Asa Kasher al Foglio: “Si può ammirare il coraggio e l’integrità delle truppe americane in Afghanistan, ma soltanto i soldati israeliani combattono vicino ai propri centri abitati” (foto LaPresse)

La morale di Israele

Giulio Meotti

“Siamo l’unica democrazia che combatte il nemico sulla soglia di casa”. Parla il filosofo Asa Kasher

Il 26 dicembre 1994, l’esercito israeliano distribuì il suo primo “codice etico” a tutte le unità. La lettera che accompagnava il testo proclamava che quel testo “costituisce la posizione dei vertici dell’esercito sullo spirito dell’Idf”. L’idea di dare a Israele un codice militare etico, paragonabile a quello cristiano della “guerra giusta”, era venuta un anno prima al generale Ilan Biran ed era stata poi adottata dall’allora capo di stato maggiore, Ehud Barak. Fu quest’ultimo, il soldato più decorato della storia israeliana, il futuro primo ministro e ministro della Difesa, a ordinare a un comitato di saggi di scrivere quel manifesto che prenderà il nome di “Spirito dell’Idf”.

 

A guidare quel comitato fu messo Asa Kasher, il filosofo morale dell’Università di Tel Aviv che fino a quel momento era stato l’unico accademico a insegnare etica nei college militari. Un impegno iniziato negli anni Settanta. Fu Yitzhak Rabin, allora primo ministro, a volere Kasher alla testa del comitato. Tutto il suo lavoro accademico da allora è stato teso a risolvere i dilemmot, i dilemmi che Israele affronta nella sua intestina guerra al terrorismo. Nel 2003, Kasher metterà il suo nome su un altro documento controverso, quello scritto assieme al generale Amos Yadlin dal titolo “The ethical fight against terror”, in cui si giustificava la campagna di assassinii mirati con cui Israele ha fermato la Seconda Intifada. “Affrontammo un tragico dilemma”, spiegherà Yadlin, capo dell’intelligence militare. “Un terrorista entrerà in un ristorante e farà esplodere venti persone, ma se facciamo saltare in aria la sua auto, tre persone innocenti in macchina moriranno”. Come giustificare tutto questo?

 

Nel 1994 Kasher ebbe da Rabin e Barak il compito di scrivere le regole di condotta etiche dell’esercito israeliano

“I media occidentali non sono affatto i guardiani della verità, ma collaborano spesso all’industria palestinese delle menzogne”

E pensare che Kasher era nato nell’estrema sinistra della cultura israeliana. Questo filosofo dell’etica è stato fra gli animatori di Yesh Gvul (“c’è un limite”) durante la prima guerra del Libano, ovvero il primo gruppo di obiettori di coscienza dell’esercito, e ha sempre vantato come mentore Yeshayahu Leibowitz, il papa laico e coscienza terribile di Israele, il filosofo-fustigatore di costumi, di politiche, di “occupazioni”. Una sorta di Spinoza.

 

Kasher, che ha vinto il Premio Israele (il massimo riconoscimento nello stato ebraico), è oggi considerato il più grande filosofo in Israele nel campo dell’etica. Alcuni dicono che è l’autorità morale più rispettata della sua generazione. Oltre al suo lavoro nel mondo accademico come esperto di linguistica pragmatica di fama mondiale, Kasher è stato presidente di diversi importanti comitati pubblici. I suoi scritti sull’etica medica, i media e la scienza sono considerati pietre miliari. Eppure, nonostante tutta la sua attività pubblica, Kasher difficilmente appare nei media. Ha accettato di parlare al Foglio dopo i tragici fatti di Gaza, dopo tre settimane di assedi al confine meridionale di Israele, con 60 mila persone respinte al reticolato, i tanti morti palestinesi e i titoli di giornale in occidente sul “massacro” commesso dalle truppe di Gerusalemme. E’ in discussione lo “spirito” messo a punto da Kasher.

