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Le elezioni in Armenia dopo la rivolta di Erevan, ostinata e dolce

Pashynian è stato il leader delle proteste, sostenuto dal partito Yelk, poi è diventato primo ministro, a capo di un governo di minoranza ha tentato di fare delle riforme per accompagnare la nazione al voto di domani

8 Dicembre 2018 alle 06:06

Le elezioni in Armenia dopo la rivolta di Erevan, ostinata e dolce

Foto LaPresse

Roma. In Aprile, per le strade di Erevan la gente era tanta, dalla mattina alla sera, e a volte anche la notte. Non era una festa, non era guerriglia, non c’erano canti, nemmeno bonghi, né botte, né bombe carta. Le proteste in Armenia erano un impegno. Con costanza, ordine e ostinazione, gli abitanti della nazione caucasica hanno continuato a sfilare per la città e a stazionare davanti al Parlamento per chiedere le dimissioni del primo ministro Serzh Sargsyan. Sargsyan, ormai al potere da dieci anni, aveva già pronta una strategia per assicurarsi un altro mandato: modificare la Costituzione ispirandosi a Vladimir Putin, che nel 2008 orchestrò il valzer di cariche con Dmitri Medvedev per poter rimanere al Cremlino. Medvedev divenne presidente e Putin primo ministro. Gli armeni non lo hanno permesso, hanno manifestato, qualcuno si è fatto arrestare da poliziotti svogliati che alla fine hanno deciso di stare dalla parte della piazza, e Sargsyan si è dimesso usando delle parole che fanno onore alla storia armena e anche all’ormai ex primo ministro: “E’ l’ultima volta che vi parlo da capo del governo, Nikol Pashinyan aveva ragione, io avevo torto”. Pashynian è stato il leader delle proteste, sostenuto dal partito Yelk, poi è diventato primo ministro, a capo di un governo di minoranza ha tentato di fare delle riforme per accompagnare la nazione al prossimo voto. Aveva promesso elezioni anticipate, “sicuramente entro dicembre” e così è stato. Domani l’Armenia vota e probabilmente lui verrà riconfermato primo ministro. Pashinyan è diventato il volto della rivoluzione di aprile, delle proteste talmente piene di contenuti che non hanno avuto bisogno dell’uso della violenza, gli armeni avevano troppe cose da chiedere per impantanarsi in una guerriglia in stile gilet gialli. C’era un altro problema, non potevano permettere di farsi vedere fragili, di lasciare spazio alla debolezza, che poi diventa terreno fertile per le ingerenze delle potenze straniere. Prima tra tutte la Russia.

 

Quando Pashinyan è diventato primo ministro ha detto di voler avvicinare la nazione all’Unione europea, di aumentare gli accordi di cooperazione, di voler essere sempre più presente nella Nato, ma anche di voler continuare i rapporti con la Russia. E’ questa la forza della pace armena, in equilibrio tra tre mondi: Europa, Stati Uniti e Russia. E’ l’unica nazione che può vantare ottimi rapporti con Bruxelles, Washington e Mosca contemporaneamente. L’arte dell’equilibrio e di evitare ogni provocazione – lo stanno imparando ora anche i vicini georgiani –, ha permesso all’Armenia dal 1991 di mantenersi vicina al Cremlino senza lasciarsi schiacciare e quando Pashinyan durante le proteste chiedeva ai manifestanti di astenersi dall’uso della violenza, lo faceva sapendo che soltanto una manifestazione pacifica non avrebbe dato alla Russia la possibilità di intromettersi negli affari armeni. Nikol Pashinyan, il leader con il cappello, ha promesso una serie di riforme per modernizzare il paese, ha promesso una rivoluzione economica, di trasformare l’Armenia “in un paese industriale e tecnologicamente avanzato”, ma per fare tutto questo ha bisogno di avere la maggioranza in Parlamento e se, come indicano i sondaggi, sarà riconfermato, forse riuscirà a trasformare il suo paese, stretto tra tre frontiere pericolose, oltre alla Russia ci sono la Turchia e l'Azerbaigian a turbare la tranquillità dell’Armenia, e con una grande voglia di pace. Pashinyan, un’ex giornalista di quarantatré anni, un establishment antiestablishment, membro di una classe dirigente nuova contro la vecchia di stampo sovietico, ha promesso di trasformare il paese. La sua rivoluzione armena di aprile, chiamata rivoluzione di velluto, morbida ma efficace, arrabbiata ma non rabbiosa, intanto è una premessa.

Micol Flammini

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