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Il paradosso di Dublino rischia di fare cadere il governo sloveno

L’applicazione cieca delle attuali regole europee sui migranti ha generato a Ljubljana una crisi istituzionale che fino a qualche settimana fa era impensabile

Luca Gambardella

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21 Novembre 2017 alle 19:07

Il paradosso di Dublino rischia di fare cadere il governo sloveno

Soldati sloveni montano del filo spinato al confine con la Croazia (foto LaPresse)

Dopo essere stato accusato di avere demolito la solidarietà europea e di avere impedito un'equa ripartizione dei migranti tra gli stati membri dell'Ue, ora l'applicazione a senso unico del regolamento di Dublino potrebbe anche fare cadere il governo di un paese membro. E' il caso della Slovenia, uno degli stati dell'Europa orientale finora più ligi alle leggi internazionali sull'immigrazione. Il governo di Ljubljana ha accolto 335 dei 567 richiedenti asilo provenienti da Grecia e Italia che gli spettavano secondo il sistema delle quote di spartizione. Un vero record, se confrontato agli altri paesi limitrofi, quelli del cosiddetto Gruppo di Visegraad (che include Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia e Ungheria) che insieme all'Austria si oppongono all'apertura delle frontiere e a qualsiasi riforma del regolamento che assegna la valutazione delle richieste di asilo ai paesi di ingresso nell'Ue. Ora però il governo sloveno rischia una crisi che solo fino a poche settimane fa era inimmaginabile.

 

La storia di Ahmad Shamieh, un rifugiato siriano 60enne arrivato in Slovenia nel 2015 dopo essere passato dalla Croazia, ha del paradossale. Shamieh potrebbe definirsi oggi una persone integrata: vive in Slovenia ormai da due anni, ha imparato la lingua e fa parte di alcuni progetti umanitari che si occupano dell'inserimento dei richiedenti asilo nella società. Ma di recente, secondo quanto previsto dal regolamento di Dublino, un tribunale ha avanzato la richiesta di espatrio proprio in Croazia. Una che a Shamieh è costata un ricovero in ospedale per esaurimento nervoso. Contro il suo trasferimento è sceso in campo il premier sloveno Miro Cerar, leader del partito liberale Stranka Modernega Centra (Partito del centro moderno) che guida una coalizione con i socialdemocratici e i centristi del Partito dei pensionati. Cerar ha tentato di eludere l'applicazione del regolamento di Dublino appellandosi a un'altra legge nazionale che permetterebbe di concedere a Shamieh una residenza temporanea, premiando i suoi sforzi per integrarsi. Quattro parlamentari sono passati dall'organizzazione di picchetti di sorveglianza fuori dall'abitazione del richiedente asilo, fino al punto di portare fisicamente Shamieh in Parlamento per impedire il suo espatrio.

 

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Da qui la crisi istituzionale, con il governo spaccato in due tra chi ritiene “illegale” l'estradizione di Shamieh (l'ha definita così persino il ministro degli Esteri e vicepremier, il centrista Karl Erjavec) e coloro che invece ritengono priva di senso l'applicazione cieca del regolamento di Dublino nel caso di un uomo già integrato. La controproposta del blocco anti-immigrati è quella di rispedire il 60enne siriano in Croazia in via temporanea per poi farlo rientrare. Secondo Erjevac, la Croazia non torcerà un capello a Shamieh.  “Dopotutto circa un milione di turisti sloveni fanno viaggi da quelle parti”, ha detto Erjevec. Ma a carico di Cerar è stata proposta persino una procedura di impeachment motivata dalla violazione delle leggi internazionali in tema di immigrazione.

 

Così in Slovenia si comincia a guardare con preoccupazione ai sondaggi e alla possibilità che le elezioni, inizialmente previste per luglio dell'anno prossimo, alla fine possano essere anticipate. I numeri, secondo una tendenza consolidata negli ultimi mesi in Europa, dicono che anche in Slovenia il sistema politico è frammentato: i socialdemocratici, favorevoli all'accoglienza, sono al 16,4 per cento dei consensi, seguiti a stretto giro dagli anti-immigrati del centrodestra, che raccolgono il 15 per cento dei voti e dai centristi di Cerar, all'11,9 per cento. E dire che fino a qualche mese fa il governo aveva guidato il paese a una crescita record del pil pari al 4,7 per cento. Tutto da rifare, lo dice Dublino.

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