Depardieu e Houellebecq, i cinesovranisti

Mauro Zanon

L'attore e lo scrittore, i volti dell’antimondialismo francese, interpreteranno due uomini in crisi nel nuovo film di Guillaume Nicloux

Non si erano mai ritrovati uno accanto all’altro davanti alla cinepresa. Nessuno aveva ancora immaginato dentro lo stesso film il corpaccione esagerato di Gérard Depardieu e il corpicino gracile di Michel Houellebecq, nessuno fino all'arrivo dell’amico comune Guillaume Nicloux, che nella sua ultima pellicola, “C’est extra”, in uscita il prossimo anno, ha scovato nei loro volti gli interpreti perfetti di due francesi allo sbando in cura in un centro di talassoterapia di Cabourg, in Normandia, due individui in crisi esistenziale che cercano di sopravvivere al severo programma medico imposto loro dall’istituzione sanitaria, un duo à la Stanlio e Ollio tra uomini esteticamente e caratterialmente agli antipodi.

 

Lo scrittore si definisce orgogliosamente “populista” e condivide la tesi del polemista reazionario Eric Zemmour

In “Soumission”, romanzo che proietta la Francia in un futuro dominato dalle leggi di Allah, Houellebecq attacca le élite francesi

Ma al di là della nuova e stravagante collaborazione cinematografica firmata da Nicloux, c’è qualcosa di più profondo che avvicina oggi l’istrionico attore figlio della Francia rurale e l’intellettuale eretico che vive, come il protagonista del suo “Soumission”, in una torre anonima del quartiere cinese di Parigi: un’armonia ideologica che si cristallizza nel pensiero antisistema, dove per sistema si intende l’ordine liberale ed europeista, nel fascino pronunciato verso certi leader populisti, Trump e Putin su tutti, e nel sostegno più o meno rivendicato ai movimenti che in Europa, e non solo, lottano per sconquassare lo status quo in una logica anti élite.

 

Il recente saggio firmato da Houellebecq sul mensile newyorchese Harper’s Magazine, dove lo scrittore francese descrive The Donald come “uno dei migliori presidenti americani che abbia mai visto”, difendendo la sua visione “nazionalista”, ha creato molto scompiglio nel mondo delle belles lettres parigino, ma in realtà ha confermato lo scrittore premio Goncourt con “La Carta e il Territorio” nel ruolo di cantore del sovranismo e del ribellismo antiliberale, di guida intellettuale dei gilet gialli nel mondo, non solo quelli francesi. E’ da diversi anni che Houellebecq, come Depardieu, mena sciabolate contro i teorici della “globalizzazione felice” (Alain Minc) e attacca quel nouveau monde di cui detesta gli assiomi e il linguaggio, e di cui Macron con la sua Start-Up Nation è la perfetta incarnazione. La modernità globalizzatrice è la causa di tutti i mali, secondo lo scrittore francese, sta facendo a pezzi la civiltà occidentale, ha disintegrato le identità, inasprito le diseguaglianze, aggravato i problemi sociali, reso impossibile il dialogo tra classi popolari e classe dirigente, e trova la sua perfetta incarnazione nell’Unione europea. “Nella storia recente della Francia non c’è stato un suicidio, ma un assassinio. E il colpevole di questo assassinio non è molto difficile da scoprire: è l’Unione europea”, ha dichiarato Houellebecq in un’intervista rilasciata in ottobre al settimanale Valeurs Actuelles, lui che nel 2005 votò no al referendum francese sul Trattato di Lisbona per la Costituzione europea. “All’interno del mondo occidentale, l’Europa ha scelto un modo di suicidarsi particolare, che include il fatto di assassinare le nazioni che la compongono”, ha aggiunto lo scrittore, insignito due mesi fa del premio Spengler, dal nome del tedesco Oswald Spengler autore del celebre “Il tramonto dell’occidente”.

 

In “Soumission”, romanzo distopico che proietta la Francia in un futuro islamico dove le leggi di Allah hanno sostituito quelle della République, Houellebecq sferra un attacco frontale alle élite francesi e alla loro propensione alla genuflessione (a Bruxelles, all’islam), un j’accuse a una classe sradicata e svuotata spiritualmente, che si adatta con piacere al potente di turno. E il suo prossimo libro, “Sérotonine” (Flammarion), sugli scaffali parigini dal 4 gennaio (da noi uscirà il 10 edito dalla Nave di Teseo), è una continuazione di questa denuncia alla classe dominante, partendo dal racconto di quell’universo di cui è diventato uno degli ideologi, di quella “rivolta delle rotatorie” che oggi sta monopolizzando il dibattito politico-mediatico, l’insurrezione impetuosa della Francia periferica dei gilet gialli che Houellebecq, come molte altre volte, aveva visto arrivare prima di tutti. La mutazione dell’alter ego del protagonista, Aymeric, da agricoltore sempre “gentile, buono e desideroso di felicità” a ribelle incazzato nero contro quella “grandissima stronza” dell’Ue, che consente l’invasione di camion cisterna pieni di latte polacco a discapito di quello francese, espone la visione crepuscolare dello scrittore verso questo occidente che si sta suicidando. E la lenta decadenza del personaggio principale Florent-Claude Labrouste, ingegnere agronomo (la stessa formazione di Houellebecq) fallito nel lavoro e in amore, è quella di un’Unione europea che ha reso i produttori di latte della provincia francese “virtualmente morti”, li ha sacrificati sull’altare della concorrenza e del libero mercato, dimenticandoli e umiliandoli. È l’Ue con le sue politiche la principale responsabile dei drammi attuali, sostiene l’autore di “Sérotonine”, che nel suo testo pubblicato su Harper’s ha salutato invece quella “sana dose di aria fresca” che ha portato Trump con le sue scelte sovraniste in campo economico.

 

La guerra commerciale lanciata dal presidente americano all’Ue è una “guerre juste” per Houellebecq, perché “l’Europa non ha un linguaggio comune, valori comuni, interessi comuni. In poche parole l’Europa non esiste e non ha mai avuto una legittimità popolare o democratica semplicemente perché non la vuole”. Lui, del resto, ha affermato di essere “pronto a votare per qualsiasi partito che propone l’uscita dall’Ue e dalla Nato” perché “uscire dall’Europa è la base per avere una politica indipendente” (Valeurs Actuelles). Houellebecq intellò del neosovranismo? Senza dubbio.

 

Florent-Claude, dinanzi a una Francia aggredita dalla mondialisation rampante, oppone la sua piccola ma simbolica resistenza patriottica, andando a mangiare ogni giorno nell’unico ristorante che ostenta il cartello “heures heureuses” invece del solito “happy hours”. Mentre attorno a lui, per colpa della globalizzazione, hanno fatto irruzione i prodotti e i codici del nuovo mondo, che hanno stravolto l’estetica e le abitudini della Francia e alterato le relazioni tra gli esseri umani, l’ingegnere agronomo Labrouste cerca di sopravvivere grazie all’aiuto del Captorix, il farmaco antidepressivo che produce la serotonina, l’ormone della felicità. Ma la rassegnazione prende presto il sopravvento. Florent-Claude assiste malinconico alla rivolta degli agricoltori che bloccano l’autostrada e sono pronti a scontrarsi con le forze dell’ordine, proprio come hanno fatto i gilet gialli, ma sa che sono già “condannati”, che la loro vita ha le ore contate, vittime della competizione introdotta dall’Ue. “Non si battevano per i loro interessi, né per gli interessi di quelli che si supponeva dovessero difendere, sarebbe stato un errore crederlo: si battevano per delle idee; per anni, mi ero trovato a confrontarmi con persone pronte a morire per il libero mercato”, dice Florent-Claude/Houellebecq a proposito dei politici.

 

Sono i corifei, consapevoli un po’ sì e un po’ no, della “grogne” francese, della collera della Francia periferica

L’attore è stato un apripista del putinismo in Francia, ha contribuito alla russofilia acuta di una parte della destra francese

Nell’attacco all’Ue, alle sue politiche agrarie e alla mondialisation che mette in difficoltà i paysans della Francia rurale, l’intellettuale trova la sponda perfetta nel suo ultimo compagno di avventure cinematografiche, Gérard Depardieu, citoyen du monde ma francese all’ennesima potenza, che si batte da tempo per la difesa dell’universo contadino e contro quel sistema politico europeo che lo ha deluso (militò a favore del sì al Trattato di Maastricht del 1992).

