Il gioco d'azzardo più popolare in Giappone è una storia universale

Giulia Pompili

“Pachinko” di Min Jin Lee esce in Italia a novembre

Roma. E’ impossibile non accorgersi dei pachinko in Giappone. Chiunque sia passato anche per sbaglio in una città giapponese conosce quel rumore che viene da sale sparse un po’ ovunque, specialmente a Tokyo. E’ così sin dal Dopoguerra: ambienti fatti per restare il più tempo possibile, a fumare, bere, giocare. Il pachinko è un gioco d’azzardo tutto giapponese – si sta su un trespolo davanti a una macchinetta a metà tra una slot machine e un flipper, il rumore di cui sopra è provocato dalle palline di ferro che si devono acquistare per giocare. E’ una attività ludica talmente ripetitiva e alienante che esistono centinaia di pagine di studiosi, storici, etnologi e scrittori che la descrivono come la più rappresentativa dello spirito giapponese, e non è un caso se la febbre da pachinko non sia mai riuscita a superare davvero i confini dell’arcipelago, a parte qualche sala a Taiwan, la cui società è profondamente influenzata dal Giappone. Il saggista francese Roland Barthes, nel libro “L’impero dei segni” del 1970, gli dedica un intero capitolo: “Il giocatore di pachinko che introduce, sospinge e riprende la sua pallina, con tre gesti la cui coordinazione stessa si traduce in un disegno” è una conferma, secondo Barthes, del fatto che lo zen determina non solo la cultura, ma anche la vita quotidiana nipponica. Perché le modalità di gioco ricordano i movimenti ripetitivi tipici delle arti marziali, come spiega pure Fosco Maraini in “Ore Giapponesi” (“Quali sono le tecniche buddhiste per arrivare all’illuminazione? Ce ne sono varie, ma una delle principali consiste nel liberare del tutto la mente dai pensieri contingenti perché possa farvisi luce la verità. E come si ottiene questa liberazione? Ripetendo fino ad annichilire la coscienza una frase, un mantra, una breve giaculatoria. Ecco il terreno subconscio su cui il fenomeno pachinko è poi esploso”). Eppure, tra tutti questi studiosi, a descrivere meglio di chiunque altro i pachinko e la loro rappresentazione del Giappone è stato un romanzo pubblicato lo scorso anno della scrittrice americana di origini coreane Min Jin Lee, che il 6 novembre prossimo uscirà in italiano pubblicato dalle Edizioni Piemme con il titolo “La Moglie Coreana”. Finalista al National Book Award, tra i dieci migliori libri del 2017 secondo il New York Times e a breve anche serie tv (Apple ha reclutato la produttrice e sceneggiatrice Soo Hugh per girarla), quello di Min Jin Lee è un best seller che ha raccontato, usando come pretesto le sale del gioco d’azzardo giapponesi, la vera storia di immigrazione e di sofferenza dei zainichi coreani, ovvero i coreani residenti in Giappone nel Dopoguerra. La maggior parte delle sale pachinko infatti, sin dalla loro diffusione all’inizio degli anni Cinquanta, erano tutt’altro che giapponesi. Erano per lo più i coreani a gestirle e a lavorarci, perché era quello uno dei pochi luoghi dove i giapponesi non potevano esercitare discriminazioni razziali.

    

“La Moglie Coreana” è il secondo romanzo di Min Jin Lee, pubblicato dieci anni dopo il best seller “Free Food for Millionaires” (tradotto in italiano “Amori e Pregiudizio”, Einaudi). “I pachinko sono l’essenza stessa delle preoccupazioni sull’identità, la patria e l’appartenenza”, ha scritto un’altra scrittrice di origini coreane, Krys Lee, sul New York Times, a proposito del romanzo. “Per la popolazione coreana in Giappone, discriminata ed esclusa dai lavori tradizionali, le sale pachinko sono un modo per avere un’occupazione e accumulare ricchezza”. Negli anni Cinquanta, infatti, “gli zainichi, i coreani residenti in Giappone, sono obbligati a ripresentare la domanda di visto ogni tre anni, anche se sono nati qui, e raramente ricevono il passaporto, per cui gli è quasi impossibile viaggiare all’estero”. La storia inizia però vent’anni prima, negli anni Trenta, quando Sunja dalla Corea, incinta, arriva al porto di Osaka e prova a iniziare una nuova vita: “Sin da molto piccolo, il figlio maggiore di Sunja considera il suo essere coreano ‘uno scoglio, scuro e pesante’; il suo desiderio più grande è essere giapponese. Suo fratello minore, Mozasu, dopo aver accumulato parecchi soldi attraverso i pachinko, si confida con il suo amico giapponese: ‘A Seoul, le persone come me vengono chiamate bastardi giapponesi, e in Giappone sono solo un altro sporco coreano, non importa quanti soldi guadagno o quanto sono gentile’”, scrive Krys Lee. Quella dei pachinko, a rifletterci, è una storia universale.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”. È terzo dan di kendo.