Viaggio in Congo

Tra le donne e i bambini nel cuore di tenebra del mondo

Adriano Sofri

E’ la regione con il grado di violenze e sciagure più grave del pianeta. Eppure ne sappiamo poco, perché i minerali per cui lì si massacra arrivano da noi ripuliti, e i milioni di sfollati che l’attraversano non arrivano a Lampedusa

Mi chiama, imbarazzato, il mio amico dall’Unicef. Hai ragione, gli dico, ho avuto dei contrattempi, arrivo. E’ passato quasi un mese dal nostro viaggio in Congo e non ho ancora scritto il paio di articoli che erano in programma. Per i giornali bisogna scrivere subito, e a volte la cosa viene meglio se si scrive prima ancora del viaggio, quando non si sa abbastanza da vergognarsi della propria ignoranza.

 

Dopo un viaggio in Congo, il primo, la vita non sarà più la stessa, pensavo, benché sia vecchio e non debba ragionevolmente aspettarmi di cambiare. Il cambiamento sta nella riluttanza a buttar giù il paio di articoli? Non che manchino gli argomenti, al contrario. Forse c’entra la sproporzione fra quello che ho visto e imparato (e aspettato) e le due pagine di giornale, benché la sproporzione ci sia sempre, enorme, e viaggi così ne abbiamo fatti altri, nei luoghi delle guerre, delle carestie, delle malattie, delle violenze alle bambine e ai bambini.

 

Abbiamo visto Goma, il capoluogo del Kivu del nord, che dopo un’ennesima eruzione si è ricomposta sopra e accanto alla lava

Il Congo è il cuore del cuore dell’Africa. Uno dei miei compagni di viaggio, Ivan Corbucci, in aereo legge “Cuore di tenebra”. E’ sulla quarantina ma sembra un ragazzo, viene per girare un documentario, si vede che è un tipo leale. Gli altri si sono portati dietro, oltre a prolisse farmacie – non vedremo una zanzara, staremo sempre a un’altitudine di almeno 1600 metri, le zanzare sono pigre – stralci del gran libro di David van Reybroeck, “Congo” o, come Chiara, l’e-book. Neige il volume intero, 700 pagine, che fanno metà del peso del suo bagaglio a mano. Ecco, così si può scrivere del Congo, dopo averlo conosciuto in famiglia e averlo frequentato a lungo e averne ascoltato dozzine di voci e averlo inseguito lungo i percorsi passati dell’impero belga e le attuali rotte low-cost per il Guangzhou. Un monumento, sebbene anche dopo la lettura io serbi un ricordo più affettuoso di Patrice Lumumba, dei suoi 35 anni e dei miei 18.

 

Forse è proprio questa inerzia il cambiamento di chi è tornato dal suo primo Congo. Eppure chi è tornato ha visto il Kivu (non Kinshasa, infatti, né il Congo occidentale né lo stesso gran fiume, solo le sue scaturigini). Il Kivu, del nord e del sud, è la regione del pianeta in cui le Nazioni Unite censiscono il grado di violenze e sciagure più grave, quanto e più che in Yemen o in Siria. Se ne sappiamo poco, nonostante il totale plurimilionario di morti congolesi dagli anni 90 a oggi, è perché è lontano, perché i minerali per cui lì si massacra alla fine arrivano da noi ripuliti, e perché i milioni di sfollati e di profughi che lo attraversano non arrivano a Lampedusa – sono sì e no 3.500 i congolesi residenti in Italia. Eppure abbiamo visto Goma, il capoluogo del Kivu del nord, una città di pietra nera di vulcano come Catania, solo che qui la lava e i pavimenti di strade e case si sono mescolati e incastrati in un’ennesima eruzione – 2002 – che ne ha sommerso gran parte. La città si è ricomposta sopra e accanto alla lava raffreddata e arricciata. Abbiamo visto, libero dal cappello di nuvole, il Nyiragongo, il gran vulcano attivo che incombe, dai suoi 3.470 metri, sulla città – il cratere è a meno di 15 km – e sul lago. Abbiamo visto il lago Kivu, abbiamo dormito sulla sua sponda. Uno dei più bei laghi del mondo, grande come sette volte il Garda (che mortificanti sono questi paragoni, col pretesto di rendere l’idea; e la Repubblica Democratica del Congo è grande come tutta l’Europa occidentale, e il fiume è lungo dodici volte il Po…). Pescoso e ricco di penisole e isole e di pendici di vegetazione lussureggiante e a ridosso del famoso parco Virunga, dove i gorilla di montagna si sono moltiplicati e forse superano i 600 ma si sono moltiplicate anche le bande armate e i bracconieri e i sequestratori e gli assassini. Proprio da questo giugno, dopo un altro sequestro di turisti e l’assassinio della loro accompagnatrice, il Virunga è chiuso di nuovo sine die. Succede che le bande annidate nel parco ammazzino anche i gorilla per rappresaglia contro i custodi. I custodi ammazzati in dieci anni sono 132. E’ così bello, il lago, ma è anche profondo e pieno di metano e già dal versante ruandese si è cominciato a trivellare, e molti specialisti sostengono che la sua geologia peculiare, il suo “scandalo geologico”, con gli strati profondi fino a cinquecento metri che contengono, sotto il metano, 300 miliardi di metri cubi di anidride carbonica, rende possibile e anzi probabile un’esplosione. Avvenne trent’anni fa in un lago minore del Cameron, qui sterminerebbe con le esalazioni l’intera popolazione rivierasca. Eruzione limnica, si chiama, e non si capisce se l’allarme sia dato per mettere in guardia da incaute escavazioni o per favorirle.

 

E abbiamo visto, quello per cui più specialmente eravamo là, perché è la competenza dell’Unicef coi suoi partner locali e internazionali, le stanzucce del reparto pediatrico in cui stanno fra la vita e la morte accanto a giovani madri attonite bambini denutriti o sottonutriti, sottonutriti cronici o acuti – abbiamo imparato le differenze. Neige ha fatto scomparire nella propria mano, che ha minuta, la mano di un bambino esausto che mostra due anni e ne ha sette e ha tentato, dunque è riuscito, a abbozzare un sorriso, ed è la fotografia fatta da me (le fotografie le fa Neige) che tengo a pubblicare. Si chiama Fabrice.

 

Il parco Virunga, dove si sono moltiplicati i gorilla di montagna, ma anche le bande armate e i bracconieri e i sequestratori e gli assassini

Poco lontano da lì abbiamo assistito, senza essere annunciati, all’esercitazione di una ventina di adolescenti femmine e maschi, con i costumi bianchi: una o due coppie alla volta si esibivano acrobaticamente simulando le mosse di lotta e di danza mentre gli altri in cerchio li accompagnavano con un ritmo di tamburi e archi. Avevano un istruttore, un brasiliano possente dal nome, vero o ben inventato, Saudade. Quei virtuosi del teatro-danza, così confidenti nell’agilità e nel coraggio dei propri corpi, sono orfani o reduci da violenze di guerra e abusi sessuali. Paolo Rozera, che dirige Unicef Italia e va svelto al sodo, ne ha invitato un gruppo in Italia, per lo spettacolo annuale dell’Unicef e della Rai: vedrete.

 

Ci sono bambini ovunque, nelle strade di Goma, molti indaffarati in lavori.

