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Kim Kardashian ha reso l’assurdo incontro con Trump un momento di empatia

La moglie di Kanye West ha chiesto la grazia per una donna condannata all'ergastolo. Una puntata da reality emotivo sul quale Trump e Kim hanno costruito le proprie fortune mediatico-politiche

2 Giugno 2018 alle 06:15

Kim Kardashian ha reso l’assurdo incontro con Trump un momento di empatia

Kim Kardashian. Foto LaPresse

New York. Quando è uscita la notizia che Kim Kardashian West stava andando alla Casa Bianca per discutere con Donald Trump della riforma carceraria, nel cuore di più o meno chiunque è affiorato un sentimento ben inquadrato da un titolo del New Yorker: “Kim Kardashian che incontra Donald Trump nello Studio Ovale è un incubo dal quale non riusciamo a svegliarci”. Lo svolgimento di queste sensazioni da incubo è la deprecazione benaltrista di un evento fra l’inutile e il surreale che fa sembrare l’incontro fra Elvis Presley e Richard Nixon una Yalta della politica pop, per tacere poi delle usanze degli Obama, che invitavano grandi celebrità impegnate che lottavano contestualmente per qualche causa importante. Kim che arriva a Washington come una dea nerovestita mentre gli emissari dell’altro Kim mangiano bistecche a New York e consegnano lettere del “little rocket man” promosso a “chairman” sembra uno scherzo d’avanspettacolo, una barzelletta, umorismo involontario.

  

La patente incompetenza della visitatrice è il primo argomento invocato: Kim Kardashian è famosa per i reality, i nudi, i sex tape, il matrimonio con Kanye West, che ha “l’energia del drago” come Trump, e “non ha mai nemmeno finito un articolo lungo sulla riforma delle carceri, figurarsi un libro intero”, come ha twittato la scrittrice Kara Brown. Non è nel curriculum che si possono trovare giustificazioni adeguate all’occasione. Che poi l’incontro sia stato combinato da Jared Kushner, consigliere con un portafoglio grande così, passato da eminenza grigia a scemo-non-pervenuto per poi tornare eminenza grigia, non depone a suo favore, anche perché tutti malignamente ricordano che Kushner si occupa di limitare l’incarcerazione di massa per ragioni squisitamente famigliari. Infine, peggiorativo di massimo grado, è sposato con Ivanka, quella che Samantha Bee può chiamare una feckless cunt, una figa inutile, senza temere il licenziamento, cosa che dimostra non tanto il double standard dei liberal che dominano i media quanto che il giudizio dell’attrice e comica è ampiamente condiviso. Sotto questi indecifrabili auspici è iniziata una delle puntate più strambe del reality show della Casa Bianca. La foto twittata dal presidente ha confermato le impressioni: lui, seduto al resolute desk sorride come una statua di Madame Tussauds; lei, in piedi, fasciata in un abito sobrio e funereo, sfoggia l’espressione “riforma carceraria” su cui deve essersi esercitata a lungo con un coach della mimica facciale. La photo opportunity ha peggiorato l’incubo invece di diradarlo.

  

E’ dopo l’incontro, però, che la storia è cambiata, quando cioè la vicenda è stata vista e quindi rivissuta dal punto di vista del backstage. Kardashian ha documentato con dei video tutta la storia dell’incontro, spiegando che sette mesi fa si è imbattuta nella vicenda, raccontata da Mic, di Alice Marie Johnson, una donna afroamericana di 63 anni, che è addirittura bisnonna, incarcerata a vita per un reato di droga non violento. Ha servito oltre 22 anni della sentenza con una condotta impeccabile, e Kim si è presa a cuore il suo caso, pagandole le spese legali e promettendo di fare di tutto per ottenere la grazie e correggere così una delle tante iperboli del sistema carcerario americano. Al presidente, dunque, ha chiesto la grazia per una persona con un volto e un nome, non ha discettato di riforma della giustizia penale. La celebrity ha ripercorso l’incontro con Trump con il linguaggio del reality: c’è lei che prepara il discorso in macchina con l’avvocato, lei che condivide l’emozione di questo momento storico, lei che in primo piano racconta quello che Trump le ha detto, lei che con le labbra tremanti descrive l’ingiustizia subita da questa persona che le ha toccato il cuore, lei che coltiva la speranza di fare una cosa buona nella quale tutti possano riconoscersi. L’incubo insensato, il festival della derisione per Kim che incontra Donald, ha lasciato così il posto a una efficace puntata del reality emotivo, genere del quale si può pensare ciò che si vuole, ma è pur sempre il registro comunicativo sul quale Trump e Kim hanno costruito le proprie fortune mediatico-politiche, e tutto sommato è un genere che fa leva non solo sull’antagonismo e la costante lotta di tutti contro tutti, ma anche sull’empatia e sul coinvolgimento emotivo. Per molti americani il racconto di Kim, partito come un incomprensibile incubo, è diventato un sogno.

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