 

Gli chiediamo cosa significhino le regole di ingaggio che ha Israele in medio oriente. “La decisione fondamentale che deve essere presa, quando hai di fronte un nemico che deliberatamente commette atrocità contro di te, è se adattare i tuoi valori e le tue norme a quelle del nemico, o mantenere intatti i tuoi standard morali. La decisione morale presa da Israele è chiara: rispettare la dignità di chiunque, perché siamo una democrazia e perché siamo lo stato-nazione del popolo ebraico. Rispettare la dignità umana di chiunque, compresa, prima e su tutto, quella dei nostri cittadini e dei nostri soldati. Non abbiamo modulato i nostri valori su quelli immorali dei nostro nemici, ma adattiamo la nostra difesa alle sfide create dagli stessi nemici. Così a volte i nostri comandanti e le nostre truppe agiscono come ufficiali di polizia di fronte a sommosse, a volte invece sono combattenti di fronte a nemici combattenti”.

 

Nelle scorse settimane, Israele è stato accusato di aver ucciso “indiscriminatamente” oltre trenta palestinesi facendo un “uso sproporzionato” della forza. Poi, un rapporto del centro Meit Amir per l’intelligence ha diffuso l’identikit delle vittima a Gaza: 26 su 32 erano membri di organizzazioni terroristiche. L’ottanta per cento dei palestinesi rimasti uccisi. Che ne pensa del lavoro fatto al confine con Gaza?

 

“Nell’attesa di una inchiesta morale, etica e professionale sull’esercito, possiamo valutarne il lavoro svolto soltanto dal quadro generale. E io sono felice che l’esercito non abbiamo usato la forza indiscriminata contro i palestinesi di Gaza che approcciavano la barriera difensiva per infiltrarsi nei centri abitati israeliani. Non è facile fermare decine di migliaia di persone che si avvicinano a un recinto per distruggerlo e procedere in Israele. Le attività di Gaza, bisogna ricordarlo, sono organizzate, sostenute e potenziate da Hamas, un’organizzazione terroristica impegnata nella distruzione di Israele. Le loro attività sono bellicose, mai innocenti. Tuttavia, poiché usano bambini e adolescenti, dobbiamo fare del nostro meglio per ridurre al minimo le vittime tra coloro che sono veramente innocenti. Date le dimensioni e la natura dell’attività di Gaza, il numero di vittime non sembra essere sproporzionato, ma in effetti, se emergessero prove affidabili che una persona di Gaza venga colpita quando non è coinvolta in ostilità pericolose, dovrebbero essere tratte delle lezioni al fine di migliorare le attività militari”.

 

“Non è facile fermare migliaia di persone che a Gaza vogliono varcare un confine. Non esiste distinzione netta fra combattenti e ‘civili’”

“Se i palestinesi da Gaza entrassero in Israele ci sarebbero molte vittime fra gli infiltrati. Così dobbiamo fermarli al confine”