 


La scuola, a nord di Goma, è in ordine e di una sobrietà quasi elegante. Gli alunni hanno, a spese della famiglia, una decente divisa, camicia o maglietta bianca e calzoncini blu (foto Neige De Benedetti)


 

Ci sono ragazzi e uomini che trasportano fardelli colossali, sempre sul punto di tracollare, i più attrezzati sopra i madornali monopattini, o biciclette di legno, chukudu, su cui stanno in un ginocchio mentre l’altro piede spinge, o frena – costano fra i 50 e i 100 dollari, ho letto, e 10 dollari al giorno il noleggio, grossa cifra comunque. Hanno eretto un monumento al chukudu, al centro di Goma. Fardelli enormi portano le donne, loro sulla testa o sulle spalle, come bestie da soma: ci si dice che almeno questa loro presenza affaticata e brulicante nelle strade può significare una certa indipendenza. Non è così, impariamo, e all’impressione di naturalezza della presenza femminile – niente che ricordi il velo e altre coperture, al contrario le vesti proclamano un piacere per i colori e i disegni – contrasta un padronato maschile altrettanto naturale e intatto. Il dottor Denis Mukwege, il ginecologo premio Sakharov che ha dedicato alle loro cure a Bukavu, sud Kivu, la propria vita professionale e civile, spiega che le donne stuprate in Congo sono centinaia di migliaia. Si capisce che stupri, condizione delle donne e condizione dei bambini siano intimamente legati. Paolo ha invitato un gruppo di ragazze e ragazzi del “Parlamento dei giovani”, universitari i più, sveglissimi. Sono bantu, si meravigliano quando chiedo di che etnia siano: “shi, rega, lunde, hutu, luba, tutsi”… Agiscono anche loro col patrocinio dell’Unicef. Raccontano che salgono a coppie sui pulmini che trasportano la gente al lavoro e intavolano discussioni sull’essenziale: il posto delle donne è in cucina? è giusto che le mogli obbediscano ai mariti? che effetto vi fa che un vostro vicino uomo aiuti a dare da mangiare o a lavare i bambini piccoli? Almeno qui le persone, maschilisti compresi, hanno un gusto irresistibile per la discussione.

 

Altre creature femminili danno un’impressione di libertà e addirittura di licenza nelle strade: giovani, anche giovanissime, belle. “Prostitute ruandesi, tutsi”, taglia corto un nostro accompagnatore. “Vengono da tutto il mondo a Goma a fare quello per cui a casa loro finirebbero male. Si prostituiscono per niente, spiccioli, sigarette, passano di qua e all’indomani rientrano”. Kivu e Ruanda sono attaccati, c’è una strada che scende verso il centro di Goma gremita di un flusso doppio, come di una folla che vada e torni da un evento sportivo o religioso o musicale, salvi i bagagli: appena più in alto è già il Ruanda di Gisenyi. All’indomani del genocidio dei tutsi ruandesi, aprile-luglio 1994, perpetrato nell’inerzia quando non nella complicità delle potenze occidentali, i tutsi di Kagame rientrati a Kigali e gli alleati ugandesi impresero a loro volta la vendetta contro gli hutu fuggiti in Congo e finirono per condurre una guerra di sterminio che la comunità occidentale, ancora piena di vergogna, volle ignorare. Successe presto che anche la pretesa tutsi di esser lì per castigare nel riparo congolese gli hutu – compresi quelli che del Congo erano indigeni – e prevenirne il ritorno, lasciò il passo al proposito, qui universale, di occupare territori e impadronirsi delle loro ricchezze. Ci sono minerali pregiati che il Ruanda non ha nel suo sottosuolo e di cui risulta grande esportatore. E la stessa cosa vale per altri stati – il Congo confina con ben nove Stati (e mezzo) che sconfinano in Congo. Il mondo intero sconfina in Congo. E’ divertente, per così dire, prepararsi a una visita al Kivu: i gruppi armati rivali ancora attivi nell’est del Congo sono 69, secondo Nigrizia (fonte affidabile), più di 100, secondo altre.

 

E’ così bello, il lago, ma è anche profondo e pieno di metano e già dal versante ruandese si è cominciato a trivellare

E a Goma abbiamo visto una partita di calcio fra ragazzi, tra i 13 e i 18 anni, magliette alla rinfusa e piedi nudi, un pallone di gomma, un fondo sterrato e due porte senza rete. Era come, potevamo figurarci che fosse come, avere una sosta nel pellegrinaggio tra i luoghi di pena e di soccorso: una partita di pallone tra ragazzi, appena prima del tramonto. Abbiamo fatto così, osservato le azioni, applaudito qualche tiro, dato noi un calcio al pallone che ci era finito fra i piedi a bordo campo. Peccato che il nostro programma ci avesse fatto sapere dov’eravamo, sicché guardavamo involontariamente con un’apprensione i possibili scontri di gioco, gli alterchi che anche una partitella di fortuna può scatenare, un eventuale accanimento particolare e inspiegabile. Erano ragazzi di quelle migliaia che gli eserciti e le bande armate arruolano a forza e costringono a militare e spesso a commettere le azioni più gratuitamente feroci. Ragazzi scampati, scappati, che fino a poco fa si erano trovati armati gli uni contro gli altri. Dopo abbiamo chiacchierato con alcuni di loro, in una stanza del Cajed, il centro in cui vengono ospitati prima di trovare famiglie loro o altrui in cui ricominciare con una vita ordinaria e appropriata alla loro età. Si dubita di che cosa sia appropriato all’età in luoghi come questo e troppi altri, alle bambine congolesi o alle bambine yazide rapite e ridotte a schiave sessuali o alle bambine nigeriane mandate da Boko Haram nei mercati o nelle chiese a farsi esplodere. Si dubita dei propri gesti, del sorriso che si dedica, paterno, nonnesco, protettivo, a una bambina o un bambino incontrato per strada senza sapere quello che lui o lei sanno. “Sono andato a giocare una partita in un altro villaggio, alla fine ci hanno impedito di tornare, vi prendiamo nella nostra squadra, hanno promesso. Non era la squadra, era il loro esercito. Ci sono rimasto sei mesi prima di riuscire a scappare, con altri tre – uno è qui, è lui, il mio amico. Sì, gioco bene a pallone”. Così ora, dopo aver raccontato a occhi bassi e bassa voce la loro disavventura e accennato discretamente all’orrore (questo sì che resta del Cuore di tenebra, la parola ultima, “L’orrore!”) vi dicono di voler diventare stilista o parrucchiere o meccanico di motociclette, o forse medico.

 

Appartiene a questi viaggi l’immersione quasi onirica in un repertorio affannoso di pene e turbamenti. Ciascuno dei quali pretenderebbe la dedizione di una vita. In ciascuno, il numero esigerebbe di essere scomposto e ricondotto all’esperienza singolare, personale: quel visitatore, quella bambina o quel bambino. Succede di fatto, del resto, che dal mucchio una, uno, esca e si impadronisca (che verbo fuori luogo) della visitatrice, del visitatore. E’ l’adozione rovesciata, il piccolo, più ardito o più disperato, che si appropria per un momento del grande, gli dice – non “sei mio”, ma “sono tuo”. A me è successo ora con una scricciola che si chiama Euphrasie. I piccoli, le piccole specialmente, vanno pazze per Neige. Quando cominciammo, ormai parecchi anni fa, coi primi campi di siriani, ogni tanto non vedevo più Neige e mi allarmavo. Poi imparai che scompariva di colpo e tornava fuori rimettendo l’occhio asciugato dentro la macchina fotografica.

