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Siamo alla fine del regime militare in Thailandia?

Domani le prime elezioni dopo otto anni. Il generale Prayut Chan-o-cha punta a proseguire l'esperienza del suo governo, ma deve fare i conti con l'ascesa di Thanathorn

23 Marzo 2019 alle 12:53

“Alla cerimonia principale per l’incoronazione di re Rama X, tra i pochissimi ammessi, c’è già il posto riservato al generale Prayut” dice al Foglio un diplomatico occidentale a Bangkok. Non è un segreto, è una delle comunicazioni ufficiali che definiscono il programma per le cerimonie che si svolgeranno tra il 4 e il 6 maggio per sancire di fronte al popolo e alle divinità del pantheon buddhista il regno di Sua Maestà Maha Vajiralongkorn.

Per molti, ciò potrebbe apparire l’ennesima conferma che le prossime elezioni di domani, le prime dopo otto anni e dopo cinque di regime militare, sanciscono un risultato predeterminato: la continuazione in altre forme del governo insediatosi in Thailandia con il colpo di stato del 2014 e guidato dallo stesso generale Prayut Chan-o-cha.

 

In realtà, almeno in questo caso, c’è una spiegazione diversa. Secondo la legge, infatti, bisogna attendere almeno 45 giorni per verificare che non vi siano stati brogli o che i candidati eletti non siano soggetti a contestazioni, quindi attendere altri quindici giorni prima di poter procedere alla nomina del primo ministro. Tempi quasi fisiologici, considerando che si presentano alle elezioni circa 10.000 candidati di 80 partiti.

Questa “pausa di riflessione”, tuttavia, conferma la complessità e l’opacità di un sistema elettorale che si presta a molte manovre post-elettorali, e può essere interpretata come un ulteriore vantaggio per la giunta militare che ha preso il potere nel 2014. Secondo la nuova costituzione elaborata dai militari, infatti, la giunta ha il controllo del senato (i suoi 250 membri non sono eletti bensì designati: 200 da diverse corporazioni professionali, 50 su nomina degli stessi militari). Sempre secondo la nuova costituzione il parlamento sarà composto dal senato e una camera di deputati eletti. Quindi, per formare la maggioranza di governo, qualsiasi partito o coalizione di opposizione dovrà conquistare 376 seggi, almeno il 75% dei voti popolari. Inoltre, anche nel caso di una vittoria così schiacciante che non ha precedenti nella storia thailandese, in virtù dell’articolo 44 della nuova costituzione i militari possono intervenire qualora ritengano che sia in pericolo la monarchia, la sicurezza nazionale o l’ordine pubblico. È un modello costituzionale che sembra la replica, sia pure in forme più morbide, di quella stabilita dai militari in Birmania.

 

La presenza del generale Prayut alla cerimonia d’incoronazione, dunque, potrebbe essere la sua solenne investitura a primo ministro. Ma potrebbe anche segnare una sua spettacolare uscita di scena. Per quanto il risultato possa apparire scontato, infatti, non lo è del tutto, almeno secondo gli esoterici equilibri che regolano la vita politica thailandese. Tutti, specialmente gli osservatori esteri e gli espatriati, si lasciano sedurre da mille interpretazioni, confortati da sondaggi personali compiuti soprattutto tra i conducenti di taxi e mototaxi, considerati il campione perfetto della volontà popolare.

 

A rendere ancor più incerta la formazione del nuovo governo, inoltre, è la necessità di tener conto di una profonda metamorfosi nel sentimento popolare: sia tra gli appartenenti all’ammart, l’aristocrazia (per titolo o per censo), sia tra i prai, gli appartenenti al popolo, le classi meno abbienti.

“Adesso basta, è ora che se ne vadano” si sente ripetere sempre più spesso anche tra quelli che sostenevano i militari, che nel 2014 erano scesi in piazza indossando le magliette gialle (il colore reale) per manifestare contro il governo eletto dai rossi, i seguaci dell’ex premier Thaksin Shinawatra (deposto da un precedente golpe nel 2006) e di sua sorella Yingluck, eletta primo ministro nel 2011. Manifestazioni che avrebbero “giustificato” il colpo di stato del 2014.

