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I reali non si candidano. La fine del sogno da primo ministro della principessa thai

Le regole del “Cielo”, il Palazzo reale, sono rigide e misteriose. L'editto contro la discesa in campo di Ubolratana Rajakanya e un dubbio: se fosse una manovra per destabilizzare l'opposizione?

11 Febbraio 2019 alle 15:37

I reali non si candidano. La fine del sogno da primo ministro della principessa thai

La principessa Ubolratana Rajakanya Sirivadhana Varnavadi (foto LaPresse)

La persona che potrebbe raccontare la vera storia della principessa thailandese, ormai ex candidata a primo ministro, si chiama Phloi. È una dama di corte che vive in quello che molti chiamano con timore reverenziale il “Cielo”. Peccato che Phloi in realtà sia il personaggio di un romanzo di quasi settant’anni fa, “I quattro regni”, che racconta le vicende di quattro sovrani dal 1910 al 1946. Ed è scomparso da tempo l’autore, Kukrit Pramoj, di nobile famiglia, ex primo ministro, lui sì, che avrebbe potuto svelare che cosa si cela dietro l’intreccio contemporaneo.

  

Questa storia, che ha conquistato le cronache di tutto il mondo per i suoi aspetti romanzeschi (e il sorprendente fascino della sua quasi settantenne protagonista), sembra destinata a restare avvolta in un alone di esotico mistero, come tutto ciò che circonda il “Cielo”, protetto anche da una draconiana legge di lesa maestà.

  

La vicenda è nota: venerdì scorso, “il giorno più intrigante dalla fine della monarchia assoluta, 87 anni fa”, la principessa Ubolratana Rajakanya Sirivadhana Varnavadi, primogenita di re Bhumibol Adulyadej, venerato sovrano thai scomparso nel 2016, nonché sorella maggiore dell’attuale re Maha Vajiralongkorn, si è candidata alla carica di primo ministro nelle elezioni che si svolgeranno il prossimo 24 marzo. Lo ha fatto nelle fila del Thai Raksa Chart, emanazione del partito dell’ex premier Thaksin Shinawatra, deposto da un colpo di stato nel 2006 e considerato dagli ultraconservatori una sorta di demone.

   

La principessa che vuole diventare primo ministro

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La candidatura della principessa, quindi, aveva destato sorpresa per tutti, scandalo per i “gialli”, i sostenitori dell’ammart, dell’aristocrazia e dei militari che hanno preso il potere nel 2014, speranza per i “rossi”, rappresentanti dei prai, il popolo. Per intellettuali e borghesi educati all’estero la principessa incarnava un nuovo indefinito colore: quello di un governo di unità nazionale che coniugasse popolo e monarchia in una santa alleanza destinata a infrangere il ricorrere di colpi di stato che segna la storia della moderna Thailandia.

   

La principessa aveva tutte le caratteristiche: educata negli Stati Uniti, nel 1972 aveva sposato un americano, rinunciando al suo titolo. “Adesso sono libera”, aveva detto. Ed è in nome di questa libertà che si era candidata: secondo la Costituzione e la tradizione, intatti, i membri della famiglia reale non possono impegnarsi alla vita politica.

  

 

Poche ore dopo l’annuncio della sua discesa in campo, però, un comunicato ufficiale dichiarava il disappunto del re per una scelta bollata come contraria “allo spirito della Costituzione”, alla tradizione e alla cultura nazionale. Si precisava che, per quanto la principessa fosse stata formalmente privata del suo rango, “mantiene il suo status e la sua posizione quale membro della dinastia Chakri”. A riprova di ciò non sono mancati i commenti di chi le rinfacciava privilegi, come il blocco del traffico al suo passaggio.

  

Per molti il comunicato reale è stato un editto. A cominciare dai responsabili del Thai Raksa Chart, che hanno accettato la volontà reale con umiltà, lealtà e riverenza. Si è allineata anche la commissione elettorale, che ha dichiarato anticostituzionale la candidatura della principessa. Per altri, come l’autorevole politologo Thitinan Pongsudhirak, “non si è trattato di un ordine diretto quanto di un’indicazione di ciò che non poteva essere fatto”. La principessa si è limitata a un commento sui social in cui dichiarava il suo desiderio di felicità per tutti i thai, concluso con l’hastag #ILoveYou.

  

Sfumature, che riflettono i dubbi degli osservatori, ben riassunti nella lapalissiana dicotomia proposta da Joshua Kurlantzick del Washington’s Council on Foreign Relations: il re avrebbe deciso all’ultimo minuto di opporsi alla candidatura della sorella (di cui non poteva non essere al corrente), oppure non ne era al corrente. Secondo i cultori delle teorie del complotto, tutto ciò potrebbe anche essere stata una manovra per destabilizzare l’opposizione (in effetti il Thai Raksa Chart rischia lo scioglimento), per un ennesimo rinvio delle elezioni o la scusa per un nuovo, preventivo colpo di stato.

   

Come “I quattro regni” venne pubblicato a puntate quale romanzo d’appendice, anche questa trama del nuovo regno non sembra destinata a concludersi.

Massimo Morello

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