 

Mettere qualcosa fra il proprio occhio e il dolore è un espediente prezioso: per questo si deve essere indulgenti con il ricorso alle fotografie e ai telefonini. Anche guardare le reazioni degli altri è un espediente utile a controllare l’occhio proprio. Oppure prendere scrupolosamente appunti, come fa Chiara. Chiara Aluffi è responsabile della raccolta di fondi per l’Unicef italiana, è sulla quarantina, viene da una carriera in grandi compagnie private. Immagino facilmente che il suo reddito precedente fosse superiore: deve aver considerato un altro genere di compenso. Prende appunti, pagine su pagine, e più le cose che ascoltiamo o vediamo si induriscono più le pagine si infittiscono. Paolo invece se la cava andando al sodo: proponendo qualcosa, incaricando qualcuno – passando alle conclusioni.

 

Ecco perché ci si aspetta che la vita non sia più quella di prima, al ritorno. C’è un altro luogo, fra quelli che abbiamo visto, meno drammatico, anzi nient’affatto drammatico, che mi ha colpito soprattutto. Ha colpito la mia vista: come quando dovete chiudere la palpebre e rivedete l’immagine abbagliante che si è impressa sulla retina. Era un villaggio di mezza costa, Kirotshe, a un paio d’ore da Goma – le distanze vanno misurate col tempo, come in tutti i posti antichi, perché le strade sono così sgangherate da rendere inutili i chilometri.

  

Dagli anni Novanta a oggi in Congo tra i cinque e i sei milioni di morti. La metà bambini. L’esercito degli sfollati, l’allarme umanitario, le bande armate tuttora in azione 

 

La prima meta del giorno è un ospedale cui fa capo un certo numero di villaggi, povero e dignitoso, con edifici in muratura di un solo piano separati da giardini: sull’erba e sulle piante è sparpagliato ad asciugare il bucato dell’ospedale e dei famigliari dei pazienti, teli, pagnes, e vestiti di tutti i colori che sembrano segnalare la propria presenza a qualche aviazione amica. Accanto alle brande dei pali di legno a T servono ad appenderci le flebo. La visita deve soprattutto mostrarci come venga prodotto, in condizioni rudimentali, il cloro necessario alle disinfezioni e alla depurazione dell’acqua e soprattutto alla prevenzione del colera. Alberto Baban è un membro del board dell’Unicef italiana. E’ un cinquantenne in gran forma, veneto, imprenditore di talento, a quel che capisco, anche lui al primo viaggio africano ma frequentatore appassionato del mondo avanzato e delle sue meraviglie tecnologiche. Dottoresse e tecnici mostrano in un loro spoglio sgabuzzino come ricavano il cloro. Sono giustamente orgogliosi della loro elettrolisi rudimentale e arrischiata. Alberto non lo dà a vedere, ma all’uscita ho l’impressione che sia impaziente. Ha già deciso che farà arrivare il macchinario adeguato. Me ne congratulo, mi chiedo con un po’ di scetticismo se abbia pensato a quanti sono gli sgabuzzini miserabili del mondo o anche del Congo o del solo Kivu in cui si produce il cloro impiegando alla buona il mercurio o l’amianto o altre procedure disgraziate. In capo ai pochi giorni del nostro viaggio mi dico di sì, che ci ha pensato. Continua a decidere di provvedere a una bisogna concreta: un generatore o un altro macchinario, e però sta in pensiero. E’ la questione confuciana, corretta così: se un uomo sta morendo di fame dagli un pesce, e appena si sia riavuto insegnagli a pescare. Morire di fame non era una metafora nella Cina di Confucio, non lo è qui. Così mi sono fatto un’idea di Alberto, lusinghiera, del suo spirito pragmatico, ma era solo mezza idea: l’altra metà me la sono fatta incrociando il suo sguardo quando uscivamo dal reparto pediatrico di Goma.

 

Nelle stanzucce del reparto pediatrico tanno fra la vita e la morte accanto a giovani madri attonite bambini denutriti o sottonutriti

Dopo l’ospedale la prossima tappa è una scuola di campagna, a un’altra mezz’ora di distanza. Prima però sostiamo in un villaggio vicino, dov’è giorno di mercato – forse tutti i giorni sono di mercato. E’ questa la scena che mi ha conquistato.
C’è la strada fangosa e un viavai di gente a piedi, motociclette – le motociclette si infilano dovunque, fanno da taxi, wewa, portano almeno tre persone, non hanno niente da perdere – carri e furgoni, e frequenti fuoristrada “internazionali”, come i nostri, e camion di militari regolari congolesi o dell’Onu. La Monusco, la missione militare più ingente del mondo, è arrivata ad avere in Congo più di 20 mila militari e ne ha ancora 16 mila, al comando civile di una signora algerina, Leïla Zerrougui. (Ne occorrerebbero 140 mila, dicono gli esperti). Ai bordi della strada gruppi di donne coi bambini sparpagliati attorno vendono la loro mercanzia, senza alcuna fretta, si direbbe. Un po’ più in là la strada scavalca un torrente che finirà nel lago e qui sotto si allarga in una pozza in cui bambini sguazzano allegri. Sull’altra riva c’è il mercato degli animali, maiali, capre e mucche soprattutto: trattativa e acquisto avvenuti, gli animali vengono macellati sul posto. Il pianto sfrenato di bambino che aveva allarmato Neige e me mentre venivamo era di un maiale scannato. Oltre ancora c’è uno spiazzo sterrato, irregolare, sul cui suolo si addensa il mercato più affollato, di frutti e verdure, grosse pannocchie di mais, farina di manioca, igname, canne da zucchero. Sono donne soprattutto, che vanno e vengono con enormi caschi di banane verdi sulla testa, o altre verdure. Case non ce ne sono, ma sì un gruppo di costruzioni in parte in muratura, baracche di legno per lo più, malridotte e dalle insegne illustri: CAFETARIAT, RESTAURANT VICE VERSA, ATELIER&COUTURE (e sotto, sullo stipite: PSAUME 23. Ho controllato, è il salmo di Davide che recita: “Il Signore è il mio pastore: / non manco di nulla. / Su pascoli erbosi mi fa riposare, / ad acque tranquille mi conduce…”. Salmo dei più belli, un po’ strano fra questi contadini e pescatori, tanto spesso in rotta con gli allevatori).
La luce brillante e i colori sgargianti fanno chiudere gli occhi, e illudono di avere di fronte un quadro simile a quello che videro i viaggiatori di cento anni fa. Le persone sono di una cordialità senza riserve, e questa è la norma nel mondo povero, ma ci sono due cose insolite. Fanno spesso segno di non voler essere fotografate, e spesso chiedono soldi. Dare soldi è impensabile, non solo perché l’Unicef raccomanda di non farlo: li chiederebbero in mille. Può essere il danno collaterale, il riflesso di tutta questa invadenza degli “internazionali”? Forse hanno di nuovo paura che gli portino via l’anima, come quando non sapevano che cosa fosse una fotografia. Non li vedo farsi selfie. Il telefonino devono averlo in parecchi, è cinese, si compra con 8 dollari – non è poco, comunque. Le fotografie, una volta che ci mettiamo a chiacchierare e a raccontarci a vicenda un po’ a parole un po’ a gesti, le accettano e anzi si mettono allegramente in posa e si spingono e scherzano. Hanno una contagiosa confidenza fisica.
Chiederò a uno dei nostri accompagnatori congolesi, gran tipo di patriota ottimista – ha un ricordo devoto di Lumumba, ereditato da suo padre, ma anche di Mobutu, che di Lumumba fu traditore e assassino. Mi spiegherà che gli stranieri hanno esagerato qui col gusto per l’Africa pittoresca e fotogenica (niente è fotogenico come le tragedie, e questa colorata povertà), che fra la gente si è diffusa la notizia che le fotografie finivano su certi calendari commerciali, che si è instaurata un’abitudine a chiedere favori in cambio di mance… Che a Goma, in particolare, il sentimento verso la Monusco e gli internazionali in genere si era fatto rancoroso dopo che l’onnipresenza degli stranieri si era dileguata di colpo nel novembre del 2012, quando la milizia ruandese-ugandese M23 del famigerato Bosco Ntaganda (il nome è salesiano, il soprannome è Terminator) occupò e devastò per otto giorni la città.

