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Israele, il mediatore

Il governo israeliano negozia con Russia e America per evitare scontri in Siria. A una condizione: fermare l’Iran. Ora, però, il patto implicito con Mosca un po’ vacilla (vicino al Golan)

13 Aprile 2018 alle 06:00

Israele, il mediatore

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu (foto LaPresse)

Milano. Il governo di Israele sostiene l’idea di un intervento militare americano ed europeo in Siria: vuole che siano validate le linee rosse che impediscono l’utilizzo delle armi chimiche in medio oriente e non vuole che l’Amministrazione Trump ritiri le proprie forze dalla Siria, perché questo significherebbe “una manna strategica”, scrive il Wall Street Journal, per un nemico come l’Iran, una minaccia esistenziale. Allo stesso tempo però, Israele vuole mantenere saldo il suo rapporto con la Russia, e sta cercando di fare da mediatore per ottenere una de-escalation dei toni tra russi e americani. Nella notte tra mercoledì e giovedì, il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha parlato con il presidente russo, Vladimir Putin: Mosca vuole che sia rispettata la sovranità della Siria e chiede che non si dia il via a operazioni che “potrebbero destabilizzare ulteriormente la situazione nel paese”; Gerusalemme però insiste sul fatto che la presenza in massa degli iraniani in Siria è inaccettabile. Secondo un articolo pubblicato dal quotidiano russo Kommersant, a Mosca molti sostengono che Netanyahu stia svolgendo un ruolo importante di intermediazione tra Putin e Donald Trump, anche se i più sono convinti che un’operazione militare ci sarà in ogni caso.

  

Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha detto che esistono le prove dell’attacco chimico in Siria e che, in contatto continuo con Washington, si sta organizzando un blitz militare che sia “efficace”. Israele conta sul fatto che il coordinamento ci sia anche con la Russia: sempre secondo Kommersant, il Cremlino sta aspettando che il Pentagono fornisca la lista dei target da colpire in modo da evitare ogni eventuale scontro con le forze russe presenti in Siria. Per questo ci sono contatti tra i generali russi e americani e anche con la Nato, attraverso il canale ora più promettente per la Russia: la Turchia.

  

Secondo Alexey Khlebnikov, analista al Russian Council sulla politica mediorientale di Mosca, con tutta probabilità la mediazione di Israele sta funzionando: il Cremlino è quasi certo che le sue basi in Siria non saranno colpite, e il fatto che Trump abbia superato il limite temporale che aveva annunciato – 24-48 ore, ed era lunedì – fa pensare che ci sia stato più metodo e coordinamento nella preparazione delle operazioni. Ci sono anche altri paesi che stanno intervenendo come intermediari (o si candidano a esserlo): l’agenzia di stampa russa Tass ha sottolineato il ruolo della Giordania nella direzione della de-escalation, mentre il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha detto di voler parlare con Putin: ha già avuto una conversazione con Trump, e sottolinea di voler mantenere le proprie relazioni con Russia, America e Iran.

 

La questione iraniana è dirimente, e presto anche le cancellerie europee che lavorano nell’ombra per salvaguardare il deal sul nucleare che Washington vorrebbe smantellare dovranno prendere qualche decisione importante (il 12 maggio Trump dovrà dire se conferma o no il blocco delle sanzioni incluso nell’accordo: aveva annunciato a gennaio che non l’avrebbe confermato). Per Israele, come si sa, l’Iran è più che dirimente, è una questione di vita o morte: Ali Akbar Velayati, gran consigliere della guida suprema Ali Khamenei invitato a Damasco in settimana per una due-giorni sullo status di Gerusalemme, ha detto riferendosi a Israele che “questi crimini non resteranno senza risposta”. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano ha ribadito: “L’aggressione del regime di Israele contro la Siria è una violazione della sovranità nazionale e della integrità territoriale del paese e va contro ogni regola e principio internazionale”. Teheran si riferiva all’attacco di lunedì contro la base aerea T-4 vicino a Palmira in cui sono morti “alcuni consiglieri militari iraniani”: anche la Russia, in controtendenza rispetto al passato, ha denunciato il blitz in modo molto duro. Questi toni aggressivi non sono sfuggiti al governo di Netanyahu che, da molti anni, mantiene un equilibrio realista nei suoi rapporti con Mosca.

 

Da quando le forze russe sono entrate in Siria, Putin ha di fatto ignorato i ripetuti attacchi di Israele contro le installazioni militari iraniane in Siria: c’è un patto tacito tra Russia e Israele sul rispetto della richiesta di Netanyahu di evitare qualsiasi avvicinamento da parte delle Guardie della rivoluzione iraniane al territorio israeliano, cioè verso le alture del Golan. Per dare seguito a questo patto, il premier di Gerusalemme ha tenuto una linea ben più morbida di americani ed europei nei confronti della Russia. Per esempio non sostenne la risoluzione dell’Onu contro l’annessione della Crimea e nelle settimane scorse non si è unito alle espulsioni coordinate di diplomatici russi chieste dal Regno Unito dopo l’utilizzo di gas nervino a Salisbury. Come ha detto Dan Shapiro, ambasciatore israeliano in America fino all’anno scorso, “la politica israeliana ha avuto come obiettivo evitare conflitti con la Russia su molte questioni che hanno creato frizioni tra Mosca e l’occidente”.

 

Ora però questo equilibrio cui Netanyahu si è dedicato a lungo e con pazienza assieme al suo ministro della Difesa, Avigdor Lieberman (che parla bene il russo), rischia di vacillare. Prima dell’attacco chimico a Duma, il regime di Assad aveva annunciato per l’inizio di maggio un’operazione coordinata con russi e iraniani per riconquistare Deraa, nel sud della Siria, e Quneitra, nel sud-ovest, nella parte siriana delle alture del Golan. La presenza dell’Iran nei pressi di Quneitra non è ufficiale (del resto Teheran ha ammesso di aver subìto perdite sul campo siriano soltanto due volte), ma di recente le forze associate al regime di Assad hanno rimpolpato la loro presenza proprio lì, mentre l’esercito siriano ha piazzato uomini e cannoni nella “no-man’s area” che corre lungo il confine con Israele. Per Israele non si tratta di una provocazione, ma di un rischio di guerra imminente, tanto che Lieberman ha detto che qualsiasi avvicinamento iraniano sarà impedito, “a qualsiasi costo”. La Russia è finora stata decisiva nell’evitare l’avanzamento iraniano, ma ora che lo stesso Trump vuole togliere il velo da tutte le alleanze, anche Israele potrebbe dover rinunciare al “lusso”, come lo chiama Shapiro, dell’equilibrio con Mosca: il primo alleato globale di Israele è l’America.

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Commenti all'articolo

  • tamaramerisi@gmail.com

    tamaramerisi

    13 Aprile 2018 - 08:08

    Questo articolo è come retroilluminato: impossibile leggerlo, e rileggerlo, senza che la pelle si accapponi alla visualizzazione, ormai plastica, dei danni immensi per la pace del mondo creati da due amministrazioni Americane nefaste, antiamericane e ideologizzate. 8 anni dei Clinton e 8 anni di Obama colla loro fanfara internazionalista e palestinianista (che è prepotentemente anti palestinese quanto anti istraeliana! Come dimostra Gaza) hanno ossessivamente abbandonato la protezione dei confini, culturali e geografici, dell'Occidente, disarmandoci come fosse sepolto colla Guerra Fredda anche il concetto stesso di guerra. L'Europa colla sua cultura marxista dominante in ogni ambito è pronta a recepirne la versione oppiacea della Sharia. Se non esistesse Israele saremmo già stati fritti.

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