In che modo Israele evita vittime civili? “Innanzitutto, chiariamo la nozione di ‘civile’”, prosegue Kasher conversando con il Foglio. “Non c’è spazio per la distinzione cruda tra i combattenti in uniforme militare e tutti gli altri che sono ‘civili’. La distinzione è tra coloro che sono coinvolti in ostilità pericolose contro gli israeliani e quelli che non lo sono. Uno di Gaza che è presente non lontano dal confine non è così pericoloso o immediatamente pericoloso. L’esercito non agisce contro di lui usando fuoco letale. Una persona che è direttamente coinvolta in uno sforzo per distruggere la recinzione è pericolosa e potrebbe essere colpita. Non possiamo tollerare che una recinzione venga distrutta, perché non possiamo tollerare la libera circolazione degli abitanti di Gaza in Israele, tanto più che sono in numero di migliaia e arrivano sotto le bandiere del ‘ritorno’ in Israele. Si noti che l’unico modo per impedire a migliaia di persone di Gaza ormai in Israele di catturare israeliani e colpire le loro case comporterebbe numerose vittime tra gli infiltrati. Preferiamo fermarli al confine, fuori da Israele, piuttosto che dentro al territorio israeliano. Minimizzare le perdite di infiltrati è una manifestazione del nostro principio di rispetto della dignità umana”. Cosa rende unico l’esercito israeliano, anche a paragone con molti eserciti occidentali? “Bisogna parlare di due aspetti, uno relativo alla situazione attuale e un altro generale. Le pratiche di guerra sono condivise da tutte le democrazie occidentali, come Israele, Italia, Stati Uniti e Regno Unito. Tuttavia, solo le truppe israeliane sono schierate molto vicino ai centri di popolazione israeliana, alle città, ai villaggi, da un lato, e molto vicino alle forze e alla popolazione ostili di Gaza, d’altra parte. Si può ammirare il coraggio e l’integrità professionale delle truppe americane o europee che combattono in Afghanistan, ma non combattono nelle vicinanze delle loro case e dei loro concittadini. In secondo luogo, e non meno importante, l’etica militare israeliana è diversa da quella di ogni altra forza militare del mondo democratico. Tra i valori israeliani ne abbiamo due che sono unici. Uno è la santità della vita umana, dei cittadini di Israele, dei soldati e dei nemici non combattenti. Uccidi una persona solo se è necessario farlo. Un secondo è chiamato ‘purezza delle armi’, che significa purezza morale dell’uso delle armi o semplicemente limitazione dell’uso della forza. Coinvolge la distinzione tra persone pericolose e altre, tra la popolazione nemica, considerazioni di proporzionalità quando rilevanti, e si basa sull’idea generale di cercare di minimizzare le calamità della guerra. In generale, ci fidiamo degli standard dei nostri comandanti. Abbiamo buone ragioni per presumere che le loro attività siano etiche, morali e legali. Tuttavia, facciamo molto più che istruire comandanti e truppe. Introduciamo metodi professionali e organizzativi che hanno lo scopo di elevare gli standard etici e morali dell’attività. Un esempio è l’unità indipendente di esperti in ‘Operation Research’, che ha il compito di trovare il modo migliore di condurre un’operazione programmata di uccisione mirata, dove ‘migliore’ significhi non solo in termini di probabilità di colpire il terrorista designato, ma anche nel senso di minimizzare il danno collaterale. Quindi gli standard dell’operazione non sono solo quelli dei piloti, che sono molto alti. Un altro esempio è visto in ogni battaglione da combattimento. Uno degli ufficiali dello staff del comandante è un ‘ufficiale della popolazione’, il cui compito è quello di aiutare i comandanti a minimizzare i danni a persone non pericolose in una zona di battaglia”.

 

La manipolazione mediatica, politica e intellettuale è stata in grado di trasformare l’esercito israeliano in un simbolo di sopruso, di occupante, di bullo contro chi resiste a mani nude. “Poniamo la domanda in modo diverso: quante manifestazioni hanno avuto luogo in Europa negli ultimi due o tre anni in solidarietà con i palestinesi e quante ce ne sono state in solidarietà con la popolazione siriana che è stata vittima di numerose atrocità, compreso l’uso di sostanze chimiche? I governi hanno interessi locali e internazionali da servire. Le folle hanno sentimenti crudi e affiliazioni politiche da manifestare, sullo sfondo di un’intera industria di bugie gestite dai palestinesi con l’aiuto, deliberato o non intenzionale, di parti della stampa. Non sono i guardiani della verità, della giustizia e della libertà. Per quanto la stampa e le folle non abbiano un effetto pernicioso immediato sulle attività governative o sul benessere degli ebrei, possiamo ignorare l’atteggiamento ostile nei nostri confronti. L’antisemitismo è un ingrediente dell’atteggiamento ostile. Ci sono chiare espressioni antisemite in Hamas, ma il leader del partito laburista del Regno Unito conta i leader di Hamas tra i suoi amici. Combattere l’antisemitismo è un dovere di ogni persona decente e dello stato di Israele”.

 

Da più di vent’anni, Asa Kasher lavora all’etica militare israeliana. Che bilancio trarre? “Beh, l’orgoglio non è una virtù, giusto?”, conclude il filosofo israeliano con il Foglio. “Tuttavia, sono stato felice di vedere che il codice etico, inclusi i valori unici della ‘vita umana’ e della ‘purezza delle armi’, così come i classici valori etici militari, sono comunemente implementati dai comandanti e dalle truppe. Nella misura in cui il mio lavoro ha influenzato il comportamento degli israeliani in uniforme, sono lieto di sapere che implementando il codice etico molte vite sono state risparmiate, sia dei combattenti israeliani sia dei non combattenti palestinesi. E’ difficile allora resistere alla tentazione di essere orgogliosi”.

Di più su questi argomenti:
  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.