 


Abbiamo visto le stanzucce del reparto pediatrico, con madri attonite accanto a bambini denutriti o sottonutriti (foto Neige De Benedetti)


 

Saremo restati per un’ora, poco più. Poi abbiamo continuato alla volta della scuola. Al ritorno siamo ripassati e ci sembrava di conoscere tante di quelle persone, di aver fatto amicizia, salutavamo dal finestrino della nostra Toyota. Qualche bambino ci ha visti davvero e ha risposto al saluto. Notti fa ho sognato il villaggio. Un sogno vivido che ho ricordato, come ormai mi succede di rado. Del resto già mentre eravamo là mi era sembrato di sognare. Nel sogno il villaggio era montato per girarci un film, come a Cinecittà, e le grosse auto delle Nazioni Unite e delle agenzie internazionali appartenevano alla produzione.

 

Abbiamo fatto parecchi viaggi con l’Unicef italiana. Non bisogna credere che Neige racconti quello che vediamo con le fotografie e io con le parole. Un fotografo, e specialmente una fotografa ragazza, vede cose che io non vedo e di cui mi accorgo solo quando, al ritorno, mi spedisce le fotografie. Siamo stati in posti sventurati e favolosi come i campi dei profughi siriani in Giordania, in Iraq e in Kurdistan, come i villaggi dei matrimoni infantili nel Rajasthan indiano, i rifugi per le bambine di strada a Delhi, gli slum e i villaggi fluviali di Calcutta e del Bangladesh, in Libano, nella Mosul appena liberata dall’Isis e devastata… Abbiamo visto cose bellissime, piccole concrete rivoluzioni culturali. Abituare a smettere la defecazione all’aperto e a usare un gabinetto – dopo averlo costruito – è una rivoluzione culturale, per l’igiene, la sanità, e per il rispetto e la sicurezza delle bambine dagli agguati. In un’altra cittadina del Kivu abbiamo visitato un gran mercato all’aperto in cui è stata appena inaugurata una latrina. Il capo e i maggiorenti le si sono orgogliosamente fotografati accanto, come si farebbe per la scopertura di una statua. Il merito dell’Unicef, accresciuto dalla sua scelta di collaborare dovunque sia possibile con altre associazioni, dalle ong alle agenzie governative, distribuendo responsabilità e risorse, è evidente in tutte queste circostanze. Non potrei giudicare dell’insieme dell’operato dell’Unicef, impresa e compiti grandiosi, che sfuggono alla mia esperienza diretta. Ecco un esempio, quanto al Congo RDC:

 

“… Nel 2017, l’Unicef ha assicurato a 82 mila bambini un accesso sicuro a spazi comunitari di socializzazione, gioco e istruzione. Ha trattato 210 mila bambini affetti da malnutrizione acuta grave, vaccinato un milione e 880 mila bambini contro il morbillo, assistito 1 milione 170 mila sfollati. Nel 2018, l’Unicef ha bisogno di 268 milioni di dollari per fornire una vitale assistenza umanitaria a 6 milioni 300 mila bambini e per prendersi cura di 1 milione 100 mila bambini affetti da grave malnutrizione acuta, vaccinare 970 mila bambini contro il morbillo, assicurare a 520 mila persone l’accesso alle cure sanitarie primarie, fornire a 1 milione 200 mila persone l’accesso all’acqua, assistere un milione e mezzo di persone nelle zone malariche, farsi carico di 6 mila bambini arruolati in gruppi armati, ricongiungere 11.700 bambini soli o separati, sostenere 5.200 superstiti a violenza sessuale, assicurare a 510 mila bambini l’accesso a un’educazione qualificata e ad attività psicosociali, offrire a 875 mila persone sfollate un’assistenza multisettoriale” (aprile 2018).

 

Donne che danno un’impressione di libertà e addirittura di licenza: giovani, belle. “Prostitute ruandesi, tutsi”, taglia corto un accompagnatore

Il 13 aprile 2018 per la solenne iniziativa di Nazioni Unite, Unione Europea e Olanda, si è tenuta a Ginevra una conferenza mondiale dei donatori per l’aiuto umanitario al Congo, RDC. Per aiutare 13 milioni di congolesi, gli organizzatori chiedevano una somma fra 1,7 e 2,2 miliardi di dollari. Hanno raccolto 528 milioni di dollari.

 

Cerco comunque di migliorare la mia conoscenza da vicino sull’Unicef. Dal secondo giorno viaggia con noi il responsabile per l’intero Congo, un medico italiano veterano di molte Afriche, già pensionato e richiamato in servizio di emergenza. Si chiama Gianfranco Rotigliano. Alla vigilia era ancora a Mbandaka, a 1.500 km di distanza, a occuparsi dell’epidemia di ebola, forte di un’esperienza sul campo in Sierra Leone. Guardo come passa dalle varie stazioni della nostra via crucis, senza smancerie né sussiego. C’è un’assemblea in un campo di nuovi arrivati in fuga, in cerchio attorno a un ficus, a strati. Visitatori e anziani nel primo cerchio, seduti, le donne di mezza età – le nonne – a tenere banco su che cosa manca: tutto. Gli uomini in piedi, e il terzo cerchio di ragazze – le madri, quasi tutte con un piccolo sulla schiena e gli altri per mano. Il dottore è bravo ad ascoltare e rispondere.

