Le molestie e l'altro lato delle violenze. L'odio universale spiegato con una serie tv

Bisogna imparare a memoria una puntata di “Black Mirror” per spiegare quali possono essere gli effetti del processo immediato e del nuovo khomeinismo culturale. Quando l’arma del #metoo può diventare cugina del #deathto

20 Novembre 2017 alle 08:52

Le molestie e l'altro lato delle violenze. L'odio universale spiegato con una serie tv

Foto tratta da Netflix

Non argomentare, ma sputare. Non ragionare, ma infangare. Non accusare, ma condannare. Non testimoniare, ma lapidare. Tra le molte conseguenze generate dal complicato dibattito relativo al rapporto tra il mondo del cinema e il mondo delle molestie ce n’è una insieme affascinante e raccapricciante che riguarda un universo con cui ciascuno di noi almeno una volta nella vita ha fatto i conti: l’odio universale veicolato dalla rete. Rispetto alle tecniche del processo mediatico, l’Italia non ha nulla da invidiare a nessun paese al mondo e ormai la nostra opinione pubblica (siamo sicuri che il dato non vi sarà sfuggito) è abituata a considerare prassi consolidata il mascariamento a mezzo stampa. Sappiamo tutti come funziona: basta un’accusa per condannarti; basta un sospetto per infangarti; basta una delazione per linciarti. L’epoca della disintermediazione sregolata ha permesso al mondo di fare un ulteriore passo in avanti sul sentiero dell’orrore mediatico. E come abbiamo visto negli ultimi mesi, di fronte a ogni accusa lanciata contro il regista o il produttore o l’attore di turno non c’è difesa che tenga e non c’è controversione che valga.

 

E questo cortocircuito sempre più pazzotico e sempre più virale ha permesso la maturazione di un altro processo particolare: il processo non mediato. Dove un hashtag che ti accusa diventa una prova ulteriore della tua colpevolezza potenziale. E dove il mito dell’infallibilità della rete permette ai media di trasformare con facilità in un fatto vero semplicemente ciò che è virale. La verità ufficiale e la verità alternativa si equivalgono e così, per capirci, per determinare se una molestia è davvero molestia, se uno stupro è davvero uno stupro, se una violenza è davvero violenza (Carlo Nordio, magistrato di talento, oggi in pensione, qualche giorno fa ha ricordato sul Messaggero che “anni di esperienza giudiziaria dovrebbero insegnarci che le molestie reali sono pari a quelle inventate”) è sufficiente visualizzare se la rete condanna o no quel presunto molestatore.

 

Tutti ovviamente concordano sul punto che una donna molestata deve essere tutelata e che un molestatore che ha infranto la legge deve pagare per i suoi reati (i peccati sono un’altra cosa).

 

Non tutti invece concordano su un altro punto che purtroppo ha una sua centralità: come nasce il nuovo khomeinismo culturale che anche attraverso i meccanismi della rete permette di trasformare l’odio in una sentenza di condanna (e a volte anche peggio, chiedere per credere alla famiglia dell’ex ministro gallese Carl Sargeant, morto suicida dieci giorni fa dopo essere stato accusato senza prove di molestie).

 

E per rispondere a questa domanda il migliore editoriale del mondo lo ha scritto un anno fa non un giornalista, non uno scrittore, non un molestatore, ma uno sceneggiatore straordinario di nome Charlton Brooker.

 

Brooker lavora dal 2011 al progetto di “Black Mirror” (in Italia lo distribuisce Netflix) e per chi non conoscesse “Black Mirror” (se non la conoscete, non fatevi sentire da Mariarosa Mancuso) vale la pena spiegare brevemente perché oggi non si può affrontare il tema dell’odio universale senza aver studiato questa serie tv.

