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Brutta vittoria in Alabama

Un bel ceffone a Trump, ma il voto razziale non è sintomo di salute

15 Dicembre 2017 alle 06:00

Brutta vittoria in Alabama

I sostenitori del democratico Doug Jones festeggiano il risultato delle elezioni a Birmingham, in Alabama (foto LaPresse)

La vittoria di Doug Jones contro Roy Moore in Alabama è stata salutata come un riscatto festoso dopo quasi un anno di cupezza dell’America, tra manovre bannoniane, inchieste per collusione e altre beghe sgraziate dell’Amministrazione Trump. Tuttavia, a vedere i dati c’è poco di che essere confortati. Il democratico ha prevalso di poco più di un punto e mezzo soltanto perché in pratica l’Alabama si è spaccato secondo linee di separazione razziale: i bianchi hanno votato a stragrande maggioranza per Moore e i neri hanno votato in maggioranza ancora più forte, 92 per cento gli uomini e 98 per cento le donne, per Jones. Ronald Reagan una volta disse che anche se vai in Germania, Francia o Italia non diventerai mai tedesco, francese o italiano, ma se invece vai in America diventerai americano. L’America è la nazione che assorbe le differenze e ti restituisce alla vita civile come soggetto nuovo, un cittadino americano appunto. E però, a vedere questi dati elettorali, il melting pot, il crogiolo dell’America, non funziona: ci sono due blocchi razziali che votano secondo il colore della pelle, non hanno nessuna voglia di fondersi e anzi nelle urne si fronteggiano come a una battaglia. I bianchi votano pure per un uomo accusato di pedofilia, come se fossero in stato di assedio, i neri rispondono compatti come se fossero davanti a un pericolo. Non è una novità, ma non è nemmeno un segno di salute del paese, soprattutto se i numeri sono questi. Il tempo non passa in Alabama, e anche il resto dell’America cammina all’indietro.

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