 

All’equatore il sole tramonta fedelmente alle 6 di sera e sorge alle 6 di mattina. Dal dottor Rotigliano c’è da imparare, così al rientro impiego il coprifuoco di fatto per starlo a sentire. Era nei posti giusti al momento giusto, cioè nei posti sventurati al momento peggiore, compresa la Somalia del tempo di Ilaria e Miran – alla Somalia è particolarmente legato – comprese le Andamane dello tsunami. Vorrai scriverne? – chiedo. Non credo, dice. Forse si rinuncia a scrivere quando le cose da raccontare sono troppe, sono troppo. L’ho pensato anche col mio amico Marzio Babille, il pediatra triestino anche lui veterano dell’Unicef in Asia e in Africa, che ora si prodiga da pensionato con i bambini e le bambine yazide. Chiedo a Rotigliano che cosa pensa dell’Unicef. Come chiedere a San Pietro che cosa pensa del paradiso, direte. “E’ il posto in cui se hai davvero intenzione di fare cose buone – dice – è più probabile che ti riesca”. Anche a Dieudonné Maga, uno dei congolesi che ci accompagnano, Spécialiste Wash, l’ho chiesto. C’è fra voi gente che ne approfitta? Gente arrogante? Forse si è anche offeso, comunque ha negato con una certa foga. “Bisogna chiarire che cos’è la corruzione. Io devo assicurare l’adesione attiva dello chef coutumier, il capo tradizionale, ai progetti: l’ospedale, l’acqua potabile, le scuole… Parlo con lui, concordiamo solennemente, poi il capo mi invita a pranzo. Tu la considereresti corruzione, ma se non rimanessi alla sua tavola lo offenderei e metterei a rischio tutta l’impresa. Devo accettare. A voi non è facile capire”. Gli dico energicamente che no, a pranzo, ci mancherebbe, che capisco senz’altro. “Guarda – continua con veemenza – in un altro distretto alla fine il capo ti regala una gallina. E’ corruzione? Devi dire di no, rifiutare la gallina? Mandare tutto l’accordo a monte? La prendi, e tutto il villaggio ha visto che ti ha regalato la gallina e ha approvato”. Anch’io approvo, dico energicamente, figurati. Non so se lo convinco abbastanza. Scuote la testa, dubbioso che lo ritenga corrotto.

 

La scuola che visitiamo dopo il villaggio di Kirotshe, a nord di Goma, è in ordine e di una sobrietà quasi elegante. Gli alunni hanno, a spese della famiglia, una decente divisa, camicia o maglietta bianca e calzoncini blu i maschi, gonna blu le femmine. Sono divisi in classi numerose, in tre per banco. Si comportano come se ritenessero un gran privilegio e una gran felicità venire a scuola. Ci scambiamo plateali gesti affettuosi e lezioni di lingua: alla fine noi sappiamo dire grazie in swahili, Asante, e loro ci salutano all’unisono: Ciaaao. Fuori intanto una classe è uscita per la ricreazione e Ivan ne rincorre i girotondi con la telecamera alla loro altezza. Poi mette giù la telecamera e si mette a rincorrerli in persona.

 

Lo chef coutumier dispone tradizionalmente dell’assegnazione delle terre, questione decisiva. Sostanzialmente ereditaria, è un’autorità oggi riconosciuta e regolata per legge e insieme insidiata dalle autorità politiche. Quando l’Unicef e i suoi partner varano un progetto per un insieme di villaggi, scuole, ospedale, cercano il coinvolgimento delle comunità e la sua certificazione attraverso lo chef coutumier. E’ un patto simile a quelli che in India abbiamo visto sottoscritti in cerimonie collettive in cui tutte le autorità, compresi gli anziani del villaggio e i capicasta, controfirmano in pubblico l’impegno contro i matrimoni infantili, il lavoro e il traffico minorile. Fuori dalla scuola di Kirotshe posso fare conoscenza con lo chef locale: Mwami Kalinda Kibancha Nicolas, Chef de Chefferie dei Bahunde. (Mwami è il titolo, che vale pressappoco Re). E’ un signore grande, autorevole e affabile. Equivocando la dimensione della sua competenza gli chiedo se le decisioni vengano prese in assemblea. Sì, mi risponde, per cortesia, credo, perché poi precisa che la sua competenza comprende 350 mila persone.

 

Una partita di calcio a Goma. In campo ragazzi di quelle migliaia che gli eserciti e le bande armate arruolano a forza

Se solo ve ne venisse voglia, sul sito dell’Unicef trovate le informazioni che di colpo spalancano la sensazione del pianeta che abitiamo e dei rispettivi colpi di fortuna e di sfortuna: polio, morbillo e coperture vaccinali, trasmissioni di Hiv tra madri e figli, percentuali di accesso all’acqua potabile o ai servizi igienici (appena il 25 per cento nelle aree rurali), bambini affetti da malnutrizione cronica (43 per cento) e acuta (11 per cento)… Trovate anche quanto costa affrontare ciascuna di queste voci per ciascuna vita infantile. Ne copio solo una:

 

“Ogni zanzariera da letto trattata con insetticidi a durata prolungata (3 anni) é in grado di fornire copertura notturna a 2 persone, proteggendole dai rischi di malaria. I costi includono la fornitura di una zanzariera, il trasporto dalla capitale nelle comunità per la distribuzione, il censimento delle famiglie beneficiarie, la programmazione della distribuzione capillare, il monitoraggio del corretto uso nelle comunità, i costi operativi”.
Costo totale di ogni zanzariera (per due vite): 5 euro e 50.

 


Appartiene a questi viaggi l’immersione quasi onirica in un repertorio affannoso di pene e turbamenti (foto Neige De Benedetti)


 

Neige, voglio inserire questa fotografia. L’ho fatta io, col telefono. Le sono affezionato, anche perché è equivoca. C’è quella piccola creatura macilenta che si stringe i pugni alle tempie e forse piange. Ci sei tu che forse la stai confortando. Ma ho un ricordo diverso, che ridevate, tutte e due. Le fotografie fanno di questi scherzi. Mi piace anche perché questa volta io ho fatto più attenzione a te e agli altri quattro nostri compagni di viaggio, oltre che alle persone che andavamo a incontrare. Qui, per esempio, eravamo in uno dei numerosi campi di sfollati – i profughi “interiori”, cittadini dello stesso paese – seminati a casaccio sulle alture a ridosso di Kalemie, il capoluogo della provincia di Tanganyika. I campi profughi sono come le famiglie infelici di Tolstoj: ciascuno è infelice a modo proprio. Questo di Kinkumbe è dei più recenti.

 

Ci ho messo un po’ a capire da chi fuggivano in questo campo e nell’altro di Kalunga, che avevamo visitato poco prima. E’ stata una vera rivelazione, piuttosto sconvolgente. Perché gli sfollati di questo e degli altri campi sparpagliati nei dintorni sono Bantu, e ad attaccarli, spaventarli e farli fuggire abbandonando tutto sono i pigmei Batwa. Sensazione che turba, la pena per i fuggiaschi spogliati di tutto e insieme la simpatia involontaria per la ribellione degli ultimi, i sottouomini. Non mi ero ancora sbalordito abbastanza. Ho letto che sui corpi di alcune delle vittime dei Batwa si sono trovate frecce avvelenate made in Taiwan e in China.

