L'agenzia Onu per i rifugiati palestinesi è marcia fin dalla sua fondazione

Daniel Mosseri

Quasi settant'anni di Unrwa. Parla Simon Waldman

Berlino. Oggi fa rima con assistenza ai profughi palestinesi ma quando fu fondata nel 1949, la Unrwa aveva obiettivi più ampi. All’epoca, l’Alto commissariato Onu per i profughi (Unhcr) non esisteva – nascerà nel 1950. C’era invece la International Refugee Organization (Iro) pensata per l’Europa post bellica ma Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia preferirono dare vita a uno strumento ad hoc per la situazione mediorientale scaturita dal conflitto arabo-israeliano del 1948. Fu così che nacque la United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees – dove con “Palestine” si indicava la regione già sotto mandato britannico e non una delle parti in conflitto. Nella capitale tedesca per una serie di conferenze al Bundestag, il ricercatore del King’s College di Londra Simon Waldman racconta al Foglio il dietro le quinte di uno degli strumenti più discussi delle Nazioni Unite, al quale di recente Donald Trump ha tagliato i fondi. “L’agenzia doveva fare due cose: distribuire gli aiuti e risistemare i profughi palestinesi ospitati in Giordania, Egitto, Siria e Libano. La ‘w’ dell’Unrwa indicava a il lavoro (work), ovvero le grandi opere pubbliche nelle quali impiegare i palestinesi ai fini di riscatto e riabilitazione, con effetti positivi su tutta la regione”. Abbiamo visto tutti come è andata a finire né ci è voluto il genio di Donald Trump per capirlo. Nel 1951 la stessa Unrwa ammetteva il fallimento dei suoi obiettivi per una serie di ragioni: la mancanza dei fondi da un lato, l’infattibilità di alcuni progetti troppo ambiziosi dall’altro, “ma soprattutto perché gli stati ospitanti intuirono che l’agenzia cercava una soluzione politica alla questione dei profughi prima che un accordo politico fosse sottoscritto dalle parti”.

 

Che il nuovo gran rifiuto avvenisse sulla pelle di chi sarebbe rimasto nei campi profughi non importava a molti dirigenti arabi e palestinesi il cui obiettivo era – e si potrebbe arguire che tale è rimasto – congelare la situazione ad apparente sfavore di Israele. “Una soluzione per i profughi avrebbe rischiato di predeterminare l’esito dei negoziati di pace che si andavano organizzando già all’epoca”, ricorda Waldmann menzionando gli sforzi della Palestine Reconciliation Commission, menzionata nella Risoluzione 194 dell’Onu. “Per gli stati arabi bisognava che fosse Israele a sistemare i palestinesi laddove per lo stato ebraico era prima necessario arrivare a un accordo di pace”. Nel 1951 la regione si trovava già in un’impasse. Con la morte, nel 1952 dei negoziati, l’Unrwa cambia e da agenzia per risollevare le sorti dei palestinesi “diventa uno strumento per rendere perpetuo ed ereditario lo status dei rifugiati”. L’Unrwa lo fa concentrandosi esclusivamente su educazione, alloggio e salute, diventando negli anni un’organizzazione sovradimensionata, con un dipendente ogni 152 profughi a fronte dell’1 ogni 7.138 dell’Unhcr. Oggi l’Unrwa assiste i discendenti di quei rifugiati e di quelli della guerra del 1967, a prescindere da quante generazioni siano passate. L’agenzia, poi, sostiene anche quei profughi che nel frattempo abbiano acquisito la cittadinanza di un altro paese, “una cosa che certamente l’Unhcr non farebbe sulla base della sua propria definizione di rifugiato”. Stiamo parlando di 2 milioni di persone, principalmente cittadini giordani diventati tali già nel 1948. “A oggi questi cittadini giordani possono decidere di mandare i propri figli alle scuole dell’Unrwa; e Amman, che risparmia soldi, non vuole certo abolire il regime, men che mai adesso che è investita dalla crisi dei profughi siriani”. Se lo scopo dell’Unhcr è assistere i profughi e rimpatriarli appena le condizioni lo permetteranno, “l’Unrwa perpetua il trauma dei refugee fino alla terza, quarta e quinta generazione”, osserva Waldman. Nel 1948 i profughi palestinesi erano 750 mila, “ma a questi l’Unrwa ha aggiunto decine di migliaia di persone che in seguito alla guerra non avevano perso la casa ma ‘solo’ il lavoro, e altre migliaia di poveri dell’area interessati a ricevere aiuto dall’Onu”.

 

Nel 1949 gli assistiti dall’Unrwa sono già 850 mila, 950 mila nel 1951. Dopo la guerra dei Sei giorni (1967) se ne contano 1,4 milioni. Oggi sono cinque milioni. La maggior parte vive in Giordania, a seguire Gaza, la Cisgiordania e il Libano. Il 31 agosto scorso Trump ha annunciato lo stop ai finanziamenti americani all’Unrwa: 365 milioni di dollari all’anno su un budget di 1,2 miliardi. Gli Stati Uniti erano il primo contributore, seguiti dall’Unione europea, dalla Germania, dal Regno Unito e dall’Arabia Saudita. Notevole anche il contributo di Giappone e Svizzera. “E’ stato sempre l’occidente a farsi carico dei finanziamenti Unrwa ed è solo dal 2010 che Riad ha aumentato il proprio stanziamento in modo significativo”, dice Waldman. Una decisione presa per sopperire al ritiro unilaterale del Canada (10 milioni all’anno) deciso dall’ex premier conservatore Stephen Harper. Prima di allora gli stati arabi si erano largamente disinteressati al destino dell’agenzia e questa, da parte sua, faceva notizia per una serie di scandali: nel 2013 campeggi estivi jihadisti per bambini venivano ospitati in scuole Unrwa; nel 2014 un deposito di munizioni Hamas era custodito in locali dell’agenzia; nel 2017 venivano scoperti tunnel di Hamas situati sotto a diverse scuole gestite dall’Unrwa a Gaza – solo per citarne alcuni. Waldman tuttavia non risparmia una punzecchiatura al presidente degli Stati Uniti per la forma data alla sua decisione. “Forse sarebbe stato meglio usare tutto il peso degli Stati Uniti per aprire un dibattito sulla necessità di riformare l’agenzia: la decisione unilaterale funziona bene sul piano interno ma non promuove una riflessione da parte della comunità internazionale”. Il rischio, secondo il nostro interlocutore, è che a fare scuola, alla fine, sia l’esempio del Canada, il cui primo ministro Justin Trudeau ha ripristinato i finanziamenti all’Unrwa in segno di discontinuità dal suo predecessore conservatore.

Di più su questi argomenti: