Contro i nulla-pensanti

Due chiacchiere con Élisabeth Lévy, direttrice di Causeur e intellettuale francese che irrita soprattutto le donne

Contro il nulla-pensanti

Élisabeth Lévy (foto di Hannah Assouline, per gentile concessione di Causeur)

Parigi. “Sabato scorso, il nostro presidente ha annunciato qualcosa di estremamente inquietante: l’introduzione del ‘reato di oltraggio sessista’. Quale sarà la prossima misura? La penalizzazione dello sguardo lubrico?”. Élisabeth Lévy, intellettuale e direttrice del magazine controcorrente Causeur, fatica a crederci. “O ci si renderà presto conto che è un’idiozia inapplicabile, annunciata soltanto per far piacere alle neofemministe, o la situazione diventa pericolosa. Macron ha detto che la Francia non deve più essere il paese dove le donne hanno paura. Ma chi vuole prendere in giro? Il governo ci sta dicendo che noi donne avevamo paura, ma non lo sapevamo, che vivevamo in un incubo, ma non eravamo al corrente. Tutto ciò è assurdo”.

 

In Francia c'è una "crisi
del pensiero", perché i media
e pensatori di sinistra non offrono più idee ma soltanto accuse

Nei giorni in cui esce in libreria il suo ultimo libro, “Les rien-pensants” (Éditions du Cerf), una raccolta dei suoi editoriali ruvidi sullo sfondo del quinquennio di François Hollande, Élisabeth Lévy, nemico pubblico numero uno della gauche parigina, discute con il Foglio attorno al nuovo clima di polizia del pensiero (sessuale) che si sta diffondendo in Francia. “Il credo del neofemminismo è che le donne sono tutte vittime e che gli uomini sono tutti colpevoli. Le prime sono diventate una specie protetta in Francia, mentre i secondi sono sempre e comunque dei predatori, il cui desiderio va criminalizzato”, dice la direttrice di Causeur. Ogni domenica, assieme al filosofo e membro dell’Académie française, Alain Finkielkraut, cura una popolare rubrica radiofonica su Rcj, intitolata “L’esprit de l’escalier”. E questa domenica, il tema era appunto il nuovo piano contro le violenze sessuali e sessiste ai danni delle donne lanciato dal presidente Macron. “Dopo aver detto che la Francia è ‘malata di sessismo’, il capo dello stato ha osservato un minuto di silenzio in omaggio alle centoventitrè donne uccise lo scorso anno dai loro compagni, dichiarando di voler fare della parità tra i sessi ‘la grande causa del quinquennio’. Come ha detto bene Finkielkraut, per i quaranta uomini che sono stati uccisi dalle loro partner non ci sarà invece alcun minuto di raccoglimento. Probabilmente, pagano per i machisti”, dice la Lévy.

 

L’ultima copertina di Causeur, “Molestie femministe: basta con la caccia all’uomo!”, ha fatto venire l’orticaria alle neosuffraggette di Parigi, che non hanno digerito in particolar modo il fatto che Marlène Schiappa, la nuova e popolare ministra per le Pari opportunità, abbia rilasciato un’intervista alla banda della Lévy. “Mi interrogo sull’utilità di rilasciare un’intervista a una rivista di questo tipo”, ha tuittato indignata Charlotte Arce, militante femminista e giornalista per Terrafemina. “Causeur è apertamente mascolinista. Il mascolinismo uccide. Ma Marlène Schiappa si diverte a fare quattro chiacchiere con loro”, ha scritto sul suo account Twitter Héloïse Duché, sostenitrice di Oséz le féminisme!. “Una parte del femminismo contemporaneo ha tradito il suo retaggio libertario per dedicarsi a due nuovi passioni: quella per il vittimismo e quella per le spedizioni punitive”, spiega la Lévy. “Ostentano con fierezza le loro pulsioni da gendarmi del pensiero e il loro odio per il desiderio maschile. Vale oggi più che mai quello che diceva il mio amico Philippe Muray all’inizio degli anni Novanta: ‘Per gli ayatollah del sexual harassement, la semplice manifestazione del desiderio è già un reato’”.

 

E' uscito in questi giorni l'ultimo pamphlet della direttrice di Causeur, "Le rien-pensants", raccolta
di editoriali molto ruvidi

Prima che il premier Edouard Philippe intervenisse con una circolare che ne vieta l’utilizzo nei documenti ufficiali, la “scrittura inclusiva”, ossia la trasformazione della lingua francese in una forma neutra per mettere fine alla “tirannia del finale maschile”, è stata al cento del dibattito politico-mediatico a Parigi. Un dibattito “assurdo”, secondo la Lévy, su una proposta totalmente “delirante”. “Qualche anno fa, quando si è parlato per la prima volta di ‘scrittura inclusiva’, ci scherzavo sopra con i miei amici, perché mai mi sarei immaginata che questa follia potesse diventare il tema di un dibattito reale. Mi sbagliavo, evidentemente, perché oggi vediamo che il governo è costretto a dire ‘stop’ tramite la pubblicazione di una circolare sulla Gazzetta ufficiale. C’è un gruppuscolo di neofemministe che spinge per imporla ovunque, ritenendo che questo potrà ridurre le presunte diseguaglianze tra uomini e donne. Ma il 95 per cento dei francesi è ovviamente contro questa proposta folle”. E ancora: “L’idea che tutti i mali vengono dalla lingua e che cambiando la lingua si cambiano anche i sentimenti è la base del politicamente corretto. Ma anche la base dei totalitarismi. E questo è inquietante. Questa volontà di prendersela continuamente con la lingua è sospetta. Siamo di fronte a persone che non amano la libertà”.

 

Macron ha annunciato una cosa inquietante: il reato di oltraggio sessista. Poi cosa, puniremo lo sguardo lubrico?

Alle neofemministe che occupano oggi lo spazio mediatico-mondano francese, la direttrice di Causeur ha dedicato molti dei suoi articoli durante il quinquennio hollandiano. Articoli che troviamo per intero nella sua ultima opera, uscita a quindici anni di distanza da “Les maîtres censeurs” (Le Livre de Poche), pamphlet corrosivo contro il tribunale morale permanente, che processa gli insubordinati al pensiero unico. Ma chi sono i “rien-pensants”, i nulla-pensanti? “Sono quelli che hanno smesso di pensare, trincerati nelle loro certezze apodittiche, che preferiscono demonizzare invece di dibattere con chi non condivide la loro visione del mondo, che predicano la tolleranza ma sono intolleranti con chi è contrario all’immigrazione scriteriata, all’islamizzazione di interi quartieri, ai matrimoni omosessuali, all’utero in affitto. Sono quelli che Régis Debray ha chiamato ‘giornalisti episcopali’ e che continuano ad avere posizioni strategiche nel dibattito mediatico”, spiega la Lévy, prima di aggiungere: “Questo catechismo rappresenta un disonore per il paese dei Lumi e ha delle conseguenze disastrose. Invece di essere discusse attraverso il confronto tra varie posizioni, le questioni più urgenti vengono nascoste sotto il tappeto o trattate con degli slogan recitati come un salmo: l’immigrazione è un’opportunità per la Francia, l’islam è una religione di pace, di amore e di felicità, e la Pma (Procreazione medicalmente assistita, ndr) per tutti è un ineluttabile progresso. I problemi che inquietano i francesi non saranno risolti ripetendofino all’usura cose che non esistono”.