  

Gli orrori di un paese nell’indifferenza del mondo. Il cortocircuito dei minerali rari: estratti qui a mano dai bambini e impiegati nelle tecnologie più sofisticate 

 

Grande “più di 3 Svizzere”, Tanganyika è una delle 26 province della Repubblica Democratica del Congo, una delle tre in cui dal 2015 è stato diviso il Katanga. E’ anche questo un paradiso: “Butti in terra il riso all’inizio della stagione delle piogge, e poi passi a raccoglierlo”. I paradisi sono fatti per attirare le disgrazie, e la provincia è in cima alla classifica della fame e della malnutrizione. Da qui la dozzina di morti di ebola è lontana, vicini sono i grandi numeri del colera e della febbre gialla. Il nome lo prende dal lago, il secondo africano per ampiezza dopo il Victoria, il secondo nel mondo per la quantità d’acqua dolce. Nome emozionante, come ogni cosa in questo fatale paese: qui – ma sulla sponda dirimpetto, tanzaniana – Stanley trovò il dottor Livingstone. Qui abitano i grandi coccodrilli, come il leggendario Gustave della sponda burundese, 7 metri e una tonnellata, di cui si favoleggia che abbia ucciso 300 pescatori. Dai cosiddetti guerriglieri mai-mai sono stati rapiti qui un mese fa 13 caschi blu delle Nazioni Unite – 11 sono tornati.

 

C’è il mercato degli animali, maiali, capre e mucche soprattutto: a trattativa e acquisto avvenuti, gli animali vengono macellati sul posto

L’Onu classifica l’allarme umanitario per la provincia (e per il Kivu e il Kasai) al livello più alto. Gli sfollati del Tanganyika sono raddoppiati in un anno e mezzo: oggi sono 630 mila, uno su 5 abitanti. Siamo venuti a Kalemie, già Albertville, il capoluogo costiero, e non abbiamo visto coccodrilli né ippopotami, abbiamo preso con i nostri ospiti dell’Unicef scassate strade di terra rossa e roccia che si inerpicano sulle alture e abbiamo visto scuole di fortuna fiere dei loro nuovi gabinetti, classi gremite di bambini belli cenciosi e timidi – niente divise – e di maestre ragazze con il loro piccolo sulla schiena – “L’article indéfini introduit un nom qui n’est pas précisé”, ripetono in coro venti volte, poi passano alla prossima regola. Lo imparano a memoria, il francese e il resto. Un piccolo gruppo scelto, bambine e bambini di etnie diverse, ha preparato una recita, spiegano in poesia come sia bello rispettarsi l’un l’altro e promettersi a vicenda di vivere in pace.
Oggi gli sfollati del Congo sono almeno 4 milioni e mezzo, secondo l’Onu: il record nella storia dell’Africa. Qualche km più in alto c’è il campo di nostra destinazione, ha qualche migliaio di ospiti, i più antichi hanno il privilegio di un telo di plastica trasparente con la scritta Unicef in azzurro – tutto quello che è delle Nazioni Unite vuol essere azzurro o blu, come la bandiera e i caschi della missione Monusco, lo scelsero nel 1946 in opposizione al rosso, “che era il colore della guerra”. La plastica serve a coprire il tetto delle capannucce di paglia, capocchie di fiammifero per gli incendi, sopra uno smilzo telaio di bastoni; i nuovi arrivati non hanno nemmeno i teli di plastica a proteggere dalla pioggia, e li invidiano.

 

Per fortuna la stagione asciutta è appena cominciata, col plenilunio dell’altra notte. (Lo scorso agosto il grosso campo di Katanyika bruciò per i due terzi in meno di un’ora). Qui i bambini non sono timidi e l’accoglienza travolge presto il programma che prevede la visita agli impianti – i fondamenti della civiltà, una latrina, un’acqua da bere e con cui lavarsi le mani: centinaia di bambini che si sospingono così fitti che se ne vede solo la distesa di teste, e rotolano come un’onda, cantando e ballando, e prendono i visitatori in un abbraccio da cui non si può e non si vuole divincolarsi, al diavolo l’agenda.

 

Vado attorno a guardare, quando l’entusiasmo del primo incontro si è attenuato. C’è un ragazzo storpio che cammina a quattro zampe, non cammina, corre, galoppa, non vuole mancare nessuna delle cerimonie del giorno speciale. Un altro ragazzo, ha 17 anni, dice, mi ferma con una certa tracotanza e annuncia di essere lui lo chef coutumier, il capo tradizionale della sua grande famiglia, l’erede designato del capo suo padre, e mi mostra la piccola folla di suoi protetti bambini. Enuncia con solennità i suoi quattro nomi – non li ho trascritti, mi dispiace. Esige che comunichi a suo nome al governatore di Kalemie che lui e i suoi sono pronti, con una scorta e un armamento adeguati, a riconquistare loro villaggio.

 

I campi degli sfollati e dei profughi sono tutti uguali e tutti diversi. Le differenze di rango e di comodità vi contano più che in qualunque ambiente cittadino. Questo campo si rivela dunque diverso dagli altri perché i poveretti che ospita – bantu di etnia luba – non hanno abbandonato le loro case per scampare all’aggressione delle dozzine di eserciti e bande armate che imperversano nell’intero est, dall’Ituri e il Kivu del nord al Kivu del sud fin quaggiù al Tanganyika. A terrorizzarli e cacciarli è il popolo twa, una tribù di quelli che noi chiamiamo pigmei. Da cinque anni ormai infuria una guerra fra i pigmei batwa (ba è il prefisso del plurale) e i bantu. I pigmei sono riconosciuti universalmente come i primi abitatori dell’Africa centrale e da sempre, ma più accanitamente dal tempo coloniale, sono trattati come sotto-umani. Ho letto questa sentenza memorabile in un servizio di Geo: “Un uomo che non sappia portare il miele non troverà mai moglie”. Dopo qualche millennio questi magnifici cacciatori e raccoglitrici ormai a corto di selvaggina e di miele e larve e termiti, e liane koko e frutti, a corto di foresta, hanno smesso la sottomissione docile che viene loro attribuita come una seconda natura, e hanno mosso guerra ai dominatori bantu. Con arco e frecce avvelenate, o lance e armi da taglio, finché qualcuna delle bande mai-mai antigovernative del Sud Kivu ha trovato un interesse a fornirli di armi da fuoco. Di recente, a dimostrare che c’è chi attizza le fiamme, quella voce che sulle loro vittime siano state trovate frecce made in Taiwan o in China… (“Si è mai visto un pigmeo andare a comprare le frecce in Cina?”, ha chiesto il vescovo di Bukavu).

 

Sono pochi, i pigmei: qualche decina di migliaia qui, forse mezzo milione fra tutte le tribù dell’Africa centrale, Baka, Bagyeli, Aka, Mbuti… nessuno lo sa. Nel genocidio hutu contro i tutsi ruandesi, quasi un terzo dei pigmei di quel territorio è stato sterminato nell’indifferenza. Qui, nella provincia del Tanganyika, ha fatto da scintilla della guerra l’imposizione della “Caterpillar tax”, una tassa sui lombrichi e altre larve, cibo ricercato (e nutriente) che i pigmei smerciano al minuto ai bantu luba – un’estorsione. Ma il fuoco covava. I pigmei sono largamente esclusi dalla sanità e dall’istruzione – che nella RDC non è né gratuita né obbligatoria per nessuno – e lavorano come operai ridicolmente sottopagati. 

 

Le persone sono di una cordialità senza riserve, ma fanno spesso segno di non voler essere fotografate, e spesso chiedono soldi

Non hanno titoli di proprietà sulla terra, benché vi stiano a casa da sempre. Non hanno una rappresentanza politica proporzionata, e i loro primi diplomati non trovano impieghi adeguati. A Kalemie c’è un solo personaggio twa distinto come consigliere del governatore; ce n’è un altro, però meticcio, che gode di un certo prestigio. Succede da sempre che uomini bantu si accoppino con donne twa, mai l’opposto, e anche questo non passa più inosservato dai batwa.

