre – come abbiamo visto nelle scorse settimane – gli accordi commerciali si fanno anche senza l’accordo politico. Eppure, alle numerosissime missioni in Cina del nostro governo per far volare le arance, nel frattempo, si aggiunge quella al Boao Forum del ministro dell’Economia Giovanni Tria e del sottosegretario Geraci, ma soprattutto quella della prossima settimana del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che il 25 aprile volerà a Pechino per presenziare al Belt and Road Forum. Con lui, ha annunciato Wang Yi ieri, ci saranno altri 39 capi di stato – tra cui l’ospite d’onore: il presidente russo Vladimir Putin.

  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.