La promessa di dimissioni non risolve i problemi della May

Gregorio Sorgi

Boris Johnson ha cambiato idea ma il Dup e i brexiteers più accaniti rimangono contrari all'accordo. Intanto i Comuni non trovano un'alternativa per uscire dall'Ue

La premier britannica Theresa May continua ad affrontare la resistenza del Dup verso il suo accordo sulla Brexit, malgrado la promessa di dimissioni in caso di approvazione. Inoltre, i voti di ieri sera dei Comuni sulle alternative al piano della May sono stati tutti bocciati, e ancora non si intravede una soluzione per sbloccare l'impasse.

 
L'ostacolo principale per la premier sono sempre gli alleati nordirlandesi del Dup, che hanno ribadito la loro contrarietà all'intesa. Ieri sera la loro leader, Arlene Foster, ha detto che la promessa di dimissioni della premier non cambia nulla; continuerà a opporsi al suo accordo “perché mette in pericolo l'integrità del Regno Unito”. Il Dup ha solo dieci seggi in Parlamento, ma dispone di un potere negoziale enorme. Il consenso degli indipendentisti nordirlandesi è considerato fondamentale per convincere gli euroscettici conservatori che ancora non sono persuasi dall'accordo. Se il governo riuscirà a trovare una formula per ottenere il consenso della Foster, potrebbe essere l'ultimo passo necessario per vedere approvato il suo accordo. Il tempo stringe: l'Unione europea aveva detto che il 29 marzo sarebbe stata l'ultima scadenza per fare passare l'accordo, altrimenti Londra avrebbe dovuto chiedere una proroga lunga. Domani il governo potrebbe ripresentare l'accordo in Parlamento: i Comuni si riuniranno, è previsto un dibattito sulla Brexit ma non è chiaro se ci sarà il terzo voto sull'intesa. 

 
La mossa di ieri pomeriggio della premier ha sortito l'effetto sperato tra il gruppo parlamentare dei Tory. Boris Johnson, uno degli avversari più agguerriti della premier, si è rassegnato a sostenere il suo accordo. Johnson negli ultimi mesi aveva denunciato l'intesa della May come un imperdonabile tradimento della sovranità nazionale, e aveva criticato l'accordo nel merito nei suoi editoriali al vetriolo sul Daily Telegraph. Tuttavia, è bastata la promessa di dimissioni da parte della May per strappare il suo consenso.

 
Jacob Rees-Mogg, il capo dei falchi euroscettici dell'European research group, aveva già annunciato il suo sostegno all'accordo nei giorni scorsi. Tuttavia, i membri più accaniti dell'Erg – che si sono soprannominati “gli spartani”, per via della loro stoica resistenza – non sono disposti a fare un passo indietro, malgrado l'annuncio della May di ieri sera. Il capo di questa fazione, Steve Baker, ieri in uno sfogo con i suoi deputati più fedeli ha detto di essere “disposto ad abbattere questo luogo (la Camera dei Comuni, ndr), e gettarlo nel fiume. Questi scemi e codardi (i suoi colleghi deputati, ndr) votano su alcune questioni che non sono nemmeno in grado di comprendere”.

 
Aldilà degli eccessi retorici, per il governo sarà quasi impossibile convertire tutti i deputati conservatori. Per passare l'accordo servirà l'appoggio di un manipolo di ribelli laburisti, che però fino ad ora non hanno mai aiutato il governo. Il partito di Jeremy Corbyn si è diviso un'altra volta sulla Brexit, anche se la notizia è stata oscurata dalle beghe interne dei conservatori. Quarantacinque deputati del Labour non hanno votato a favore della mozione per un secondo referendum sulla Brexit: 27 hanno votato contro, e 18 si sono astenuti. Tra di loro ci sono tre membri del governo ombra (appartengono tutti al cerchio magico di Corbyn), e uno si è dimesso prima del voto per esprimersi senza vincoli. La proposta del veterano europeista Ken Clarke per fare rimanere il Regno Unito nell'unione doganale è stata sconfitta per soli otto voti (33 conservatori l'hanno sostenuta). Il presidente dei Comuni, John Bercow, ha detto che si potrà rivotare lunedì sulle alternative al piano della May se nel frattempo non cambierà nulla. 

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