 

E’ difficile al viaggiatore profano capire come gli attacchi batwa, che provocano un numero di vittime nemmeno paragonabile a quello delle infinite guerre per bande dell’est del Congo, suscitino una fuga così ingente di popolazioni, decine e centinaia di migliaia. Certo le loro incursioni sono spesso feroci e attirano rappresaglie altrettanto e più feroci – mutilazioni, esposizioni di membra, perfino casi controversi di cannibalismo: si disse che seguaci di Jean-Pierre Bemba nel Kasai avessero cotto e mangiato i testicoli di pigmei Mbuti dell’Ituri per trarne poteri magici. (Per crimini di guerra in Centrafrica Bemba è stato appena clamorosamente assolto in appello dalla Corte penale internazionale dell’Aja, dopo nove anni di carcere).
E’ tardi ormai, a qualunque latitudine, per stupirsi ancora della ferocia. Devi recuperare un ritardo, e l’unico modo è fare la guerra. Ammazzare, perché ti manca la parola. Gli ultimi arrivati sono i pigmei: chi se l’aspettava da loro? E le altre 69 o 130 bande armate, che si chiamino o no eserciti? – “Esercito di resistenza del Signore”, si chiama piamente una. Se ammazzi senza un programma devi fingere di essere mosso dall’odio, da un odio irresistibile, dunque devi essere spietato. Squartare, sgozzare, prima torturare, strappare peni, testicoli, capezzoli, metterli sulla punta dei tuoi bastoni e marciare per le strade ballando, far uccidere i padri dai loro bambini, far uccidere i bambini dalle loro madri – uno su due, per divertimento, poi però finirli tutti, dopo averla stuprata davanti a loro. Mangiare il corpo della tua vittima.

 

Damien Ndahanwa Bwale, il capo dell’ufficio di Kalemie, mi spiega che fra gli sfollati del campo visitato da noi ci sono anche famiglie di pigmei in fuga da ogni violenza. Parliamo della strana sensazione che si prova fra questi fuggiaschi, combattuta fra la pena per la loro desolazione e la simpatia per un popolo vilipeso e davvero minacciato di estinguersi. Un popolo i cui esemplari viaggiavano ancora nel Novecento in Europa, esposti nelle gabbie degli zoo. Il faraone Neferkare aveva già mandato a prelevarne uno 2.400 anni prima di Cristo, per farne sfoggio alla sua corte.

 

Un albero di teak o di moabi (Baillonella toxisperma Pierre) impiega quasi un secolo a diventare adulto. Da Kalemie a Goma si va con un azzardato volo delle linee congolesi in poco più di un’ora. All’andata era mattina presto e benché mi fossi messo al finestrino a guardare l’Africa, il paesaggio, salvo verso la fine dove diventava rigoglioso di acqua e palme e banani, era stato monotono, un altopiano di foresta e savana arboricola. Al ritorno, nel pomeriggio ancora di luce, quella stessa foresta è disseminata di fumi, a perdita d’occhio. La Terra dei Fumi. Non è un incendio, sono decine di fuochi distinti, il modo in cui ci si procura la carbonella vegetale che è ancora di gran lunga la fonte domestica principale in tutta l’Africa, e insieme si fa spazio all’accaparramento di pezzi di terra in cui insediarsi. “Agricoltura taglia-e-brucia”, si chiama. Per giunta i roghi fanno una concorrenza solo più vistosa al taglio del legname, meno evidente salvo a cosa fatta. Si valuta che ne dipenda il 75 per cento della distruzione della foresta vergine. Ci sono paesi già rasati: il Mozambico “cinese”, per esempio. (La Cina non fa la guerra in Congo: lo compra). Di questo passo quanto ci metterà la foresta a scomparire? Ho avuto l’impressione di vederlo succedere. Che la foresta equatoriale scomparisse sotto di me, a vista d’occhio.

 

Abituare a usare un gabinetto, dopo che lo si è costruito, è una rivoluzione culturale, per l’igiene e la sicurezza delle bambine dagli agguati

Il programma prevede anche la visita a due villaggi nel Kivu del sud, nel circondario di Minova. Minova è appena oltre il confine amministrativo fra i due Kivu, benché sia poco a sud di Goma. Era solo un paesino ancora a metà degli anni 90, poi la piena dei rifugiati l’ha tramutata in una città, almeno per numero e vastità. Deve la sua fama alle infamie. Nel 2012 le forze armate regolari della Repubblica Congolese fuggirono da Goma, occupata e predata dalle milizie del M23 (Mouvement du 23 mars), di obbedienza ruandese. Riparati a Minova, i militari, frustrati e ubriachi, si diedero a tre giorni di metodici stupri su centinaia di donne – e bambine, almeno trenta. A completare l’infamia di Minova, nella furia si distinse il 391esimo Battaglione commando, addestrato dalle Forze speciali degli Stati Uniti. Lo scandalo superò i confini e ricevette la sanzione dell’Onu. (Il Congo peraltro è anche il paese in cui più numerose sono state le violenze sessuali compiute da personale militare e civile delle Nazioni Unite). Nel 2014 si celebrò, prima a Minova poi nella più “sicura” Goma, il processo, il più grande mai tenuto in Congo sugli stupri di massa, davanti alla Corte marziale dell’esercito. Gli imputati erano 39, 14 dei quali ufficiali. Decine di donne vennero coraggiosamente a testimoniare. Dopo, dovettero spesso nascondersi nella foresta. Per l’imputazione di stupro come crimine di guerra fu condannato solo un ufficiale inferiore. La donna che era stata sua vittima raccontò di avergli detto che avrebbe potuto essere suo padre, che non poteva unirsi a lui. Aveva notato, durante la lunga violenza, che gli mancava un pollice. Quando furono costretti ad arrestarlo, aveva ancora in tasca la boccetta di profumo di lei. Di Minova le cronache si erano accorte già nel 1999, quando vi era stata scovata e arrestata dall’esercito ruandese Valérie Bemeriki, già conduttrice di punta della Radio des Milles Collines, la centrale del genocidio dei tutsi in Ruanda. Bemeriki fu condannata all’ergastolo nel 2009 da un tribunale ruandese.
A Minova, come a Bukavu e nel resto del Kivu del sud, nell’estate dell’anno scorso si diffuse un’epidemia di colera, dovuta soprattutto alla mancanza di acqua potabile. La maggioranza delle persone attinge l’acqua dal lago. Una ricerca congiunta dell’Università di Harvard e dell’Unicef a Minova ha concluso che il 71 percento delle famiglie non si lava ancora le mani col sapone. Nel sud Kivu la mortalità infantile è molto peggiore che nel nord: 120 su 1.000 sotto i 5 anni, contro 65 (la media nazionale è di 104). L’Unicef sceglie qui il “cash transfer”: fornisce alle famiglie più bisognose dei buoni con cui acquistare nei negozi locali. Sono pochi soldi, ma permettono alle donne di avere un ruolo maggiore e di scegliere su che cosa impegnarli: soprattutto cibo, medicine, scuola. Una delle giovani donne incontrate, fuggite da conflitti, in braccio il suo ottavo figlio, dice che l’unico problema sta nel fatto che la comunità comincia a chiedere un affitto per la capanna in cui vivono, “visto che ora hanno i soldi”.