 

In un’intervista del 2014 al giornale normanno Le Pays d’Auge, se la prese con Daniel Cohn-Bendit, emblema di quelle élite europee che vogliono rieducare il popolo alla religione green e contro cui oggi protestano i gilet gialli. “Non so cosa diventeranno l’Europa, i contadini e le persone che vivono in situazioni precarie. I precedenti governi hanno sradicato i meli della Normandia. Ora, anche i verdi si mobilitano. Non mi piace Daniel Cohn-Bendit. E’ un imbecille”, attaccò Depardieu, prima di aggiungere: “Non sopporto gli ecologisti perché hanno fatto dell’ecologia un movimento politico, quando invece dovrebbe essere una cultura”.

 

Nel 2015, al settimanale Tv Mag, rincarò la dose contro l’Ue e quelle élite europee che, a sua detta, avevano perso il contatto con la realtà: “Onestamente, non mi piace affatto questa nuova Europa, con i dirigenti che sono attualmente al potere in Francia, in Italia e in Germania”. In Francia, all’epoca, c’era François Hollande, mentre Macron iniziava a farsi conoscere con le sue provocazioni liberali al ministero dell’Economia. Del primo disse che era un “piccolo bolscevico”, che lo aveva costretto ad abbandonare il paese in cui era nato introducendo una supertassa ingiusta (la famosa imposta al 75 per cento sui redditi superiori al milione di euro) e da “borghese ecoresponsabile” – la categoria detestata da Florent-Claude in “Sérotonine” – aveva provato ad imporre l’ecotassa alla gente che puzzava di diesel, quel popolo che nel 2013 sfilava con i “berretti rossi”, mentre oggi indossa il gilet catarifrangente; il secondo, poco prima di essere eletto all’Eliseo, lo paragonò al “bianco dell’uovo. Non sa di niente. Anche montato da Attali e Hollande, il bianco dell’uovo continua a non avere sapore”. Gégé, con Houellebecq, condivide anche un’attrazione verso i nuovi leader populisti che stanno cambiando gli equilibri della geopolitica mondiale, forzando i limiti delle democrazie liberali e molte volte oltrepassandoli. L’autore di “Sérotonine” è entrato da poco nel novero dei pensatori che applaudono le mosse di Donald Trump in ambito economico e in materia di politica estera, mentre Depardieu può affermare di essere da molto tempo uno degli estimatori di Vladimir Putin, di essere stato un apripista del putinismo in Francia, di aver contribuito alla russofilia acuta di una parte della destra francese e di aver elogiato alcuni dei più sulfurei capi di stato populisti della terra, a partire da Lukashenko, il presidente bielorusso, con cui si è fatto ritrarre mentre falcia l’erba nella sua residenza di campagna. Ma è Houellebecq a essersi definito orgogliosamente “populista” e a condividere la tesi del polemista reazionario Eric Zemmour, secondo cui il populismo è “il grido d’allarme dei popoli che non vogliono morire” soffocati dall’invasione degli “stranieri”, dalla tecnoburocrazia di Bruxelles e dalla competizione della Cina, tutti temi presenti in “Sérotonine”. Ed è ancora Houellebecq a sostenere che il popolo dovrebbe esprimersi e decidere “su tutti gli argomenti” e la Francia farebbe bene a ispirarsi al modello della democrazia diretta in Svizzera: idee che combaciano con le rivendicazioni dei gilet gialli, favorevoli all’introduzione del Ric, il referendum d’iniziativa civica ispirato a un tipo di consultazione già esistente nel territorio elvetico. In una conferenza tenuta nel febbraio 2017 a Buenos Aires, l’intellettuale che Atlantico.fr ha definito il “canarino nella miniera delle élite francesi” anticipò la nuova “haine”, che non era più l’odio delle banlieue multietniche, ma era quello dei petits blancs, delle classi popolari bianche che si sarebbe riversato tra le rotatorie della provincia e i boulevard della capitale: “Tra la popolazione e le élite, la parola ‘incomprensione’, in Francia, è a mio avviso troppo debole. Ciò con cui abbiamo che fare, è l’odio”.

 

Come il filosofo libertario Michel Onfray, l’accademico di Francia Alain Finkielkraut, Michel Houellebecq ha disertato il campo delle élite per avvicinarsi al campo del popolo. Quel campo a cui Depardieu, figlio di un fabbro analfabeta e di una casalinga di Châteauroux, dice di essere sempre appartenuto, nonostante la sua ascesa sotto le luci della ribalta. Sono i corifei un po’ consapevoli, e un po’ no, della “grogne” francese, della collera della Francia periferica verso una classe dominante da cui si è sentita umiliata e disprezzata. La Francia dei dimenticati dai media parigini ha trovato i suoi nuovi e inaspettati ideologi.