 

L’idea di Brooker è stata quella di raccontare, attraverso l’impatto delle nuove tecnologie sulla vita delle persone, gli effetti collaterali di un mondo virtuale e virale che improvvisamente diventa l’unica vera lente per osservare il mondo. Brooker descrive il modo in cui alcune invenzioni tecnologiche (i social network soprattutto) impatteranno sulla nostra società (un episodio, ehm, è dedicato a un comico fallito che si candida alle elezioni). Ma il futuro teoricamente remoto descritto da “Black Mirror” (il titolo si riferisce allo schermo nero di ogni televisore, monitor o smartphone) appare in realtà terribilmente presente. Specie se poi l’episodio finale della ultima stagione ha un titolo che suona così: “Hated in the Nation”. Traduzione italiana: “Odio universale”. L’episodio è incredibile. Una squadra di poliziotti indaga su una serie di morti apparentemente inspiegabili ma collegate da un solo filo conduttore: uomini e donne che muoiono nel pieno di una bufera mediatica scatenatasi sui social a colpi di hashtag. E di uno in particolare: #DeathTo. #MorteA. Nel corso del tempo i detective scopriranno che le morti non sono casuali ma rientrano all’interno di un complesso meccanismo che permette al popolo della rete di poter punire davvero coloro che a loro avviso meritano di morire per aver generato attorno a loro una bufera mediatica. E il meccanismo del processo immediato non è solo teorico e implicito ma è chiaro ed esplicito. Ed è codificato in un manuale (“Il gioco delle conseguenze”) disponibile sulla rete, come se fosse un libretto di istruzioni per fabbricare una bomba.

 

  

Il gioco è semplice. Scegli qualcuno che non ti piace e se anche gli altri fanno lo stesso quello diventa l’obiettivo da eliminare. Per farlo bisogna essere precisi. Scegliere un bersaglio e scrivere ripetutamente sui social il suo nome accompagnato da una foto e da un hashtag (#DeathTo). La persona selezionata sarà uccisa ogni giorno alle 17. Da mezzanotte in poi il gioco ricomincia. “Il punto – spiega nel corso della puntata uno dei detective coinvolti nell’inchiesta – è semplice: grazie all’evoluzione tecnologica abbiamo il potere di accanirci e di accusare e di formulare giudizi senza conseguenze”. La puntata di “Black Mirror” finisce in un modo sorprendente e con un colpo di scena che non vi sveliamo ma che in qualche modo traduce con uno stile cinematografico un grande motto di Pietro Nenni (“A fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura”). Ma la formula del manuale online per far fuori le persone descritta da Charlton Brooker nella puntata dell’odio universale per quanto possa sembrare qualcosa di lontano dal presente è in realtà come molti di voi avranno già notato molto attuale.

 

L’odio generato da una campagna di insulti virali non sempre per fortuna si trasforma in una campagna di omicidi seriali (omicidi no, ma suicidi ogni tanto sì) ma se ci si pensa bene la trama della puntata di “Black Mirror” è il cuore del meccanismo perverso che si trova alla base dell’odio virale: scegli qualcuno che non ti piace e se anche gli altri fanno lo stesso quello diventa l’obiettivo. “Era come se un ciclone si fosse abbattuto su di me. Messaggi di odio senza sosta a tutte le ore giorno dopo giorno. E’ difficile spiegare cosa si prova realmente. All’improvviso ci sono milioni di persone invisibili che sono disposte a proclamare tutto il loro odio. E’ come una malattia mentale”. La frase tra virgolette è di uno dei protagonisti della puntata sull’odio universale. Tra qualche settimana forse ci renderemo tutti conto che la caccia alle streghe generata dall’assedio quotidiano contro il potenziale molestatore – dove ogni possibile porco diventa un orrendo orco, dove ogni delazione diventa una prova e dove ogni accusa diventa una condanna – non avrà avuto solo l’effetto di far emergere qualche donna orrendamente molestata ma avrà avuto anche l’effetto di trasformare ogni presunto innocente in un colpevole fino a prova contraria. E non ci vuole molto a capire che l’arma del #metoo se non utilizzata in modo equilibrato non è così diversa dall’arma del #deathto.

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