 

Eravamo arrivati dall’Italia a Goma stanchi, dopo uno scalo di sei ore ad Addis Abeba, ma in una inaspettata allegria, perché l’aereo è mezzo vuoto e decide in volo di allungare fino a Bujumbura, la capitale del Burundi, che è piuttosto oltre la nostra destinazione, per caricarvi dei passeggeri di ritorno. Così, pur senza mettere piede a terra, abbiamo avuto il nostro paio d’ore di soggiorno burundese.

 

A Goma si arriva e si esclama: Siamo in paradiso! Fino dall’Eden, i paradisi sono fatti per attirare le disgrazie. Per tentare alla disgrazia. Il paradiso non dà la felicità agli esseri umani, gliela fa perdere, così dopo sanno che cosa avrebbe potuto essere. Goma è un paradiso. Tutti gli ingredienti: c’è un vulcano attivo, anzi due, e la lava fertile. C’è l’acqua, dolce e infinita – i fiumi, il lago. C’è il clima equatoriale mitigato fino a essere temperato dall’altitudine. C’è una flora e una fauna impareggiabile (paradiso all’origine iranica è questo, il giardino recintato bello d’erbe e d’animali). I gorilla, per esempio, gli okapi, i rari elefanti di foresta, le miriadi di uccelli. C’è l’oro, la cassiterite – lo stagno – il coltano, il cobalto, l’uranio, anche il petrolio, il gas. La foresta – la seconda al mondo dopo l’Amazzonia. Tutte queste meraviglie sono i doni avvelenati che il creatore ha riunito per indurti in tentazione, e tu ci caschi. L’intero pianeta ci è cascato, nel paradiso di Goma – e di Bukavu, e di Kalemie… Si muore di fame su una terra capace di dare tre raccolti di mais all’anno.

 

Abbiamo sentito dovunque con quale apprensione si aspetti l’appuntamento – in dubbio, del resto, tutto è in dubbio – del prossimo 23 dicembre, quando dovrebbero tenersi le elezioni presidenziali. Le candidature saranno rese ufficiali il 9 agosto. Il mandato del presidente Joseph Kabila, nominato nel 2001 dopo l’uccisione di suo padre, è scaduto definitivamente nel 2015 e da allora viene prorogato. Molti temono che in extremis Kabila voglia ancora candidarsi, moltissimi temono che l’avvicinarsi delle elezioni scateni nuovi disordini se non un’ennesima recrudescenza della grande guerra africana che si combatte in Congo. I maggiori pretendenti alla successione di Kabila erano fino a poco fa un paio, a loro volta in dubbio. Il più accreditato si chiama Moïse Katumbi, è nato nel 1964 e vive in esilio, dopo essere stato il beniamino di Kabila e il governatore del Katanga. Katumbi è figlio di Nissim Soriano, un ebreo sefardita di nazionalità greca che riparò durante la Seconda guerra mondiale da Rodi, sotto occupazione fascista, al Congo. La doppia cittadinanza di Moïse, che ne ha una italiana, a San Vito dei Normanni, è diventata il principale pretesto per escluderlo, benché vi abbia rinunciato. Il 9 giugno la partita presidenziale è stata stravolta da una decisione del tutto inattesa della Corte penale internazionale dell’Aia, che giudicava in appello Jean-Pierre Bemba, 55 anni, il più forte degli uomini forti congolesi, rivale di Kabila nelle scorse elezioni presidenziali, 2006, in cui si crede che furono i brogli colossali a portargli via la vittoria. Nel 2008 la Corte penale internazionale lo arrestò in Belgio, dove era fuggito, e lo imputò di crimini contro l’umanità e crimini di guerra (stupri “etnici” perpetrati come armi di guerra, stragi e saccheggi) commessi dalle sue truppe, l’Esercito di liberazione del Congo, ELC, nella Repubblica di Centrafrica. Esattamente due anni fa la Corte, che aveva in Bemba il suo più importante imputato dalla fondazione, lo aveva condannato alla pena, severa per il suo codice, di 18 anni di reclusione. E ora l’appello lo ha scagionato e liberato, dichiarando provata l’assenza personale di Bemba sul luogo e nel momento di quei crimini, che nel processo erano stati testimoniati da migliaia di vittime. Bemba resta colpevole solo di aver corrotto dei testimoni, circostanza superata dal carcere già trascorso, ed è tornato a Bruxelles. Da lì la sua ombra si allunga sul 23 dicembre delle elezioni prossime. La notizia è passata pochissimo osservata in Italia. Capisco la disperazione dei congolesi che chiedono che si parli del Congo.

 

“Il posto in cui se hai intenzione di fare cose buone, è più probabile che ti riesca”, dice dell’Unicef il medico italiano responsabile per il Congo

Si frequenta la pubblicistica sul e dal Congo e si è sbigottiti, e imbarazzati, dall’angoscia con cui in tanti, le chiese cristiane, associazioni umanitarie, personalità, chiedono, implorano i giornalisti stranieri e le stesse persone private di informare il mondo sul Congo. Nessuna delle tragedie umane del pianeta registra, dicono, una simile sproporzione fra la gravità delle cose e l’attenzione che le viene prestata. Dicono anche che non è un caso. “La Repubblica democratica del Congo, oggi, sta vivendo il suo Venerdì santo nel silenzio della stampa internazionale e nell’indifferenza del mondo. Per questo ci appelliamo con forza ai giornalisti italiani perché rompano il silenzio sulla RDC raccontando gli orrori che vi sono perpetrati, ma soprattutto spiegando la ragione di tale silenzio: gli enormi interessi internazionali in quel paese”. Così scrive Nigrizia.

 

Le innumerevoli guerre del Congo che fanno, sommate, una vera guerra mondiale, hanno la doppia caratteristica di essere combattute dagli Stati limitrofi e dalle grandi multinazionali (e i loro stati di sostegno) attraverso eserciti delegati, i quali a loro volta si autonomizzano e privatizzano. La motivazione iniziale, la difesa armata delle varie etnie (sono centinaia), cede ovunque all’occupazione dei territori per impadronirsi delle risorse, in primo luogo dei minerali rari o preziosi (l’oro, i diamanti) o strategici, soprattutto il coltano e ora il cobalto, estratto insieme al nichel e al rame e lavato; il cobalto necessario alle fibre ottiche, alle batterie al litio delle auto elettriche e ibride, agli armamenti più sofisticati. Di ambedue, coltano e cobalto, il Congo detiene la larga maggioranza dei giacimenti, e li sfrutta di volta in volta industrialmente o con una manodopera misera, non di rado minorile, che scava a mano. Non c’è immagine più eloquente della globalizzazione che il cortocircuito fra i bambini che estraggono a mano i minerali rari e il loro impiego nelle tecnologie più sofisticate.

 

I morti per effetto delle guerre congolesi, dagli anni 90 a oggi, sono calcolati fra i 5 e i 6 milioni. La metà bambini.

 

(Sono tentato di riscrivere queste due proposizioni. Come nella scuola del villaggio, su un quaderno a righe di terza. Compito: scrivere mille volte I morti per effetto delle guerre, dagli anni 90 a oggi, sono calcolati fra i 5 e i 6 milioni. La metà bambini).

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