 

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Un giovane leader, un nuovo partito, un programma che mischia riforme e protezione, l’ambizione di spostare il baricentro del mondo a est

 

 

Tutti vogliono un cambiamento. Il che spiega il grande successo, almeno a parole, di Thanathorn Juangroongruangkit, giovane, bello, miliardario, fondatore del partito Anakot Mai, che in thai significa “nuovo futuro” e in inglese è stato tradotto come “Future Forward”. Secondo i codici thailandesi, si potrebbe definire “rivoluzionario”, ma i contenuti reali sono meno importanti dell’immagine e dall’idea che rappresenta: il distacco dal passato, da una cultura e una società divisa in classi e dove ognuno può trovare qualcuno che gli sia superiore. Ecco perché Thanathorn trova concordi sia i poveri sia l’emergente borghesia, gli intellettuali come i sempre più numerosi hipster. Senza contare il supporto dei numerosissimi giovani, che apprezzano in particolare la sua proposta di abolire la leva militare.

 

I giovani sono i grandi protagonisti di questa elezione: circa 7 milioni su 51 votano per la prima volta, altri milioni votano per la seconda volta. Nell’ottobre scorso un video realizzato da un gruppo di giovani di diversa estrazione, “Rap against dictatorship”, ha realizzato oltre 60 milioni di visualizzazioni e più di un milione di like. Mentre i partecipanti sono stati accusati di aver “diffamato” la nazione. Per quanto meno evocativo ed emozionante, un altro video girato da un gruppo di ragazze nel campus della Thammasat University e postato su YouTube alla vigilia delle elezioni “Knock, knock, knock! Let’s go out to vote!” è divenuto virale in poche ore.

 

 

La voglia di cambiamento penalizza invece il Partito Democratico, qui roccaforte dei conservatori, e il suo leader Abhisit Vejjajiva, colpevole di rappresentare l’establishment, i “poteri forti” e ancor più una visione politica troppo fredda. “Abhisit è un 'professore'” dice il proprietario di un negozio d’arredamento frequentato da jao sua, i ricchi e potenti.  In compenso i democratici sembrano destinati a raccogliere il voto della maggior parte dei “gialli”. Quegli stessi ultraconservatori che lo giudicavano troppo debole e incapace di reggere il confronto con l’opposizione dei “rossi”, oggi sembrano delusi dal governo del generale Prayut Chan-o-cha e non si fanno incantare dalle fotografie in cui il generale tenta di presentarsi come un moderno businessman. Anche per questo Prayut e i suoi uomini, ex militari che si sono scoperti una vocazione politica, hanno deciso di convertirsi al pracha rat, una forma di populismo che coniuga leggi paragonabili al reddito di cittadinanza (la “welfare card” introdotta dalla giunta che garantisce una somma mensile da spendere in beni di consumo) e manifestazioni di kwampethai, la thailandesità, nelle sue forme più tradizionali e popolari.   

 

Gli agricoltori dell’Isaan, il nord-est del paese, la regione più povera della Thailandia, il serbatoio di manodopera, conducenti di taxi e mototaxi, prostitute e domestiche, uomini e donne delle pulizie di Bangkok, tuttavia, sembrano ancora fedeli al Phak Pheu Thai, il partito dell’ex premier Thaksin. Anzi, più che al partito, a Thaksin stesso. “Voto per Thaksin” dice un taxista, senza menzionare il partito.

L’evocazione del nome è tanto forte che molti candidati del Pheu Thai, specie nell’Isaan, hanno cambiato il proprio in Thaksin o in quello di sua sorella Yingluck. “Thaksin sembra diventato uno spirito” commenta Chris Backer, storico, uno dei più profondi studiosi della cultura thai, che ben conosce lo stretto rapporto tra mondo magico e politica. In compenso anche Prayut sembra aver trovato la benedizione degli Spiriti, anzi di una non meglio identificata “entità cosmica soprannaturale”. Così afferma un ex professore universitario che lo avrebbe evocato al termine di una lunga meditazione per chiedergli di garantire al generale un altro mandato.

 

Numeri alla mano, comunque, il Phak Phuea Thai sembra destinato alla vittoria. Un risultato che sarebbe stato quasi scontato se fosse riuscita la manovra di candidare a primo ministro la principessa Ubolratana Rajakanya Sirivadhana Varnavadi, sorella maggiore dell’attuale re Maha Vajiralongkorn, tra le file del Thai Raksa Chart, altra emanazione del partito di Shinawatra (il proliferare di liste è stato determinato proprio da una legge elettorale ultraproporzionale). La principessa è stata sconfessata dal fratello e il partito è stato sciolto per aver violato la norma che impedisce commistioni tra politica e casa reale. Secondo alcuni un emissario dei militari si sarebbe precipitato dal re (in Svizzera o in Germania non è ben chiaro) affinché prendesse posizione. È un affaire che sembra destinato a restare un mistero, protetto da una draconiana legge sulla lesa maestà che si presta a ogni interpretazione.

  

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Alla fine, tuttavia, la vicenda, più che danneggiare il maggior partito d’opposizione ha favorito il Future Forward su cui dovrebbero confluire i voti del Thai Raksa Chart. Sembra delinearsi, quindi, un fronte unito d’opposizione che potrebbe anche ottenere la maggioranza in parlamento. Perché ciò si realizzi, tuttavia, la vittoria del fronte dovrebbe essere schiacciante.

 

In questo caso il partito democratico, che ha già fatto capire di essere disponibile a diverse alleanze potrebbe rivelarsi l’ago della bilancia. Ma potrebbe anche verificarsi una strana alleanza tra i democratici e il Future Forward: gli uni eviterebbero l’abbraccio mortale dei militari, mentre Thanathorn prenderebbe le distanze da Thaksin. Tra l’altro è stata fissata per dopo le elezioni l’udienza contro tre leader del Future Forward indagati per cybercrime per aver “diffuso false informazioni” su Facebook. Infine, ma non di scarso rilievo,  bisognerà tener conto dei ngu hao, i cobra, i nostri voltagabbana.

 

In questa situazione tanto confusa c’è già chi teme o auspica un nuovo colpo di stato. Come ha dichiarato un generale, se dopo le elezioni si dovessero creare disordini (inevitabili, secondo lui, in caso di vittoria dell’opposizione) i militari dovrebbero riportare l’ordine. Per alcuni osservatori è una possibilità aggravata dalle voci di lotte interne in seno all’esercito, secondo cui l’attuale primo ministro ed ex generale Prayut Chan-o-cha non avrebbe più il controllo delle forze armate. L’astro nascente è il nuovo capo di stato maggiore, il generale Apirat Kongsompong, proveniente dalla Guardia Reale, falange dell’establishment militare realista. Ma questi, che ha giurato fedeltà al re, più che tramare un golpe potrebbe pensare a un nuovo governo conservatore che si liberi dell’ormai ingombrante figura di Prayut.    

 

Un nuovo golpe sembra dunque piuttosto improbabile. Anche perché difficilmente si potrebbe risolvere in modo “incruento”, com’è accaduto nei precedenti colpi di stato del 2006 e 2014. In questo caso, infatti, i militari non avrebbero più il sostegno dei “poteri forti” e della borghesia conservatrice che temono la crisi economica che ne deriverebbe. Tanto più che nel 2019 la Thailandia ha la presidenza di turno dell’Asean e un golpe non sarebbe il miglior modo di presentarsi sulla scena.

 

Per capire quale sarà il vero futuro della Thailandia, probabilmente bisognerà attendere che si concludano le solenni celebrazioni per l’incoronazione di Sua Maestà Rama X, che appare del tutto intenzionato a far valere la propria autorità.

Quando finalmente verrà formato il governo, sarà un segnale molto forte per tutto il Sud-est asiatico. La Thailandia può davvero indicare una linea di tendenza nella definizione della filosofia politica di un’area che in pochi decenni ha avuto un’accelerazione economica di portata epocale e sta assumendo un valore strategico sempre più forte, spostando a Oriente il baricentro globale. Se non diventerà un modello di democrazia secondo gli standard occidentali potrebbe essere un modello di quella “Via di Mezzo” che coniuga democrazie e controllo

 

Intanto, alle 18 ora di Bangkok di oggi, scatta il divieto di vendere alcolici sino alle 18 di domenica. Anche su questo ci sono varie interpretazioni. Secondo alcuni è per evitare problemi causati dagli ubriachi nel periodo del voto. Secondo altri per evitare che qualcuno organizzi feste per influenzare il voto.

Massimo Morello

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