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La fine del calvario di Asia Bibi

Dopo l’assoluzione definitiva, resta la macchia di un occidente pavido

29 Gennaio 2019 alle 20:35

La fine del calvario di Asia Bibi

Rawalpindi il 12 ottobre 2018. Sostenitori di Tehreek-e-Labaik Pakistan (TLP), un partito politico religioso, chiedendo di impiccare Asia Bibi (foto LaPresse)

Asia Bibi è innocente e dopo nove anni di prigionia la donna cattolica condannata a morte per blasfemia potrà lasciare il Pakistan (ha accettato di trasferirsi in Canada dove già si trovano i suoi figli). Il punto finale al calvario di questa contadina analfabeta accusata da alcune braccianti di aver profanato il nome del Profeta Maometto, l’ha messo ieri il presidente della Corte suprema, il giudice Asif Saeed Khosa, che ha respinto l’ultimo appello di Ghulam Ikram, l’avvocato dell’imam Qari Muhammad Salaam che nel 2009 aveva sporto denuncia contro Asia Bibi. “Per caso l’islam dice che uno deve essere colpito anche se egli non è colpevole?”, ha chiesto il coraggioso magistrato – già minacciato di morte lo scorso ottobre, quando aveva assolto per la prima volta Asia – all’avvocato ricorrente fino a concludere che “il querelante non è stato capace di indicare nessun errore nel verdetto d’assoluzione di Asia Bibi pronunciato dalla Corte suprema”.

   

“Lei – ha detto il giudice – deve parlare sul merito della sentenza. Ci dica dov’è il difetto. Ci dica prima di tutto quali sono le testimonianze che la Corte ha interpretato in maniera errata. In seguito discuteremo di ciò che l’islam dice a proposito”. E’ una grande lezione giuridica, soprattutto perché avvenuta in un paese dove le frange islamiste hanno prima promesso di mettere a ferro e fuoco l’intero Pakistan se Asia Bibi non fosse stata impiccata – qualche imam spiegava in tv che la pena più appropriata sarebbe stata la crocifissione – quindi hanno paralizzato le principali città con sit-in minacciosi contro la comunità cristiana locale, l’imputata “blasfema”, i magistrati a loro volta blasfemi per averla assolta e il fragile governo di Imran Khan che si era piegato – secondo il giudizio dei fondamentalisti che a Islamabad siedono in Parlamento – alle pressioni occidentali. Pressioni che però, ed è la cifra più desolante dell’intera vicenda, hanno visto solo loro. Al di là di qualche silenziosa marcia per ricordare il dramma di Asia Bibi, l’illuminato occidente ha preferito ancora una volta parlare d’altro.

Redazione

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