 

Nel 2012, quando scrisse “La gauche contre le réel” (Fayard), la Lévy sollevò un polverone senza precedenti. Perché prese a schiaffi quella “sinistra divina” (Jean Baudrillard) che non sapeva più guardare in faccia la realtà, o peggio che si rifiutava di guardarla, credendosi ancora appartenente al “Campo del Bene” e detentrice del magistero morale della nazione. “Neofascista”, urlò il Nouvel Obs, a quindici anni dalla lista di proscrizione di Daniel Lindenberg, “Rappel à l’ordre. Enquête sur les nouveaux réactionnaires” (Éditions du Seuil), dove venivano indicati i nemici da abbattere, da imbavagliare, da isolare dal dibattito delle idee: i Finkielkraut, i Muray, i Bruckner, i Houellebecq, i Dantec, i Taguieff. E oggi? “La situazione, per fortuna, è un po’ cambiata. Io, Éric Zemmour e Alain Finkielkraut siamo più presenti nel dibattito mediatico. Ma non bisogna confondere visibilità ed egemonia, pluralità e pluralismo. Certo, la tecnologia ha permesso a ogni tipo di piattaforma mediatica, più o meno dissidente e più o meno coraggiosa economicamente, di esistere. Inoltre, nei grandi media, tutti i punti di vista hanno il loro spazio, anche se non è sempre una battaglia leale. Resta tuttavia il fatto che nei media ‘di sinistra’, e in particolare in televisione, le inquietudini cosiddette ‘identitarie’ sono prevalentemente viste con sospetto”.

 

Come diceva Philippe Muray:
"Per gli ayatollah del sexual harassement, la manifestazione
del desiderio è già un reato"

Quando le chiediamo cosa ne pensa della recente querelle tra Mediapart, il sito di inchieste di Edwy Plenel, giornalista di riferimento della sinistra radicale, e Charlie Hebdo, che ha accusato il primo, solitamente rumoroso, di essere stato particolarmente silenzioso sull’affaire che sta coinvolgendo l’islamologo svizzero Tariq Ramadan, la Lévy ci risponde così: “Il mediapartisimo sta perdendo terreno e la sinistra islamofila non ha più il vento in poppa oggi. La crociata di Plenel per difendere il suo onore non ha mobilitato le folle. Cosa ci dice questo? Che c’è una frattura molto profonda nella gauche. Ci sono quelli che pensano che la nostra identità sia l’apertura e che dobbiamo pagare per i nostri crimini fino alla fine dei tempi. Questi sono gli aficionados della gauche di Plenel, ma anche di Jean-Luc Mélenchon. Ma c’è anche un’altra gauche, più patriottica e repubblicana, che non è devota all’ideologia multiculti e non è laica a geometria variabile”. E ancora: “In questo giorni, sta andando in scena il grande scontro tra queste due sinistre. Uno scontro acutizzato dalla questione dell’islam. La sinistra islamofila preferisce vedere le turpitudini dell’uomo bianco eterosessuale occidentale piuttosto che denunciare il dramma delle donne non musulmane nelle banlieue ‘halalizzate’ di Francia. Tuttavia, ho l’impressione che queste forze, che l’ex primo ministro, Manuel Valls, ha definito ‘islamogosciste’, stiano indietreggiando, non abbiano più il consenso che sembravano avere fino a poco tempo fa”.

 

Invece di “crisi dell’intellettuale” in Francia, tema a cui la stampa parigina ha dedicato numerose inchieste negli ultimi tempi, la direttrice di Causeur preferisce parlare di “crisi del pensiero”: “Abbiamo meno intellettuali rispetto al passato, e, dal mio punto di vista, ciò è particolarmente evidente a sinistra. Quando Libé e l’Obs fanno la lista dei nuovi pensatori che dovrebbero indicare la via della ragione tirano fuori dei sociologi sconosciuti o al massimo nomi come quello dell’economista Thomas Piketty. I grandi dibattiti che riflettono l’evoluzione del pensiero e delle idee sono scomparsi da un bel po’ di tempo dalle riviste cosiddette ‘di riferimento’. C’è invece una costante: a sinistra, ci sono ancora dei presunti intellettuali che considerano la formula ‘intellettuale di destra’ un ossimoro”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi